Home Politica estera SPEZZATINO SIRIANO

SPEZZATINO SIRIANO

0

Riferimento comune delle tre religioni, non a caso dette abramitiche, ossia quella giudaica, quella musulmana e quella cristiana, Abramo è anche il personaggio biblico a cui sono stati dedicati gli accordi che portano il suo nome e che sono tesi a far sì che Israele e i Paesi arabi musulmani possano coesistere in pace, collaborando nello sviluppo del Medio Oriente.

A guardare le dichiarazioni e le prime mosse degli attori che si sono relazionati nelle ore successive alla caduta di Sadat e del suo regime, che garantiva il retroterra logistico a Hezbollah e che aveva rapporti di alleanza con l’Iran, è possibile, con tutte le cautele del caso, ipotizzare che gli Accordi di Abramo possano proseguire e che l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca possa avviare un nuovo processo di intese nell’area.

Nel frattempo la Siria sta per diventare uno spezzatino, con una parte in mano ai ribelli di Al Golani, una parte a nord che è già di fatto turca e che si sta ampliando, se consideriamo i conflitti in atto con i curdi, per creare una zona cuscinetto lungo tutto il confine della Turchia, una parte a est, nelle mani dei curdi e una parte a sud nelle mani di Israele che, con la scusa di difendere i confini con una vasta area cuscinetto, occuperà, di fatto, il territorio siriano abitato dai drusi i quali, peraltro, da sempre sono alleati di Tel Aviv.

IMG 4196

Nella cartina si può vedere la parte di territorio che Israele intende occupare. Territorio che è abitato in gran parte dalle popolazioni druse.

Le IDF (forze armate israeliane) hanno già preso il controllo della zona cuscinetto lungo il confine, compreso il versante siriano del monte Hermon e stanno bombardando le strutture di ricerca missilistica e i depositi di armi chimiche intorno a Damasco. L’IDF ha affermato che c’è un indebolimento dello spazio iraniano nella regione e dell’asse Iran-Hezbollah-Siria, ma che una forza islamico-jihadista è insorta in Siria insieme al coinvolgimento turco e curdo motivo per il quale l’IDF sta monitorando gli sviluppi.

IMG 4197IMG 4198

Nella prima cartina si può vedere, in verde azzurro, la parte della Siria già occupata dalle milizie filo turche, le quali stanno confliggendo con i curdi che, nella seconda cartina, occupano la parte giallo-verde della Siria. L’intenzione della Turchia è conquistare una zona cuscinetto lungo tutto il confine siriano-turco, al fine di evitare che i curdi del Pkk possano minacciare il territorio turco.

Al-Golani, il leader della coalizione di fazioni riunitasi con lo scopo unitario di abbattere il regime siriano, ha criticato Assad per aver permesso che la Siria diventasse un luogo per le “ambizioni iraniane”.

È del tutto evidente che ora la Siria non sarà più un luogo favorevole alle ambizioni iraniane, con un Iran ridotto ai minimi termini, privato dei suoi proxy e, probabilmente, sottoposto ad una pressione interna che potrebbe anche portare ad un’implosione del regime.

La coalizione ribelle afferma che completerà il trasferimento del potere a un organo di governo transitorio con pieni poteri esecutivi. Ciò significa che l’intenzione di chi ha in mano la regia, ossia la Turchia, è quella di instaurare in Siria un governo che porti, successivamente, ad una legittimazione attraverso elezioni.

Ovviamente lo scenario che si prospetta non è del tutto scontato.

I leader dei ribelli in Siria si chiama Abu Muhammad Jolani, fondatore nel 2012 dell’ala siriana di Al Qaida (Jabhat an Nusra) successivamente staccatosi dal qaidismo internazionale per dar vita a una forma più pragmatica di jihadismo politico con base nella regione nord-occidentale siriana di Idlib. Regione dove, nel corso degli anni la Turchia ha esteso la sua influenza politica e militare diretta, avendo già occupato ampie zone del nord-ovest e del nord-est della Siria. 

Il 42enne Jolani, originario della regione di Damasco, sebbene non abbia mai ammesso legami diretti con Ankara, è da più parti definito un agente del sistema di potere incarnato dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan.

La Turchia, pertanto, è il regista principale, dell’operazione che ha espulso dall’area siriana l’Iran e i suoi proxy, accreditandosi come punto di riferimento essenziale per i nuovi equilibri Medio Orientali.

 Forte delle conquiste sul terreno e, secondo alcuni, desideroso di accreditarsi come interlocutore del prossimo presidente americano Donald Trump, al Jolani, ha rilasciato solo due giorni fa, un’intervista alla Cnn dove ha affermato: “L’obiettivo della rivoluzione è il rovesciamento di questo regime”.

