
In questo ormai terzo anno di guerra per procura in territorio ucraino c’è la realtà, ci sono le illusioni, ci sono le menzogne e sopra a tutto c’è la follia di una propaganda che ha come solo obiettivo quello di condizionare le persone, per far loro credere che le illusioni siano realtà e che le dichiarazioni siano verità.
“Vinceremo”, ha ribadito Zelensky durante la cerimonia commemorativa all’aeroporto militare di Gostomel, vicino Kiev, teatro di una battaglia chiave con i russi nei primi giorni dell’invasione.
Vincere? Con quali uomini, con quali armi, con quali munizioni?
Partiamo dagli uomini che, a differenza degli armamenti, non sono sostituibili.
Secondo il report quotidiano dell’intelligence militare britannica su X, durante i due anni di guerra in Ucraina le perdite russe sono pari e in molti casi superiori al numero di soldati inviati sul campo nei primi giorni dell’invasione: 350.000 militari russi sarebbero rimasti uccisi o feriti dal 24 febbraio 2022 a oggi. Tuttavia, Mosca è riuscita a recuperare le perdite.
“L’esercito russo – ci dice l’intelligence inglese – in Ucraina è attualmente più numeroso rispetto al 2022. I russi sono in grado di continuare gli attacchi in prima linea e applicare la strategia di logoramento per esaurire le forze ucraine”.
Stando a quanto si legge su vari report, anche se gli ucraini sono molto abbottonati, le forze armate ucraine avrebbero perso 150 mila uomini.
Attualmente l’Ucraina conta circa 23 milioni di abitanti, mentre la Russia ne conta 140 milioni.
Gli ucraini possono contare all’incirca su 500 mila uomini per il fronte, mentre i russi su un milione e 400 mila.
Sempre rimanendo in ambito di risorse umane, quale Paese occidentale è disponibile a fare la guerra alla Russia inviando le sue truppe sul terreno? Nessuno.
La conclusione è che l’Ucraina, per quanto riguarda gli uomini da impiegare al fronte, deve arrangiarsi.
La conquista di Avdiïvka è stata un vero massacro da ambo le parti con episodi di pura barbarie. Durante la ritirata gli ucraini hanno perso uomini e mezzi e hanno lasciato sul campo i feriti. Un disastro.
I russi stanno fortificando ulteriormente i territori conquistati e stanno premendo su tutto il fronte, con l’intento di raggiungere dei confini naturali che potrebbero essere quelli da spendere per un cessate il fuoco. In questa logica di logoramento fanno spendere uomini, armi e munizioni, che ormai scarseggiano.
E veniamo alla cronaca odierna che vede la firma di un accordo tra Roma e Kiev per le garanzie di sicurezza con l’Ucraina. Un accordo che “ha durata decennale ed è il più completo e importante siglato con un Paese non parte della Nato”. Così la premier Giorgia Meloni in conferenza stampa a Kiev, nell’ambito del G7.
Senza aggiungere dettagli sull’impegno economico per l’Italia, Giorgia Meloni ha poi spiegato: “Continuiamo a sostenere l’Ucraina in quello che ho sempre ritenuto il giusto diritto del suo popolo a difendersi. Questo presuppone necessariamente anche il sostegno militare perché confondere la tanto sbandierata parola pace con la resa, come fanno alcuni, è un approccio ipocrita che non condivideremo mai”.
La pace non è la resa? Giusto. Confondere la resa con la pace è ipocrisia? Si. Ma è altrettanto ipocrisia continuare a illudere Zelensky che vincerà questa guerra per procura. Il sostegno che viene promesso è finto, in quanto impossibile.
E allora, per non raccontarci favolette, l’Italia, così come la maggior parte dei Paesi europei di armi e di proiettili non ne ha. In questi giorni, in chiave emergenziale, si stanno raccattando in Europa tutte le munizioni ancora disponibili, ma la produzione bellica europea non è in grado di soddisfare, nel modo più assoluto, le esigenze dell’Ucraina.
E allora i politici che continuano a fare proclami e a deliziarci con affermazioni di principio, sono fuori dalla realtà? Sì. Raccontano balle.
L’Ucraina, in queste settimane, ha perso la possibilità di interdire i cieli alla Russia e secondo alcuni analisti ben informati non passeranno molti giorni che sarà conquistata anche Robotine.
I russi puntano ad allontanare dalle loro strutture logistiche, in particolare le ferrovie, le forze armate ucraine, alle quali ora viene consigliato di posizionarsi in una logica di difesa.
In questo contesto, la signora Ursula von der Leyen è riuscita a fare ancora una volta gli interessi delle aziende tedesche, in questo caso belliche, inventandosi, nel frattempo, una sorta di commissario alla Difesa europeo per un immaginifico esercito europeo che non si sa bene come si porrebbe nei confronti della Nato.
L’esercito europeo presuppone un’industria bellica comune che non c’è. Prova ne sia, tanto per tornare all’Italia, che stiamo comperando i Leopard dalla Germania, mandando alle calende greche il progetto di un carro europeo. Idem dicasi per il Tempest, che l’Italia costruisce con inglesi e giapponesi, alla faccia dell’Europa. Altri esempi non mancano.
In Europa ognuno fa per sé e chiacchiera in comune.
Se passiamo alle sanzioni c’è da vergognarsi. Mentre si continua a blaterare di sanzioni alla Russia, i Paesi europei hanno importato ed esportato di tutto e di più, sia direttamente, sia attraverso le triangolazioni.
Vogliamo parlare di ipocrisia? Eccola.
Volevamo spezzare le reni alla Russia (una volta era la Grecia) e la Russia sta vincendo sul campo di battaglia, ha un Pil in crescita del 2,1%, mentre l’Europa langue.
La Germania ha un’economia in caduta libera e Macron, che le sta perdendo tutte, a cominciare dall’Africa, fa il furbetto e non partecipa al G7 di Kiev.
Il presidente francese Emmanuel Macron, dicono fonti dell’Eliseo, non partecipa alla videoconferenza del summit del G7, presieduto dalla premier Giorgia Meloni.
A parte lo sgarbo alla Meloni e all’Italia, è puerile la scusa: Macron è impegnato “per tutto il giorno” al Salone dell’Agricoltura nel tentativo di placare la crisi dei trattori.
Se questa è la solidarietà francese a Kiev altro che vittoria.
Il pupillo dei Rothschild è impegnato con i trattori. Tanti saluti a Zelensky e alla Meloni, con la quale, evidentemente, non riesce minimamente ad avere un rapporto civile.
Questo è lo scenario di un’ipocrisia diffusa che si sviluppa in uno scenario drammatico che ha una sola possibilità di finire: una tregua alla coreana. Non è la pace, ma è una soluzione realistica.





