
Il rispettabilissimo alto funzionario italiano ed europeo, Mario Draghi, è stato incaricato da Ursula von der Leyen di presentare le linee guida sulla competitività e l’innovazione nell’UE. Il lavoro costituirà una guida per le scelte politiche dei governi europei, e sarà reso pubblico un paio di settimane dopo le elezioni europee d’inizio giugno e poco prima del Consiglio che dovrebbe nominare i nuovi vertici istituzionali dell’UE in scadenza entro la fine del 2024. Che Draghi sia il più probabile candidato alla guida del Consiglio, al posto del belga Charles Michel, è cosa abbastanza nota. Che la tedesca Ursula von der Leyen si sia autocandidata a succedere a se stessa è anche cosa nota, ma non è affatto probabile che la sua autocandidatura sarà accettata dai governi nel Consiglio europeo e soprattutto che riesca a cucire una nuova maggioranza che la sostenga nel Parlamento europeo dopo il voto di giugno. Intanto, Draghi fa filtrare elementi delle sue linee guida (il 15 febbraio in occasione del conferimento del Paul A. Volcker Lifetime Achievement Award nel contesto della 40th Annual NABE Economic Policy Conference “Navigating Geopolitical Turbulence and Domestic Uncertainty”, e il 24 febbraio a Gand durante la riunione dei ministri delle finanze europei riuniti nell’Ecofin). Invece, Ursula von der Leyen, che si è vista negare la possibile nomina a Segretario generale della NATO dall’amico Biden che le ha pubblicamente preferito il liberale olandese ed ex primo ministro Mark Rutte, straparla di un piano europeo per la difesa e gli armamenti che l’ha fatta entrare in collisione con gli attuali vertici NATO. Intanto, è cosa nota che la maggioranza dei grandi programmi europei che erano al centro della Commissione von der Layen – dal green alla salute – sono stati di fatto congelati (shelved, cioè messi su uno scaffale) mentre i relativi fondi vengono ridiretti per il sostegno all’Ucraina e per le fumose iniziative europee di sicurezza e difesa. Anche in questo caso la von der Leyen si è attirata le critiche della potente associazione tedesca degli industriali della difesa che hanno dichiarato l’inutilità dei propositi della von der Leyen che propone un fondo comune europeo la cui entità è inferiore già al solo piano tedesco di 100 miliardi per la difesa e che entrerebbe in conflitto con la NATO oltre a duplicare, con ritardi di almeno due anni, la già esistente Agenzia europea per l’Armamento (EDA). In pratica, alla von der Leyen è stato detto che la sua sete di accentramento di poteri (power grabbing) non sarà soddisfatta. A questo si aggiunge l’insoddisfazione sui magri risultati raggiunti dal piano di ripresa e resilienza (l’italiano PNRR) è palpabile tra i funzionari e i diplomatici europei.
Il problema vecchio è che l’UE è composta da consolidati Stati-nazione che hanno tutti gli strumenti di sovranità per risolvere questioni alle quali l’UE apporta assai poco, se non un aggravio regolamentare e varie limitazioni. In pratica, gli Stati europei intendono applicare all’UE il principio di sussidiarietà rovesciato: l’UE è utile quando gli Stati concordemente esprimono una volontà politica in tal senso, senza automatismi e neppure auto attribuzioni di competenza (difesa e salute, ad esempio). Ciò significa che non esiste più una volontà politica ad una maggiore integrazione europea e ad un’ulteriore delega di poteri statali alla Commissione europea. L’epoca da Maastricht a Lisbona, che portò alla precipitata attuazione dell’euro, non si ripeterà. Invece, Draghi, che è diventato noto al pubblico proprio in quell’epoca globalista (1992-2011), insiste con un progetto di futuro che è vecchio nella sua concezione e nelle possibili soluzioni proposte. A corto di idee, la von der Leyen si appropria delle idee di Draghi disegnando già i contorni della “sua” prossima, ma ipotetica, Commissione europea. Ne Draghi né la von der Leyen si accorgono che la globalizzazione è diventata matura, cioè non avrà ulteriori momenti espansivi, e che al globalismo (unilaterale) si sono opposti quasi tutti i paesi del mondo e taluni membri dell’UE. Il mondo è drammaticamente cambiato, invece l’UE e i suoi funzionari sono fermi al passato che, ne siamo sicuri, non tornerà più.