“È nostro diritto usare tutti i mezzi disponibili per raggiungere tale obiettivo”, ha aggiunto Jolani, rassicurando però le cancellerie occidentali sulla volontà delle sue milizie di non danneggiare gli interessi delle comunità cristiane e di altri gruppi non sunniti: “Nessuno ha il diritto di cancellare un altro gruppo. Queste comunità religiose hanno coesistito in questa regione per centinaia di anni e nessuno ha il diritto di eliminarle”.

Un segnale che va nella stessa direzione viene da quanto ci racconta Win World Israel News, che scrive: “In una mossa sorprendente, un ribelle siriano ha esteso un messaggio di pace e cooperazione durante un’intervista con il canale israeliano 11 dicendo: «Cari amati vicini e amici dello stato amico di Israele, non ci sarà estremismo; condividiamo la passione. Invitiamo Israele a venire in Siria e investire»”.

Non mancano segnali anche da parte israeliana. Il Times Of Israel scrive che il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rivendicato domenica il merito di aver dato il via alla catena di eventi che ha portato alla caduta improvvisa del regime di Bashar al-Assad in Siria, definendolo un “giorno storico”, in quanto l’esercito ha preso il controllo della zona cuscinetto al confine tra i due paesi.

“Questo è un giorno storico nella storia del Medio Oriente – ha detto Netanyahu durante una visita al monte Bental, al confine tra Israele e la Siria – Il regime di Assad è un anello centrale dell’asse del male dell’Iran: questo regime è caduto”.

“Questo è il risultato diretto dei colpi che abbiamo inflitto all’Iran e a Hezbollah, i principali sostenitori del regime di Assad”, ha sostenuto Netanyahu, riferendosi ai 14 mesi di combattimenti contro l’Iran, Hamas, Hezbollah e altri delegati iraniani dal 7 ottobre dell’anno scorso e ha aggiunto che “ciò ha creato una reazione a catena in tutto il Medio Oriente da parte di tutti coloro che volevano liberarsi da questo regime oppressivo e tirannico”.

Netanyahu, a questo punto, ha fatto riferimento alla politica del “Buon Vicino” perseguita da Israele al culmine della guerra civile siriana, quando il paese ha fornito cure mediche a migliaia di siriani e ha inviato migliaia di tonnellate di beni umanitari nel paese. “Centinaia di bambini siriani sono nati qui in Israele”, ha osservato in proposito il presidente israeliano.

I buoni propositi non impediscono, tuttavia, di prendere provvedimenti tesi a salvaguardare i confini di Israele e, come si è visto, ad occupare porzioni di territorio siriano.

L’arrivo delle forze dell’IDF nella zona cuscinetto in Siria e nell’Hermon siriano è avvenuto senza resistenza, in quanto i soldati siriani si sono tolti le uniformi e hanno abbandonato gli avamposti.

L’IDF ha anche detto che c’era coordinamento con tutti i partner che operano nell’area siriana e si può stimare che si tratti di un coordinamento con gli USA e la Russia.

Un aspetto interessante di questa possibile apertura di nuovi rapporti tra la Siria e Israele riguarda i Drusi.

IMG 4195

Se si guarda la cartina si vede come Damasco non sia stata conquistata dalle milizie guidate da Abu Muhammad Jolani, ma da un insieme di insorti composto in parte da drusi e in parte da militari ex fedeli di Assad e da tempo dissidenti e asserragliati nel sud, in una zona da loro controllata.

E qui si apre una partita interessante per Israele.

Secondo The Times of Israel, gli abitanti di Majdal Shams, sulle alture del Golan nel nord di Israele, sono scesi in piazza per celebrare la caduta di Assad. Mentre gli altoparlanti risuonavano canzoni patriottiche siriane, gli abitanti della cittadina araba drusa hanno accolto con favore il cambiamento politico oltre confine, affermando che porterà la pace nella regione, anche con Israele.

“Siamo parte del popolo siriano e oggi siamo molto felici – ha detto Mais Ibrahim, 33 anni, all’AFP (Agence France Presse) – Vogliamo vedere una Siria libera”. Ibrahim ha affermato che il popolo siriano “ha pagato un prezzo alto sotto il regime di Assad” e che spera che il cambiamento “metta fine alle guerre e porti la pace”.

Ci sono circa 150.000 drusi che vivono in Israele, la maggior parte dei quali ha la cittadinanza israeliana e presta servizio nell’esercito, ma coloro che vivono sulle alture del Golan, conquistate dalla Siria nella Guerra dei sei giorni del 1967 e in seguito annesse, per la maggior parte che si considera di cittadinanza siriana.

