
La gestione di John Elkann del Gruppo editoriale Gedi passa dal profondo rosso politico liberal-progressista al profondo rosso di bilancio, segno che ormai usare i giornali per fare propaganda e per esercitare potere sulle istituzioni rende sempre meno, anzi, crea profondi buchi e crepe che rischiano di essere esiziali.
Come riferisce Affari Italiani, il gruppo Gedi ha diffuso i dati sul bilancio consolidato 2023 e il quotidiano La Repubblica, punta avanzata del liberal-progressimo in salsa piddina e dell’antifascismo come esorcismo a qualsiasi dissenso della linea del capitalismo tecno-finanziario, continua a perdere valore.
La Repubblica, infatti, – si legge nel bilancio e lo riporta Open di Mentana – vale 65,5 milioni di euro. Il suo valore è sceso ulteriormente rispetto ai conti presentati lo scorso anno.
Va male anche la ex Finegil, il gruppo di quotidiani locali collegato a quello fondato da Eugenio Scalfari, che adesso vale 10,2 milioni di euro, dopo una maxi-svalutazione da 46,3 milioni di euro operata durante il 2023.
Gedi ha chiuso il 2023 con una perdita netta di 103 milioni di euro nonostante la vendita di numerose testate locali che aveva in portafoglio.
A pesare decisamente su questa svalutazione del quotidiano La Repubblica è anche la vicenda giudiziaria relativa all’inchiesta aperta dalla Procura per una presunta truffa all’Inps, una vicenda ancora in corso e che sta mettendo ancora più in difficoltà il gruppo Gedi.
Sono gli stessi amministratori a spiegare la questione nella loro relazione. “I crediti e altre attività finanziarie”, scrivono gli amministratori di Gedi, “includono tra l’altro l’ammontare di cassa attualmente indisponibile per il Gruppo in quanto sottoposto a sequestro o ad altri provvedimenti giudiziari. Tale importo, pari a euro 22,8 milioni si riferisce all’indagine notificata nel 2021 con informazione di garanzia e risulta pertanto escluso dalle disponibilità liquide”.
Poi nella relazione c’è anche un altro dettaglio che fa capire quanto questa inchiesta giudiziaria stia impattando sul gruppo: gli esborsi finora avvenuti nei confronti di Inps per quella vicenda – spiegano – ammontano a 11,3 milioni di euro.
La crisi del gruppo Gedi e, in particolare de La Repubblica è solo la punta dell’iceberg di una crisi generalizzata dell’editoria, dovuta ad una progressiva perdita di credibilità.
Le risposte nei dati dell’Osservatorio sulle comunicazioni realizzato dall’Autorità garante delle comunicazioni (Agcom) presieduta da Giacomo Lasorella, pubblicato il 26 luglio, rende, infatti evidente la crisi dell’editoria quotidiana.
In media, nel periodo gennaio-marzo 2024, sono state vendute 1,32 milioni di copie al giorno, in flessione su base annua del 9,1% e del 31,8% rispetto al 2020.
Suddividendo la distribuzione tra testate nazionali e locali, con riferimento all’intero periodo analizzato (2020-2024), le vendite si sono ridotte in misura equivalente (31,7% le prime e 31,9% le seconde), mentre nel confronto con il primo trimestre 2023 i quotidiani locali hanno registrato una riduzione leggermente maggiore rispetto a quelli nazionali (-9,7% e -8,6%).
L’Osservatorio certifica inoltre che i quotidiani venduti in formato digitale continuano a non incontrare il favore del mercato: non hanno registrato variazioni di particolare rilievo su base annua, e con una media di circa 190 mila copie giornaliere nel 2024 la crescita è pari all’1,7% nell’intero periodo.
In relazione ai diversi “generi” editoriali, evidenzia l’Agcom, i principali cinque quotidiani a diffusione nazionale considerati “generalisti” (in ordine di diffusione: Corriere della Sera, La Repubblica, La Stampa, Avvenire e Il Messaggero), nei primi mesi del 2024 hanno registrato una flessione nella vendita di copie cartacee pari all’ 8,3% rispetto ai corrispondenti volumi del 2023 (tale flessione si amplia al 37,6% con riferimento al 2020), e hanno registrato una crescita contenuta nella vendita giornaliera di copie in formato digitale (+1,3% su base annua e +18,3% nell’intero periodo).
L’aspetto interessante di questa vicenda è che, mentre il Gruppo editoriale Gedi versa in profondo rosso, in tutti i sensi, grazie alla gestione di John Elkann, un altro capitolo vede l’universo degli Elkann uscire di scena.
La Juve, storica squadra degli Agnelli, non trova sponsor, dopo che lo stesso proprietario, John Elkann non ha voluto più mettere soldi per sostenere la sua stessa squadra.
Infatti, dopo dodici anni, e per un totale di 341 milioni di euro, è stata scritta la parola fine su un contratto di sponsorizzazione con Jeep, casa automobilistica del gruppo Stellantis di cui lo stesso nipote di Giovanni Agnelli è presidente.
E così Stellantis bussa alle porte di Palazzo Chigi per poter acquisire la sponsorizzazione di Ita Airways.
La compagnia aerea è per il 59% del Mef, e dunque da questo dicastero deve arrivare il via libera. Il restante pacchetto societario, come è noto, è di Lufthansa dopo l’ok alla fusione arrivato dall’Unione Europea.
Ita Airways sembrava pronta a staccare un assegno da 41 milioni per tre anni di partnership, ma Palazzo Chigi ha detto no
La saggia decisione di Meloni è in linea con la sua posizione sul ruolo di Stellantis, che negli ultimi anni sta progressivamente riducendo la sua produzione in Italia.
Il governo aveva nei giorni scorsi attuato un piano pluriennale di incentivi per 6 miliardi di euro per le auto: una bella boccata di ossigeno per le case automobilistiche, Stellantis in testa.
E’ chiaro che con un Gruppo editoriale Gedi perennemente in fase di bombardamento sul Governo Meloni, con un gruppo Stellantis che lascia progressivamente l’Italia e con un Elkann che non rinnova la sponsorizzazione nemmeno alla sua squadra storica, qualsiasi rapporto con gli eredi degli Agnelli è da ritenere una perdita economica e politica.
Dulcis in fundo. Poste Italiane molla Stellantis.
Poste Italiane, guidata da Matteo Del Fante, ha infatti deciso di rafforzare il controllo sulla propria vasta flotta aziendale, la più grande d’Europa, creando una nuova società ad hoc: Postego S.p.A. (100% Poste Italiane).
Una mossa che rappresenta un cambio di strategia rispetto al passato, quando Poste Italiane aveva optato per il noleggio dei veicoli, come avvenuto con l’accordo siglato a giugno 2022 con il gruppo Stellantis per la fornitura di 17.000 mezzi dei marchi Fiat, Opel e Peugeot, tramite le società Leasys e Leaseplan.
Ora invece, come riportato da Milano Finanza, la scelta di internalizzare la gestione della flotta consentirà a Poste Italiane di personalizzare i mezzi in base alle proprie esigenze operative e di modulare la durata dei servizi.
La flotta complessiva di Poste è di circa 30.500 veicoli, di cui 21.100 a quattro ruote, 6.200 tricicli, 600 quadricicli e 2.600 motorini.