Com’è tradizione storica, la ricetta dei liberali conservatori ai problemi dettati dalle “transizioni” (innanzi tutto tecnologiche, e quindi sociali, economiche e di potere) è sempre la stessa: aumentare enormemente gli investimenti pubblici nel settore della difesa e dell’armamento. Fu così dal 1905 and 1942 in Europa. I tragici risultati di sconfitta si conoscono. In realtà è stato così anche per gli USA e l’URSS dal 1953 al 1989 con la conseguenza che l’URSS si auto dissolse e gli USA tentarono di salvarsi con le ricette clintoniane del tecno globalismo unilaterale infrantosi con la crisi finanziaria del 2006. Da allora si naviga a vista, tutti, Russia e Cina incluse. E’ anche noto che tutte le economie di guerra – ormai è la situazione comune agli USA, all’UE, alla Russia, alla Cina, all’India, e a gran parte del resto del mondo – drenano le risorse pubbliche, quelle del benessere comune, e il risparmio dei privati, a favore di poche élite politico-industriali-bancarie (che detengono i brevetti, producono e accumulano capitali) sostenute da fantomatiche narrazioni patriottiche e identitarie caratterizzate sempre dall’identificazioni di “nemici” esistenziali. L’obiettivo non comunicato non è “vincere” (le guerre che sperano di non dover mai fare) ma è di ristrutturare la distribuzione del potere interno delle società, cioè un progetto di ingegneria sociale ed economica che quasi sempre è di “restaurazione” (o almeno così si augurano). Per dirla con vecchie parole ormai in disuso, l’obiettivo è di garantire la perpetuazione del potere da parte del blocco sociale dominante.
E in tal senso pensa anche Draghi che da bravo “funzionario” serve alla perfezione gli interessi del blocco sociale dominante: “Negli ultimi anni si sono verificati molti cambiamenti profondi nell’ordine economico globale. Questi cambiamenti hanno avuto diverse conseguenze. Una di queste è chiara: in Europa dovremo investire una somma enorme in un tempo relativamente breve” (…) “E non vedo l’ora di iniziare questa discussione per sapere cosa pensano i ministri delle Finanze e cosa stanno preparando su come finanziare queste esigenze di investimento. Qui non mi riferisco solo al denaro pubblico, ma anche al risparmio privato. Come verrebbero mobilitati questi risparmi privati in misura molto maggiore rispetto al passato”.
I pilastri della prosperità secondo Draghi: “Quando guardiamo ai nostri principali concorrenti, e agli Stati Uniti in particolare, il divario è ovunque: produttività, crescita del Pil, Pil pro capite. Perchè? Ci sono tre serie di fatti: l’ordine economico globale in cui l’Europa ha prosperato è scosso; facendo affidamento sull’energia russa, sulle esportazioni cinesi e sulla difesa degli Stati Uniti, questi tre pilastri sono meno solidi di prima; la velocità nell’intraprendere la transizione verde sta imponendo un’esigenza di velocità nel cambiamento delle nostre catene di approvvigionamento e la velocità di cambiamento imposta dall’intelligenza artificiale nel digitale”(…) “I bisogni delle transizioni verde e digitale sono stimati in almeno 500 miliardi di euro l’anno, a cui va aggiunta la difesa, gli investimenti produttivi. Il divario dell’Ue rispetto agli USA si sta allargando soprattutto dopo il 2010. Agli Usa sono serviti due anni per tornare ai livelli precedenti, all’Ue 9 anni e da allora non siamo saliti. C’è un gap di investimenti dell’1,5% del Pil pari a 500 miliardi di euro”.
