di Gianvito Caldararo
Ugo Intini, prima di lasciarci ci ha donato la sua ultima riflessione su Mani Pulite. Secondo Intini, i socialisti fotografarono Mani Pulite sin dal 1983 e individuarono le degenerazioni della magistratura già 60 anni fa. La riflessione di Ugo Intini scaturisce dalle polemiche seguite all’intervista del ministro Crosetto sulla magistratura, il quale sulla stabilità del governo, dichiara: “il principale pericolo, da questo punto di vista, è l’opposizione giudiziaria”. Incalzato dal giornalista, ha poi proseguito: “A me raccontano di riunioni di una corrente della magistratura in cui si parla di come fermare la deriva antidemocratica a cui ci porta la Meloni “.
Siccome – prosegue Crosetto – ne abbiamo visto fare di tutti i colori in passato, se conosco bene questo paese, mi aspetto che si apra presto questa stagione, prima delle elezioni europee “. Le polemiche tra i politici e i magistrati arrivano a ondate, da decenni. Si litiga per un po’, si invocano i valori della Costituzione , poi non succede assolutamente nulla di significativo. Il problema della giustizia non si tratta di una battaglia di Craxi e del gruppo dirigente socialista. Ugo Intini, afferma “che non è così“. Craxi è stato il continuatore di Pietro Nenni. Nenni stesso infatti aveva capito tutto (ciò che è accaduto con Mani Pulite e ciò che sta accadendo ancora oggi) non decenni ma oltre mezzo secolo fa.
Proprio lui, ci ricorda Intini, aveva preteso, in vista del centro-sinistra, la creazione del Consiglio Superiore della Magistratura, previsto dalla Costituzione ma mai realizzato fino al 1959, per garantire proprio la indipendenza della giustizia dalla politica. Ma presto si era accorto che qualcosa non funzionava. Nenni scriveva infatti nel 1963: “L’indipendenza della magistratura va assumendo forme che fanno di quest’ultima il solo vero potere, un potere insindacabile, incontrollabile e, a volte, irresponsabile”. E nel 1974, sulla magistratura, Nenni aggiungeva: “l’abbiamo voluta indipendente e ha finito per abusare del potere che esercita. Per di più, è divisa in gruppi e gruppetti peggio dei partiti”. Apprendiamo dai suoi diari che Nenni ne parlava di questo problema con Aldo Moro, con Emilio Colombo e il ministro della Giustizia il repubblicano Oronzo Reale. Tutti concordavano, ma a quei tempi gli uomini delle istituzioni esitavano a rendere pubbliche polemiche tra i poteri dello Stato.
Sono passati 50 e 60 anni dalle osservazioni di Nenni e siamo sempre allo stesso punto. Anzi, sempre peggio, dopo le rivelazioni dell’ex magistrato Palamara. Craxi continua la sua battaglia per la giustizia affidandosi alle idee e alle iniziative di un grande giurista socialista come Federico Mancini, che già dieci anni prima di Mani Pulite del 1993, vedeva con chiarezza i fenomeni negativi che si sarebbero ingigantiti a dismisura e cioè: ” visione salvifica della giustizia, ansia di promozione sociale, violazione del segreto istruttorio e soprattutto protagonismo (incoraggiato dai giornali)”. Federico Mancini scriveva: “Il giudice missionario è spesso un uomo di scatenata energia morale. Ma giustizia e passione non vanno d’accordo o, che è lo stesso, l’entusiasmo e la disposizione ad indignarsi non sono qualità giudiziarie”. Utili al giudice – sottolineava Federico Mancini – “sono le virtù cardinali è in particolare la temperanza: che vuol dire, nella inevitabile politicità delle sue scelte, freddezza e misura e – sottolineo questa dote – capacità di resistere alle lusinghe del protagonismo”. “Il protagonismo – proseguiva Mancini – è il fattore che minaccia di trasformare la mediazione giudiziaria in una variabile impazzita della nostra forma di governo: è sempre più pericoloso, perché essendo funzionale a tendenze di lungo periodo è anche il meno labile.
Il potenziale salvifico che tanti magistrati attribuiscono al proprio lavoro ha una evidente matrice ideologica: quell’impasto di integralismo cattolico ed itali marxismo che, dopo una lunghissima cultura, si apprese nei primi anni ’70 e alimentò una serie di analisi e di proposte (l’esaltazione del caso italiano, il compromesso storico, l’austerità come porta aperta sul socialismo ecc.). Tutti agli antipodi della cultura su cui poggia la democrazia rappresentativa. Questa crociata moralistica contro il potere è stata facilitata dal proliferare di scandali, ma anche da altre anomalie del caso italiano: la presenza di una fetta di magistratura politicizzata e ideologizzata, che ha usato i codici come spada fiammeggiante contro l’establishment politico ed economico, la presenza parallela di una parte di giornalisti, altrettanto politicizzata e ideologizzata, che ha fatto da cassa di risonanza a determinate inchieste, indirizzandole e propagandandole presso l’opinione pubblica.
Compagni di lotte e di esperienze “rivoluzionarie” sessantottesche, diventati pretori e cronisti, si sono ritrovati da due parti diverse della scrivania degli anni ’70, ma con gli stessi obiettivi salvifici e purificatori ai danni di un capitalismo visto come fonte di tutti i mali. “Non potendosi cambiare le maggioranze e i governi attraverso la via maestra dell’alternanza in seguito al voto popolare, si è cercata un’altra scorciatoia: dopo la via della rivoluzione studentesca al cambiamento, dopo la via sindacale, nata con l’autunno caldo del ’69, abbiamo avuto la via ” giudiziaria”. Una via possibile, come sottolineano Intini e Mancini, “per un’altra particolarità del caso italiano: l’assoluta irresponsabilità e ingovernabilità della magistratura”. Con Mani Pulite avremo una forte sintonia politica tra la magistratura e i comunisti e tra la magistratura e certi giornali.
La battaglia dei socialisti sul tema giustizia è stata sempre coerente, nel 1987 con il referendum per l’introduzione della responsabilità civile dei magistrati (che raggiunse l’80 per cento dei sì) e il 1988 con la legge attuativa predisposta dal ministro della Giustizia socialista Vassalli (il più grande giurista del tempo). Una legge sostanzialmente vanificata nella pratica dai magistrati stessi. E come sottolinea Ugo Intini, “che però un risultato lo ebbe: quello di rendere ancora più conflittuale il rapporto tra i magistrati e il PSI”. Ma Mani Pulite ha solo reso più grave la crisi della democrazia e dell’Italia. Ora si rimpiangono i partiti. Democrazia dovrebbe significare che il popolo, con una maggioranza sufficientemente significativa, sceglie votando i suoi governi. Ma ormai è sempre meno così. E i numeri dicono altro e sono numeri devastanti.




