
di Vito Sibilio
In questi giorni si è parlato molto, anche da queste colonne, di Carlo Maria Viganò. Ha destato scalpore, negli ambienti più conservatori, che la Fraternità Sacerdotale San Pio X, ossia la fondazione del defunto e scismatico monsignor Marcel Lefebvre, abbia preso le distanze dal monsignore ribelle, difeso a spada tratta da tutti gli opinionisti che, dentro e fuori la Chiesa Cattolica, sono ostili a Papa Francesco e ai suoi collaboratori. Forse qualcuno sperava che si creasse un fronte antimodernista che andasse dai lefebvriani fino ai ratzingeriani, ma questo mostra solo quanto frequentemente, dentro e fuori la Chiesa, si parli di essa senza conoscerne granché.
Marcel Lefebvre e Carlo Maria Viganò sono due personalità completamente diverse e la loro vicenda umana lo dimostra. L’Arcivescovo Vescovo di Tulle, Lefebvre appunto, si staccò assai lentamente dalla Chiesa Cattolica. Le ragioni del suo allontanamento si trovano tutte nella recezione del Vaticano II da parte della Santa Sede e della Chiesa francese. Il rifiuto del Novus Ordo – creato, giova ricordarlo, da Paolo VI ampliando il margine di applicazione della Sacrosanctum Concilium, la costituzione conciliare sulla liturgia – fu uno dei motivi principali del distacco, ma anche la nuova teologia del dialogo interreligioso, dell’ecumenismo e della libertà di religione furono ragione di polemica tra Lefebvre e la Curia Romana. Mandato da Paolo VI davanti al Sant’Uffizio, venne trattato dalla Suprema Congregazione nel modo più inadatto ad un piccardo testardo e risoluto che aveva dietro tutti gli scontenti della Chiesa, messi ai margini da un processo di rinnovamento tumultuoso e ad un certo punto sfuggito di mano allo stesso Pontefice e al partito degli innovatori, per diventare anarchico mediante le iniziative di molti gruppi estremisti.
Giovanni Paolo II tentò di ricucire lo strappo, ma la Curia gli impedì di agire direttamente e lo sforzo di Wojtyła non ebbe successo. L’Arcivescovo, sospeso a divinis da Paolo VI – che non volle comminargli sanzioni peggiori forse perché aveva visto quanto di peggio accadeva nell’ala sinistra dei contestatori post conciliari, tipo Franzoni o Küng o i Teologi della Liberazione – si ritrovò scomunicato per sua scelta, avendo deciso di ordinare, senza il consenso canonico del Papa, quattro Vescovi per la sua Fraternità. Giovanni Paolo II esplicitò l’anatema latae sententiae con una Bolla che non lasciasse margini di dubbio.
Fu così che la Fraternità San Pio X uscì dalla Chiesa per sua scelta, dopo vent’anni di tira e molla, sebbene avesse avuto anche il permesso di celebrare la Messa di San Pio V. Quando Lefebvre uscì, lui che aveva il Seminario di Ecốne pieno di candidati al sacerdozio, i progressisti cattolici, in prima linea i francesi, brindarono. Ora potevano, o almeno così pensavano, continuare a rinnovare la Chiesa e svuotare ancora di più luoghi di culto, monasteri, conventi e seminari. Lefebvre non era stato in grado di capire le trasformazioni sociali e culturali che avevano portato la Chiesa ad abbandonare la fisionomia tridentina per assumere quella deuterovaticana, ma non aveva mai contestato i punti cardine del magistero conciliare, a cominciare dalla costituzione dogmatica sulla Chiesa fino al riconoscimento di principio della libertà di coscienza, grazie alla quale, per inciso, i suoi seguaci potevano muoversi liberamente in Stati ancora a maggioranza cattolica.
D’altro canto, la Chiesa Cattolica non aveva accettato il dato evidente che la sua recezione del Concilio era stata disastrosa. Paolo VI parlò del fumo di satana entrato nel Tempio di Dio. Giovanni Paolo I fu eletto per spalancare le finestre e farlo uscire, ma morì improvvisamente. Giovanni Paolo II mise ordine nel caos lasciatogli da Montini senza fare marcia indietro sui principi, come invece Paolo VI aveva pensato di fare negli ultimi anni, quando addirittura meditava di restaurare i poteri inquisitoriali dell’ex Sant’Uffizio, diventato nel frattempo Congregazione per la Dottrina della Fede. Benedetto XVI, che abrogò la scomunica per i presuli lefebvriani per facilitare l’unione tra le due Chiese e che era molto sensibile al tema della restaurazione liturgica e della chiarificazione dei presupposti della teologia conciliare, poteva essere il Papa della riunificazione.