Il razionale del Draghi pensiero è nella sua analisi del fallimento delle ricette tecno-finanziarie della globalizzazione clintoniana: “Contrariamente alle aspettative iniziali, la globalizzazione non solo non è riuscita a diffondere i valori liberali – democrazia e libertà non viaggiano necessariamente insieme a beni e servizi – ma li ha anche indeboliti all’interno dei paesi che ne erano stati i principali sostenitori, finendo anzi per alimentare la crescita di forze che guardavano maggiormente alla dimensione interna. Presso l’opinione pubblica occidentale si è diffusa la percezione che i cittadini fossero coinvolti in una partita falsata, in cui milioni di posti di lavoro venivano spostati altrove mentre i governi e le aziende restavano indifferenti”. A ciò aggiunge una pesante critica al modello economico della Germania (che è quello europeo da Maastricht in poi): “se è vero che stiamo entrando in un’era di maggiori rivalità geopolitiche e relazioni economiche internazionali più transattive, i modelli di business basati su ampi surplus commerciali potrebbero non essere più sostenibili politicamente”.
Sul piano delle soluzioni, Draghi prefigura una ristrutturazione verticale del sistema economico e delle politiche fiscali europee: “Le richieste di coordinamento tra politiche probabilmente aumenteranno, ed è un qualcosa per cui l’architettura della nostra politica macroeconomica non è progettata. (…) Tuttavia, è importante ricordare che l’indipendenza non deve significare separazione, e le diverse autorità possono unire le forze per aumentare lo spazio politico senza compromettere i rispettivi mandati. Lo abbiamo visto durante la pandemia quando le autorità monetarie, fiscali e di vigilanza bancaria hanno unito le forze per limitare i danni economici dei lockdown e prevenire una recessione deflazionistica”.
Tra le soluzioni prospettate, ecco la più dirompente sul piano politico-sociale (una sorta di URSS euro-atlantica in salsa liberale): “nelle condizioni attuali, una strategia coerente di policy dovrebbe avere almeno due elementi. Deve esserci un percorso fiscale chiaro e credibile che si concentri sugli investimenti e al contempo, nel nostro caso, preservi i valori sociali europei. Questo darebbe alle banche centrali maggiore fiducia nel fatto che la spesa pubblica oggi, aumentando la capacità di offerta, porterà a un’inflazione più bassa domani. In Europa, dove le politiche fiscali sono decentralizzate, possiamo anche fare un ulteriore passo avanti finanziando una quota maggiore di investimenti in modo collettivo, a livello di Unione. L’emissione di debito comune per finanziare gli investimenti amplierebbe lo spazio fiscale collettivo a nostra disposizione, allentando così almeno in parte la pressione sui bilanci nazionali. Allo stesso tempo, poiché il modo di spendere dell’UE è più programmatico – spesso su un orizzonte pluriennale – investire a livello di Unione rappresenterebbe un più forte impegno a far sì che la politica fiscale sia in ultima analisi non inflazionistica, il che si potrebbe riflettere nelle proiezioni delle banche centrali sull’inflazione a medio termine”.
Non è un caso che Draghi conclude il suo ragionamento trattando da dementi le persone che vogliono essere valorizzate all’interno dei loro sistemi democratici nazionali ma che vanno “guidate” da leader responsabili. Come da vecchi copioni del potere, Draghi agisce sulle paure delle persone che, disorientate dall’incertezza del futuro, non capiscono l’urgenza di affrontare scelte necessarie per proteggerci dai cambiamenti del clima, dalle minacce di autocrati nostalgici o dalla nostra indifferenza alle conseguenze sociali della globalizzazione.
Insomma, il nemico è là fuori e i leader responsabili vi hanno ascoltato e capito ma vi domandano di agire insieme per progettare il nostro futuro comune. Riecheggiano i propositi degli anni di Weimar… per ora nella concezione salvifica delle tecnocrazie.





