
di Giuseppe Augieri
Le recenti elezioni negli Stati Uniti dovrebbero servire – in qualche modo – come monito alla sinistra. «Se la sinistra è questa, la vedo veramente dura. Un’élite che parla a un’altra élite», dice Ferilli. E completa il concetto contestando l’attenzione della sinistra verso temi che – pur legittimi – rischiano di oscurare altre urgenze. Questioni come la discussione su “maschio, femmina o neutro” e sulla fluidità di genere sono diventate l’unica o la principale questione.
Questa riflessione fa da eco al giudizio di molti sociologi. Trump ha vinto, completando il passaggio della sua politica da conservatrice a populista, col consenso di un’insieme di strati sociali, anche quelli svantaggiati. Ha perso «l’élite benpensante, che parla la Neolingua politicamente corretta e si interessa più delle minoranze sessuali che di quelle economiche» come dice Hillary Clinton.
Insomma oltre oceano inizia una riflessione sul perché la sinistra sta ricevendo uppercut micidiali. Ed è forse troppo stordita per capire che ha perso una battaglia e rischia di perdere la guerra: quella del contratto sociale perché quella della gestione dell’economia e del confronto con il potere finanziario l’ha già persa, temo, definitivamente.
Io credo che questi giudizi vadano condivisi ed anche arricchiti. A mio parere, la drammatizzazione di ogni segnale contrario alle ideologie anche più estreme della sinistra, assieme alla esasperazione e radicalizzazione dei concetti che la nuova cultura sta ponendo, hanno portato la maggioranza a rifiutarsi di seguire – e fidarsi e dunque eleggere – chi queste esasperazioni ha proposto. Tra l’altro non accettando e vietando qualsiasi dialogo e confronto. Questa radicalizzazione nasce in America ed è stata esportata. L’indifferenza – o meglio il timore di differenziarsi – da parte dell’Europa e della sua cultura, anche se millenaria, hanno fatto gioco.
Così il woke (sveglio) è diventato per superfetazione “insonne”; così i principi DEI ((Diversity, Equity, Inclusion) targati Kennedy 1961 stanno evaporando nella loro applicazione; così il politicamente corretto ha assunto i toni della censura, ed inoltre da sintesi di politiche progressiste diventa cultura del boicottaggio; quest’ultima è declinata come manipolazione dell’informazione ai fini dell’impegno politico e propone non critiche alla parte avversa, non proposte ma divisioni, odio, violenza.
In America questo processo avviato e sviluppatosi è sfociato nell’elezione di Trump. Quello che assaltò, “per interposta persona”, il Parlamento. E, se avesse perso, ha fatto risuonare il pericolo di una guerra civile.
Non so quante analogie con le nostre situazioni si possono fare. Io credo che siano molte, ben più di quelle che molti avvertono. A costo di essere antipatico mi sgolerò per dire no ad avventure che sento crescere come “giuste” nella convinzione di alcuni. Per chiedere di fermarsi un attimo a riflettere. Si può vincere. Non così.





