
di Silvano Danesi
Il nazismo non è mai davvero tramontato. È sempre stato presente, anche se travestito. Per capirne l’attualità è necessario leggere la storia e un romanzo profetico: “L’anticristo” di Vladimir Sergeevic Soloviev.
Perché ne scriviamo? Perché il nazismo è presente, attivo, introiettato e travestito dal progressismo liberale.
Il premier britannico Keir Starmer labourista e fabiano, attacca la libertà di parola e attiva misure contro la disinformazione, ossia attiva la censura.
Il commissario dell’Unione Europea Thierry Breton voleva censurare l’intervista di X a Donald Trump.
Manager e politico francese, esponente di spicco del macronismo, commissario europeo per il mercato interno e i servizi della commissione von der Leyen, Thierry Breton durante la sua carriera di manager è stato presidente di Bull, quindi direttore generale prima di Thomson e poi di France Télécom.
Questi sono solo due esempi recenti di una logica che da tempo, e in crescendo, si sta affermando, per bloccare qualsiasi dissenso nei confronti della logiche del capitalismo tecno-finanziario globalista.
Prima di analizzare i fatti recenti, qualche cenno storico si rende necessario.
I nazisti, alla fine della seconda guerra mondiale, sono in parte esfiltrati nell’America latina grazie alla Chiesa cattolica (Corridoio francescano) e in parte sono stati utilizzati dagli “Alleati” per ricostruire in Occidente quanto serviva a contrastare l’Unione Sovietica e in Unione Sovietica quanto serviva a contrastare l’Occidente.
Ricordiamo sempre che gli “Alleati” erano comprensivi dell’Unione Sovietica che si è tenuta metà Germania.
Un esempio eclatante è la ricostituzione dei servizi segreti della Repubblica federale tedesca (ancora oggi priva di una vera Costituzione) a cura di un uomo dei servizi di Hitler.
Scrive Lucio Caracciolo su Limes 6/2024 che la Germania è una democrazia protetta (wehrhafte Demokratie), non l’idealtipo della vera democrazia (wahrhafte Demokratie) e la democrazia protetta “ha radice geopolitica. Deriva dal vincolo occidentale della Germania”.
“La legge fondamentale (costituzione) – aggiunge Caracciolo – prevede il divieto di partiti od organizzazioni che non si muovano nell’ambito di se stessa (articoli 9 comma 2 e 21 comma 2) e la privazione dei diritti fondamentali se li si usano per lottare contro l’Ordine fondamentale liberaldemocratico (articolo 18)”.
Il responsabile del servizio segreto tedesco, Thomas Haldenwang, scrive Caracciolo, “spiega che «la libertà di espressione non è carta bianca». Vanno tenuti d’occhio anche coloro che senza violare il codice penale «delegittimano lo Stato»”.
“Il giurista Josef Franz Lindner – aggiunge Caracciolo – protesta: «Così si delegittimano i cabarettisti». Il collega Volker Boheme-Nessler rincara: «E’ tipico della democrazia e della libertà di espressione che si possa criticare lo Stato, anche esagerando»”.
Questa è la Germania del Quarto Reich che ha voluto e vuole essere la guida dell’Unione Europea, insieme alla Francia che esprime Thierry Breton e all’Inghilterra (ora extra moenia) che esprime Keir Starmer.
La censura è diventata?, no: è rimasta endemica.
Il gene nazista e il fabianesimo sono le due facce della stessa medaglia e, per molto tempo, sono stati estimatori del comunismo sovietico.
Ricordare sempre che, il 23 agosto 1939, la Germania e l’Unione Sovietica strinsero un patto di non aggressione conosciuto come Molotov-Ribbentrop, che suscitò scalpore internazionale, e firmarono un «protocollo aggiuntivo» segreto sulla spartizione dell’Europa orientale.
Ricordare sempre che i fabiani inglesi erano grandi ammiratori di Stalin.
Uomini come George Soros, che finanziano Ong, partiti, rivoluzioni arancione e che oggi finanzia la campagna Dem del progressismo Usa, sono nazisti che non si sono mai pentiti di esserlo.
