
di Maccabeo
Fa discutere il caso della pubblicità delle patatine Amica Chips, nella quale alcune suore si mettono in fila per ricevere l’eucarestia e viene loro data una patatina fritta della suddetta marca al posto della particola consacrata.
Inutile dire che la pubblicità ha creato scandalo (esattamente ciò che il pubblicitario cercava, sottolineerei), cui ha dato immediata risposta il Comitato di Controllo dell’Istituto di autodisciplina pubblicitaria (Iap) che «ha ingiunto le parti coinvolte di desistere dalla diffusione di tale campagna ritenendola in contrasto con l’art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona – del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale, secondo cui: ‘La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose’».
L’episodio può – e a mio avviso deve – essere motivo di riflessione. E tale riflessione va affrontata da tre punti di vista: estetico, etico e di diritto.
Dal punto di vista estetico, si tratta di un’operazione di dubbio gusto, volgare: ma è appunto qualcosa che ha a che fare con canoni che potremmo definire estetici, la cui violazione, a quanto mi consta, non è (ancora?) prevista dal codice penale.
Dal punto di vista etico, si tratta di una forma di blasfemia, e offende la sensibilità dei cattolici. Tuttavia, il tema della protezione della sensibilità di un gruppo che non deve essere lesa mi sembra un argomento quanto mai pericoloso. La sensibilità è per sua natura personale, e non si capisce perché si dovrebbe rispettare la sensibilità dei cattolici, e non quella, si fa per dire, di un pastafariano. Si potrebbe sostenere, e molti di fatto sostengono, che il motivo è che il nostro è un Paese a maggioranza cattolica. Ma io mi sento di mettere in guardia gli stessi cattolici dall’usare un simile argomento. Quando dovesse capitare – e potrebbe essere nel giro di pochi decenni, stando all’attuale trend – che gli islamici diventino maggioranza nel nostro paese, ci ritroveremmo a dover rispettare la loro sensibilità, ben diversa dalla nostra. E quando dicono “nostra” non parlo certo da cattolico, ma da una inequivocabile collocazione culturale, figlia dell’Illuminismo, che nulla ha di razzista, ma che ha dischiuso i lumi della ragione per diradare le nebbie di ogni oscurantismo. Dunque, io ancora una volta, in nome della Libertà – io che mai pronuncerei una bestemmia – difendo quella volgare pubblicità di Amica Chips.
Dal punto di vista del diritto, infine, il tema di fondo è se la blasfemia debba essere un reato oppure no.
L’art. 724 del Codice Penale dice(va) che «Chiunque pubblicamente bestemmia, con invettive o parole oltraggiose, contro la Divinità o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato (sic!), è punito con la sanzione amministrativa pecuniaria da lire centomila a seicentomila». Tuttavia, la Corte Costituzionale, con sentenza 18 ottobre 1995, n. 440 ha dichiarato «l’illegittimità costituzionale dell’art. 724, primo comma, del codice penale, limitatamente alle parole: “o i Simboli o le Persone venerati nella religione dello Stato”».
Fin qui il Codice.
Ma io continuo a domandarmi se la bestemmia debba essere un reato in un paese laico, in cui, almeno sulla carta, il peccato dovrebbe mantenersi ben separato dal reato.
Il direttore di Charlie Hebdo, in una celebre intervista, ha dichiarato che la blasfemia è l’ultima frontiera della libertà di espressione. Faccio mio questo concetto, convintamente. E non perché io sia un bestemmiatore incallito, che anzi la bestemmia mi irrita. Sarà per il mio retaggio cattolico, inevitabile per un italiano medio, oppure semplicemente perché mi pare volgare.
Ripeto: si invocano questioni quali un generico rispetto, una sensibilità personale, e si condanna il cattivo gusto di questa pubblicità. Questo è il tono degli argomenti, francamente debolissimi in un contesto giuridico, mentre hanno diritto di cittadinanza in un contesto etico o, ancor più, in un contesto “estetico”. Ma, per favore, non tiriamo in ballo la legge e la limitazione delle libertà.
Da parte mia, per quello che conta, non comprerò mai le patatine Amica Chips, non fosse altro che per mantenere nei limiti il mio colesterolo. Ma mai mi sognerei di vietare questa pubblicità.
Ovviamente queste mie considerazioni non varrebbero in uno “Stato etico”, ai miei occhi un vero obbrobrio: quello cioè in cui lo Stato (ma chi è poi lo Stato?) stabilisce ciò che moralmente buono (e lo permette) e ciò che è moralmente cattivo (e lo vieta, codificandolo in reato). E lo stabilisce in base al giudizio etico (e spesso confessionale) della maggioranza, o anche di una minoranza che abbia però in mano il potere. Mentre le leggi dello Stato, se è laico, dovrebbero al contrario essere redatte per garantire la massima Libertà di tutti, nel rispetto della Libertà di tutti.
E l’Italia, di fronte a questo bivio, che strada sceglierà di percorrere?