Per più di un decennio, la comunità drusa ha osservato i disordini in Siria, temendo per la sorte dei propri parenti e amici più stretti. Alaa Safadi, 52 anni, un medico il cui cognato è stato imprigionato e ucciso in una prigione siriana sotto il regime di Assad, afferma che il popolo druso è “un corpo unico”, indipendentemente dal fatto che vivano in Israele, Siria, Libano o Giordania. Safadi, che, in base a un accordo speciale tra Israele e Siria, ha trascorso sette anni a studiare a Damasco, afferma di essere stato felice di vedere Assad cadere e ha aggiunto che questo abbatta i confini fisici e le barriere culturali. “Alla fine – ha concluso – credo che entro due anni potremo andare liberamente da qui e bere caffè nei bar di Damasco”.

Fin qui le notizie positive e le dichiarazioni di speranza.

Tuttavia, se anche a un cavallo metti la parrucca e il rossetto, rimane sempre un cavallo (battuta il cui copy è del generale Paolo Capitini), la qual cosa vuol dire che Abu Muhammad Jolani è stato un membro di Al Qaeda e non è detto che abbia davvero cambiato la sua posizione iniziale.

La prova che non tutto è tranquillo è nelle colonne di siriani che si stanno recando in Libano e in Iraq.

La transizione dovrebbe essere tranquilla, con l’attuale governo, senzao l’ormai dimissionario e fuggiasco Assad, a gestire un periodo che porti alle elezioni.

Non si sono viste scene di massacri delle truppe siriane, che hanno abbandonato i loro armamenti, si sono tolte la divisa e si sono dileguate.

Non è detto, però, che tutto fili liscio. La sommatoria di milizie diverse che hanno conquistato la Siria di Assad è disomogenea e potrebbe, ad esempio, chiedere che lo Stato siriano sia retto secondo le regole della legge islamica o aprire una situazione di caos.

Da qui la cura preventiva di israeliani e americani, che stanno eliminando tutto l’arsenale disponibile nei territori conquistati, lasciando alle milizie qualche carro armato e una infinita serie di pick-up e di armi leggere, mentre aeroporti, difese aeree, depositi di munizioni e di armi chimiche sono rasi al suolo.

Gli Usa hanno effettuato, domenica, “decine di attacchi aerei” nella Siria centrale, prendendo di mira “più di 75 obiettivi” dello Stato islamico. Lo ha annunciato il  Centcom, il comando militare americano per il Medio Oriente. “Non dovrebbero esserci dubbi: non permetteremo all’Isis di ricostituirsi e di approfittare dell’attuale situazione in Siria”, ha detto il generale Michael Erik Kurilla in un comunicato del Centcom, aggiungendo che “tutte le organizzazioni in Siria dovrebbero sapere  che le riterremo responsabili se collaborano o supportano l’Isis in  qualsiasi modo”.       

“Gli attacchi contro i leader, gli agenti e i campi dello Stato Islamico sono stati condotti come parte della missione in corso per interrompere, degradare e sconfiggere l’Isis, al fine di impedire al gruppo terroristico di condurre operazioni esterne e per garantire che l’Isis non cerchi di trarre vantaggio dalla situazione attuale per  ricostituirsi nella Siria centrale”, si legge nel comunicato del  Pentagono. “L’operazione ha colpito oltre 75 obiettivi utilizzando più risorse  dell’aeronautica militare statunitense, tra cui B-52, F-15 e A-10.  Sono in corso le valutazioni dei danni di battaglia e non ci sono indicazioni di vittime civili. Il Centcom, insieme ad alleati e  partner nella regione, continuerà a svolgere operazioni per ridurre le capacità operative dell’Isis anche durante questo periodo di  cambiamento in Siria”.

La IAF (Israeli Air Force) ha rimosso armamenti e siti di produzione per garantire che il materiale non venga utilizzato contro Israele, ma il circolo magico che circonda Joe Biden non perde mai occasione per mettere benzina sul fuoco in tutti i teatri conflittuali.

Il quadro che si presenta attualmente è quello di una Siria spezzatino, con la parte ex Assad, ora in mano ai ribelli, ridotta, militarmente, ad una forza di milizie di fanteria, con qualche mezzo meccanizzato e niente più.

La Siria, come realtà geopolitica non esiste più. Esiste un puzzle di protettorati di vario genere che circondano una terra gestita da una massa di milizie dall’incerto futuro.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

Ricevi i nostri articoli via mail!

Ogni giorno i contenuti del Nuovo Giornale Nazionale sulla tua casella di posta elettronica

Non inviamo spam! Leggi la nostra Informativa sulla privacy per avere maggiori informazioni.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui