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SIAMO FUORI DI SESTO

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di Angelo Ciccarella
Mi sento a disagio nei confronti del potere e dei soldi,
e sono felice in ciò che noi chiamiamo “la strada”.
Philip K. Dick, 1978
 
Sin da ragazzetto sentivo forte la spinta verso un senso e un ordine. Cercavo disperatamente un centro (omphalos) per la mia vita, ma non ci riuscivo, anche perché non sapevo così bene cosa cercare; i coetanei lo avevano trovato facilmente il sabato sera in discoteca, chi nel tanto agognato motorino o nella ragazza/o dei sogni. Io mi sentivo ancora apolide. Poi come d’incanto ho trovato “casa” in una bottega di frutta&verdura a Viterbo: lì c’era l’autenticità. Il resto è storia. La mia mitostoria.
Il dopoguerra ha segnato una svolta per tutti, al dharma millenario che ci indicava quale via da seguire si sovrappose un nuovo modello di vita, libertario e senza argini. Grande illusione. Il sistema scolastico già mi faceva vedere la realtà con altri occhi e i miei, gli unici che ritenevo salvifici, me li bendarono. Poi intorno ai primi anni Settanta, cominciai a leggere meglio. Grazie all’incontro con un “viaggiante”, giudicai secondo ciò che sono sempre stato. E presi a vivere la vita al contrario. Sottosopra. Perché il contrario del contrario è la via giusta. Giravo in senso antiorario, come i detenuti durante l’ora d’aria. A faticare il doppio e ad essere compatito (“non capisci! Cosa credi di ottenere?”, mi dicevano), a rimanere escluso, inevitabilmente, da quello che sembrava il corretto fluire della vita.
Mi confortava seguire la Stella Polare dell’esistenza verso cui guardare. Qui è il problema. Un asse del mondo è necessario, o per conformarsi o per tentare di “spallarlo”. Le epoche o sono incardinate alla tradizione oppure minacciate da sconquassi sociali e umani, ma la bussola deve necessariamente segnare un Nord morale. Uno dei primi a rendersi conto dello sfacelo fu il bardo William Shakespeare: “Time is out of joint”, il tempo è fuori dei cardini, della giusta guida. Alludeva al tramonto di un Ordine (di un kosmos) e all’incipiente apostasia inglese. Egli intuiva che quel turbine di sangue celava non certo il male, presenza connaturata all’umano, bensì il nichilismo corrosivo e sterile dei nuovi tempi a venire.
C’è chi attende Artù redivivo, chi l’antico ordine che soppianti quello attuale dissolutivo, altri ancora sperano che gli antichi dèi si destino. Io ho ragione di credere che spetti ad ognuno di noi ripristinare l’asse, questa volta interiore. Allineandoci al Cosmo, non vuol dire rintanarci nella comoda tana di un tradizionalismo immobile, sterile, consolatorio. Vuol dire mantenerci aperti alle frequenze dell’infinito.
La strada è sempre aperta, occorre però giungere alla meta, che è quello che conta davvero.

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  • Redazione

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