Home Politica estera TRUMP: CONTRORDINE EUROPEI! TANTO I GAZZETTIERI ROSSI CI SONO ABITUATI

TRUMP: CONTRORDINE EUROPEI! TANTO I GAZZETTIERI ROSSI CI SONO ABITUATI

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di Lucio Leante

Ora che, con Donald Trump, Washington, il centro dell’Impero, sta per ordinare il “contrordine” e sta cioè per cambiare radicalmente la politica americana all’interno ed all’esterno, i capi dei governi europei, alla periferia dell’Impero, stanno davanti ad un dilemma intrigante: si adegueranno (gradualmente certo!) al nuovo corso? o si sono talmente compromessi con il loro elettorato fino al punto di vedersi costretti, per non perdere la faccia, a perseverare nella vecchia direzione rischiando uno scontro con il nuovo sovrano imperiale? Come reagiranno poi i dirigenti della sinistra europea e i loro corifei che dalla fine della guerra fredda in poi hanno fatto della politica del Partito democratico americano e soprattutto della sua ala sinistra radical e liberal, la loro stella polare? 

Donald Trump a presidente degli USA, stando alle sue dichiarazioni, sembra radicalmente alternativo a Biden su tutti i dossier politici più importanti: in particolare sulla NATO (e sulla guerra russo-ucraina), sulla politica commerciale (i dazi), sull’immigrazione, sulla transizione verde, sull’atteggiamento verso i “diritti” civili delle minoranze, in particolare quelle LGBTQIA+ e, quindi, su temi come i matrimoni gay, l’aborto, la gestazione per altri, le transizioni sessuali dei minori eccetera.

In questo articolo esaminerò solo alcuni dei temi summenzionati: la Nato, la guerra in Ucraina ed i dazi che The Donald vorrebbe imporre anche alle merci europee, oltre che a quelle cinesi.  In primo luogo, laddove Biden e i suoi predecessori hanno considerato l’alleanza euro-americana – e in primo luogo la Nato- come uno degli assi principali della politica estera americana, Trump ha mostrato invece di non considerarla essenziale e strategica. E ciò fino al punto di non escludere un disimpegno di Washington dalla Nato, o almeno rispetto a quei paesi dell’Alleanza che continuassero a non partecipare adeguatamente al “burden sharing” (“condivisione degli oneri”), aumentando le loro spese militari fino al 2% del rispettivo PIL- come concordato da tempo nell’ambito dell’Alleanza Atlantica.

Finora e cioè fino a Biden l’inadempienza delle capitali europee rispetto a quell’impegno, nonostante le ricorrenti e frequenti rimostranze americane, è stata sostanzialmente tollerata da Washington perché quell’inadempienza veniva considerata secondaria rispetto all’obbiettivo strategico precipuo e prioritario della politica estera americana dopo la guerra fredda: evitare a tutti i costi una convergenza strategica tra l’Europa e la Russia e impedire la formazione di un polo euro-asiatico che, prima o poi, priverebbe gli USA del loro status attuale (vigente dalla fine della guerra fredda) di unica superpotenza globale. I maggiori paesi europei ci hanno “marciato” e sono stati ben felici di poter continuare a comprare burro (cioè welfare e pensioni anticipate) invece di cannoni, tanto alla sicurezza in Europa ci pensava Washington!

E’ evidente che la minore importanza strategica che Trump attribuisce a quell’obbiettivo geopolitico, considerato strategico e prioritario, da Biden e da tutti presidenti americani suoi predecessori, modifica profondamente la postura americana rispetto alla guerra russo-ucraina. Quest’ultima è stata usata, infatti, da Biden anche come un’occasione per distaccare completamente, economicamente e politicamente, l’Europa dalla Russia a cominciare dall’interrompere le forniture energetiche russe ai paesi europei. Gli USA a tale fine sono giunti fino al punto di consentire (e forse anche ispirare e dirigere) l’azione coperta (di agenti ucraini ed altri) che ha provocato nel settembre del 2022 l’esplosione sottomarina ai gasdotti Nord Stream 1 e 2 i quali, nell’aperto e più volte manifestato disappunto di Washington, portavano il metano russo in Germania e di lì in altri paesi europei. Questi ultimi, da bravi vassalli, hanno ingoiato il rospo tacendo e sopportando in silenzio le conseguenze economiche (non solo quelle inflazionistiche) della azione americana per evitare ritorsioni americane e sperando in benefici futuri.

La diversa postura strategica di Trump modificherà l’intera valutazione americana della guerra russo-ucraina che Biden considerava strategica, impegnandosi politicamente con decisione, impegnando risorse militari e di intelligence e investendo, cioè scommettendo, decine di miliardi di dollari sulla vittoria dell’Ucraina in una guerra per procura di lunga durata con la Russia di Putin.

Le sanzioni economiche non hanno funzionato e la guerra ha avuto esiti militari imprevisti ed opposti.

 E’ fallito anche l’obbiettivo politico massimo su cui contava Biden: la caduta di Putin ad opera di un rivolgimento interno che  avrebbe comportato – almeno nei probabili calcoli americani- la possibile disgregazione della Federazione russa (costituita da 22 repubbliche autonome, dove vivono circa 200 gruppi etnici diversi) e la conquista politica ed economica da parte di Washington dell’enorme territorio russo e delle sue ricche risorse naturali. Proprio come la caduta di Mikhail Gorbaciov comportò nel 1990-91 la dissoluzione dell’URSS e la conquista politica ed economica dello spazio ex sovietico da parte americana. I maggiori paesi europei hanno ancora una volta taciuto forse sperando di raccogliere, a fine guerra, una parte del bottino.

La politica di Biden sulla guerra in Ucraina era perciò già fallita sul campo di battaglia e sul terreno politico ed economico già prima dell’elezione di Trump il 5 novembre scorso. Ma ora, con Trump, le basi stesse della “grande strategia” imperiale o egemonica americana sul continente euro-asiatico perde improvvisamente gran parte del suo peso, oltre che la sua “testa”. Si badi che con “testa” non intendiamo il solo Biden, ma tutta una schiera di diplomatici, di capi dei servizi segreti e dirigenti politici legati ai “neocons” e votati alla causa dell’annessione dell’Ucraina alla Nato. Emblematica è la famosa sottosegretaria Victoria Nuland, che è stata a lungo (sono al febbraio del 2024) la longa manus in Ucraina di Biden sin da quando questi era il vice di Barack Obama. In quel periodo Nuland manovrò da dietro le quinte la “rivoluzione colorata” a Kiev detta Euromaidan del gennaio-febbraio 2014 (oltre che il tentativo precedente del 2004) ad opera di ONG e varie associazioni democratiche e di difesa dei diritti umani, ma anche con l’ausilio dio misterioso cecchini.

Ora il problema politico a cui devono far fronte i governi ed i partiti europei che negli anni scorsi sono stati disciplinatamente “allineati e coperti” sulla linea imposta dall’imperatore Biden è spinoso. Essi hanno investito e scommesso, oltre che miliardi di euri, tutta la loro credibilità politica sulla vittoria militare dell’Ucraina (e su quella politica degli USA). Ora si trovano letteralmente “spiazzati” dalla nuova impostazione strategica di Trump e rischiano quindi non solo di perdere la faccia nei confronti dei propri elettori, ma anche di essere chiamati dal nuovo imperatore ad un compito costoso ed ingrato, simile a quello che gli imperatori romani chiedevano alle truppe dei popoli formalmente “alleati”, ma in realtà subordinati.

Se sono vere le indiscrezioni trapelate, Trump si appresta, oltre ad imporre all’Ucraina un cessate il fuoco sulla base dell’attuale situazione territoriale bellica, ad imporre agli europei di farsi promotori in sede OSCE e di partecipare direttamente ad una (ulteriore) forza di “peacekeeping” (di mantenimento della pace) in una enorme fascia smilitarizzata (si dice “fino a 1000 Km”!), consentendo così agli USA di tirarsi fuori dalla guerra e di lavarsi le mani delle sue conseguenze politiche ed economiche.

Agli occhi di Trump questa sarebbe una prima assunzione di responsabilità degli europei circa le questioni di sicurezza del loro continente.

Agli occhi degli europei questa nuova responsabilità di portatori di pace offrirà il pretesto onorevole per presentare al proprio elettorato la improvvisa rinuncia al sacro dovere di conseguire la vittoria militare sulla Russia di Putin, considerata finora “vitale” ed in mancanza della quale – come disse Mario Draghi- in un impeto da super-falco, l’Unione europea si sarebbe “dissolta”.

In cambio di quell’impegno europeo forse Trump sarà disposto ancora per qualche tempo a tollerare l’inadempienza europea rispetto all’impegno di portare le loro spese militari al 2% del rispettivo PIL. Ma non è certo, come non è del tutto certo che la sopravvivenza della stessa NATO resterà a lungo un “must” strategico per gli USA dell’era Donald Trump come lo è stato nell’era da Bill Clinton a Biden, passando per Bush jr. (anch’egli consigliato dai neocons) e per Barrack Obama.

Prima o poi comunque gli stati europei dovranno necessariamente provvedere alla propria sicurezza che, per fortuna, non risulta realmente minacciata dalla Russia di Putin come sostiene con poco realismo la propaganda ufficiale euro-americana, ma semmai dal terrorismo internazionale come lasciano supporre certe recenti minacce iraniane.

Infine, si noti che nel negoziato su questi temi strategici potrebbe entrare anche la questione dei dazi che Trump ha minacciato di imporre alle merci europee (oltre che a quelle cinesi) al fine di ottenere un riequilibrio della bilancia commerciale tra le due sponde dell’Atlantico (come con quella USA-CINA ben più squilibriata). Trump sa che esagerare con il protezionismo doganale non conviene nemmeno a lui perché può produrre tensioni inflazionistiche che gli elettori, alle elezioni di medio termine tra soli due anni, non gli perdonerebbero, specie dopo che di quelle ha fatto un cavallo di battaglia nella sua vittoriosa campagna elettorale contro Biden-Harris. Trump potrebbe quindi concentrarsi sui dazi alle merci provenienti dalla Cina (che egli considera probabilmente l’unico e vero avversario strategico degli USA) e limitarsi a dazi minimi “di facciata” per le merci europee.

Ultimo capitolo sono i professori, gli strateghi e i giornalisti di sinistra e da talk show che, per oltre due anni, hanno scommesso bellicosamente sulla “certa” sconfitta militare, politica ed economica della Russia di Putin ed hanno ripetuto come megafoni l’equivalenza Putin-Hitler e persino gli epiteti di “macellaio” e “criminale di guerra” che da Washington venivano lanciati ad uso e consumo dei loro corifei europei (ed italiani). Su quelle balle hanno scommesso tutta la loro credibilità e la hanno perduta. Ma loro sono abituati ad avere un partito ed uno Stato-guida, e sono abituati anche ai suoi “contrordini”. Lo facevano con il partito comunista e l’URSS e lo fanno oggi con la sinistra del Partito democratico americano e con gli USA. Seguiranno la sinistra americana e, a tratti, si adegueranno a Trump, sia pure tra mille sottili distinzioni. Faranno come al loro solito, fino a quando l’ondata conservatrice proveniente dall’America non si abbatterà sull’Europa e sull’Italia. È solo una questione di tempo.

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  • Redazione

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