Come scrive Roberto Pecchioli, (Soros e la società aperta, Arianna Editrice), George Soros “nasce a Budapest il 12 agosto 1930 da una famiglia della buona borghesia ebraica con il nome di Gyorgy Schwartz. Il padre Tivodor, avvocato, editore, ufficiale dell’esercito asburgico nella Prima Guerra Mondiale, era un appassionato studioso dell’esperanto, la lingua artificiale universale creata alla fine del XIX secolo dall’occultista polacco Ludwik L. Zamenhof. La madre, Erszebet, apparteneva a un’agiata famiglia di commercianti. Gli Schwartz non erano ebrei praticanti, anzi vivevano con fastidio la loro difficile identità. Nel 1936, il vento antisemita soffiava forte sul regno d’Ungheria amputato dopo la guerra perduta dagli imperi centrali, così Tivadar Schwartz mutò il cognome di famiglia in Soros, parola che in ungherese significa successore e in esperanto crescere, salire. Fu forse il padre a instillare per primo nel piccolo Gyorgy il cosmopolitismo e il fastidio per le identità che diverrà uno dei suoi tratti caratteristici. L’occupazione nazista costrinse la famiglia a numerosi spostamenti e il giovanissimo Soros fu fatto passare per il figlioccio cristiano di un collaboratore degli occupanti impegnato nella confisca dei beni della fiorente comunità israelitica. Questa macchia giovanile gli è stata spesso rimproverata, ma non ci sentiamo di addossare particolari responsabilità a un adolescente che cercò senza dubbio di destreggiarsi senza eccessivi scrupoli nella bufera con l’aiuto del padre. Pure, è stupefacente che, in un’intervista al canale Fox News dell’11 novembre 2010, egli abbia considerato quei drammatici giorni “probabilmente il periodo più felice della mia vita”. Si era probabilmente forgiato in quella temperie il carattere di spietato giocatore disposto a puntare tutto pur di aggiudicarsi l’intera posta. Nel 1947 Soros (ancora Gyorgy) lasciò l’Ungheria per l’Inghilterra, sfuggendo all’occupazione comunista, succeduta a quella tedesca. Si arrangiò con vari mestieri e riuscì nel 1949 ad entrare nella prestigiosa London School of Economics (LSE), l’università d’élite fondata nel 1895 dalla Fabian Society, il circolo di riformisti britannici appartenenti alla classe dirigente vittoriana, il cui scopo era di costruire per gradi una società socialista”.
Eccoci giunti ad uno snodo fondamentale: la Fabian Society, ma ne parleremo più avanti. Prima vediamo come il nazismo si sia perpetuato al potere in Europa.
In un testo di grande interesse di Guido Calderon (I segreti del Quarto Reich – Newton Compton) si legge: “Il rapido cambio di strategia, conosciuto dagli apparati dello spionaggio occidentale fin dal debutto della Guerra fredda, avrebbe così contemplato in molti casi anche il reclutamento di ex nazisti, ufficiali dei servizi segreti del Terzo Reich come di SS e Gestapo, comprese figure che avevano svolto ruoli di primo piano nella Soluzione finale o nel massacro della popolazione civile dei Paesi occupati, utilizzati, in virtù delle loro precedenti esperienze, nella nuova veste di “combattenti anticomunisti”, stavolta non più al servizio del fascismo, bensì delle democrazie occidentali. Figure, queste ultime, a cui si aggiungeranno numerosi fascisti italiani e dell’Europa orientale che, in cambio dei loro servigi, otterranno la libertà, l’esclusione dalle liste dei ricercati per crimini di guerra e, infine, il trasferimento in nazioni dove la giustizia europea, anche volendo, non li avrebbe potuti raggiungere. Analogamente, molti tecnici e scienziati che avevano contribuito alla macchina bellica di Hitler, spesso avvalendosi della manodopera coatta costituita dai prigionieri dei lager o di vere e proprie “cavie umane” scelte tra i deportati, saranno trasferiti nei laboratori dei Paesi occidentali per proseguire le loro ricerche. Il tutto, come segnala lo storico austriaco Gerald Steinacher, senza provocare spesso neppure il più piccolo imbarazzo: «Che fra queste punte di diamante della ricerca tedesca e austriaca vi fossero criminali di guerra o responsabili della Shoah sembrò non avere alcuna importanza. Basti pensare al fatto che per costruire i missili progettati da Wernher von Braun [lo scienziato all’origine dello “sbarco” dell’uomo sulla Luna nel 1969, n.d.a.] morirono migliaia di lavoratori forzati e prigionieri dei lager. Per fame o per fatica»”.
Per approfondimenti, vedere operazione Paperclip.
Che il nazismo sia intus et in cute dell’Occidente cosiddetto liberale non è, pertanto, sorprendente. È un fatto storico incontestabile.
Lucio Caracciolo (Limes 6/2024), a proposito della posizione Usa nei confronti del nazismo, cita un episodio significativo, la visita di Reagan in Germania che aveva suscitato feroci polemiche. “Causa scatenante – scrive il direttore di Limes – nel 1985, la visita del presidente americano Ronald Reagan al cimitero di Bitburg, su invito del cancelliere Helmut Kohl. Vi sono seppellite 49 Waffen-SS. Quando la notizia si diffonde, in America, Germania e Israele scatta il fuoco di sbarramento. Reagan replica: «Ai tedeschi è stato imposto un senso di colpa che io non consi- dero necessario». E rifiuta l’ipocrisia di compensare l’omaggio ai solda- ti di Hitler con la visita a un campo di sterminio, giacché le SS sono «vittime come le vittime di quei campi». Quanto al futuro cancelliere dell’unificazione, ha appena provveduto a rimuovere le organizzazioni dei veterani delle Waffen-SS dalla lista dei gruppi da tenere sotto sorveglianza”.
Aggiunge Caracciolo: “Gli ultimi difensori del bunker di Hitler non sono tedeschi ma volontari francesi della divisione Waffen-SS Charlemagne. Più baltici e scandinavi sparsi. Storicizzare il nazismo signifca affrontare le ombre oscure dell’Europa”.
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