Ma la Fraternità San Pio X non aveva nessun interesse a rientrare in una Chiesa che le offriva cose che essa già aveva. E infatti rimase fuori. Come si vede, lo scisma lefebvriano è uno scisma esclusivamente religioso. In esso non entra nemmeno la questione, assai viva in altri gruppuscoli tradizionalisti, come i Palmariani, della successione petrina. La Fraternità non ha mai contestato la legittimità dei Papi da Giovanni XXIII in poi, né ha tentato di eleggersene uno proprio; ha invece rigettato il loro magistero, perché contrario al suo modo, mummificatorio, di intendere la Tradizione. Altro dato evidente, nessun elemento politico è entrato nella contestazione tra lefebvriani e cattolici.
Ora veniamo a Carlo Maria Viganò. Forse i lettori ricorderanno la mia inchiesta sul vatileaks. Egli figurava da sempre tra i nemici di Ratzinger. Eminente diplomatico, fu allontanato da Roma per le sue critiche alla gestione del Governatorato dello Stato della Città del Vaticano, dov’era stato Segretario, e inspiegabilmente mandato come Nunzio Apostolico a Washington, dove strinse cordiale amicizia con Barack Obama. Iniziato il vatileaks, le sue mail a Bertone e a Benedetto XVI sulla presunta corruzione in Vaticano arrivarono alla stampa, senza che egli le smentisse o le ridimensionasse.
Avendo abdicato Ratzinger ed essendo arrivato Donald Trump alla Casa Bianca, Carlo Maria Viganò divenne il guru di tutti i nemici di Bergoglio, rinfacciandogli le connessioni coi mondialisti –nemici di Trump – e non perdonandogli nulla in materia di disciplina, così da assumere i connotati di un arciconservatore, se non di un reazionario, fustigatore di tutti i difetti del nuovo Papato. Nonostante dichiarasse esplicitamente che Francesco fosse un Papa illegittimo, nessuno in Vaticano prese stranamente provvedimenti contro Viganò. Il monsignore poi, silenziosamente, ha abbracciato le posizioni più drastiche, che nemmeno Lefebvre ha fatto mai sue e tantomeno i Palmariani. Ha rigettato il Concilio, ha dichiarato vacante la Santa Sede, si è fatto riconsacrare vescovo perché asserisce che la Chiesa Cattolica ha perso la successione apostolica. Ha fondato un suo gruppetto scismatico in quel di Viterbo, ma sembra abbia rotto anche con loro per eccesso di zelo. Insomma si è radicalizzato a tal punto da rimanere isolato anche nella galassia delle destre cattoliche.
Ora il Vaticano lo chiama a rispondere di eresia e scisma e, onestamente, nelle sue dichiarazioni ci sono l’una e l’altro. La domanda è: perché solo ora? Forse alla vigilia di un ritorno di Trump alla Casa Bianca, visto che il Donald ossigenato è stato presumibilmente un protettore del ribelle, che ora potrebbe avere nuovo propellente? O forse perché con Fernandez al Dicastero della Dottrina della Fede – ultimo maquillage onomastico del Sant’Uffizio, oramai depotenziato e ridotto ad elargire benedizioni alle coppie gay, purché siano fatte in sagrestia – il Papa ha avuto una sponda che lo sostenesse nella lotta contro un contestatore che forse aveva mantenuto legami segreti con la Segreteria di Stato, dove tanto si fece contro Ratzinger e, quindi, per spianare la strada del pontificato ad un ignaro Bergoglio, prossimo in Argentina al pensionamento? O forse perché, semplicemente, solo di recente Viganò ha preso posizioni coerentemente scismatiche e la lentezza elefantiaca delle procedure, oramai garantiste, del Vaticano ha dilatato i tempi fino ad oggi?
Non lo sappiamo. Quel che sappiamo di certo è che Viganò e Lefebvre non sono la stessa cosa. Il primo è un avventuriero ben informato su scene e retroscene, il secondo invece è stata una personalità discutibile, come tutti i conservatori che mettono sé stessi al di sopra della medesima Tradizione che dicono di difendere, ma autenticamente religiosa. Per questo la Fraternità San Pio X è un corpo ecclesiale vivo, con cui è necessario dialogare da parte della Chiesa Cattolica, mentre Viganò non ha fondato alcun gruppo e, se lo facesse, durerebbe poco. E per questo la Fraternità non ha solidarizzato con Viganò: il suo sedevacantismo, reale o fittizio, è troppo estremista per i seguaci del Piccardo che fu scomunicato dal Polacco.





