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Politica italiana: populismo, qualunquismo e assenza di memoria storica

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Politica italiana

Rieduchiamoci alla politica e al rilancio dei valori del nostro modo di vivere civile, libero e democratico

Nella nostra Repubblica, continuano a nascere, prima di ogni elezione, fenomeni politici nuovi, privi di storia, di un retroterra valoriale e di culturale politica, non parliamo di quella amministrativa, ma di solito sono solo qualunquistici, con connotati tipici di chi propone un linguaggio da bar e individua un nemico da proporre.

Voglio ricordarne alcuni: Bossi, Grillo e, per ultimo, il generale Vannacci.

Di fronte a questi personaggi ci dobbiamo domandare in che misura tale trasformazione della rappresentanza politica rischia di pregiudicare il funzionamento delle istituzioni politiche e della stessa democrazia.

Vediamo come siamo arrivati ad essi: Max Weber e Schumpeter, sostennero che la società moderna impone la disuguaglianza economica e la democrazia non è altro che un metodo per decidere chi dovrà detenere il potere legittimamente e per frenarne gli eccessi.

Nella burocrazia, Weber vedeva il problema principale, in quanto corpo istituzionale imparziale e non democratico perché non responsabile nei confronti del popolo.

Quindi, non auspicava una democrazia diretta né tantomeno un sistema socialista/comunista, in quanto avrebbero potenziato eccessivamente il potere burocratico, che, comunque, è inevitabile per la stabilità del potere statale e tale stabilità porta alla prosperità economica, per cui bisognerebbe creare dei limiti al potere burocratico, senza intaccarlo eccessivamente.

Tali vincoli sarebbero stati posti con la creazione di un sistema parlamentare rappresentativo che avrebbe servito da luogo di discussione istituzionale dei conflitti e delle aspettative sociali e, inoltre, sarebbe un banco di prova ottimale per la selezione della leadership.

Questo è il modello “elitistico competitivo”, che, nonostante l’espressione del voto popolare, riteneva comunque il popolo incapace di comprendere bene le scelte politiche.

Schumpeter, nel difendere questa teoria, disse che la democrazia è il metodo politico per la selezione della leadership tra i partiti, mentre i cittadini hanno soltanto il potere di avallare o destituire il leader e il bene comune non esiste, in quanto ogni soggetto ha dei determinati interessi ed è impossibile che il sistema politico operi per il bene di tutti.

Inoltre, condividendo l’idea di Marx di un capitalismo che tende nel lungo periodo a dissolvere le basi della sua stessa esistenza affermò l’imminenza dell’avvento di un sistema democratico di tipo socialista. È evidente che il modello elitistico-competitivo intacca l’idea dell’uomo come protagonista politico, lasciando tutta la politica nelle mani di pochi esperti.

Nel ventesimo secolo, la maggior critica alla democrazia arrivò dal fascismo, che riteneva la moderna democrazia una plutocrazia di origine illuministica e subdola dittatura massonica.

In seguito alla vittoria sul nazifascismo le democrazie occidentali si sono fronteggiate con le cosiddette democrazie popolari di stampo comunista e la concorrenza fra i due sistemi è stata estesa in campo ideologico, militare, tecnologico, politico, economico e culturale.

Dopo la caduta del muro di Berlino e il crollo dei regimi comunisti in Europa orientale, le democrazie liberali si sono cullate, per un breve periodo, nell’illusione di una vittoria definitiva sui sistemi totalitari, teorizzata, in particolare, nel saggio “La fine della storia e l’ultimo uomo”, del politologo americano Francis Fukuyama.

Il comunismo sovietico, come l’attuale liberismo, sosteneva il superamento dello Stato di diritto, democrati-co o il mito di una legge imparziale tramite la vera democrazia sociale (o socialista).

Il vero diritto – diceva Marx – dev’essere “disuguale”, perché deve tener conto di bisogni diversi, è impossibile che la legge promuova la democrazia, poiché chi la elabora non sarà mai la stessa persona che la deve applicare; oppure, se si tratta della stessa persona, quella più forte (economicamente) cercherà d’imporre delle leggi la cui applicazione sarà a proprio vantaggio.

Successivamente l’operazione Mani Pulite, che portò alla fine della Prima Repubblica, ha spazzato via gran parte di quella classe politica, ma, contemporaneamente, ha consegnato il popolo italiano nelle mani dei loro epigoni, già mezze figure di quella classe politica durante la Prima Repubblica.

Dietro a quella finta rivoluzione vi furono forze che volevano delegittimare l’intero sistema politico e dei suoi strumenti democratici. L’obiettivo era quello di utilizzare strumentalmente quella crisi in modo da speculare in termini elettoralistici.

Nonostante i successivi riciclaggi di uomini e partiti, gli epigoni, imitatori dei loro maestri ma incapaci di aggiungere alcuna originalità, hanno riprodotto e amplificato lo stesso sistema – tra l’altro in modo più personale col fenomeno del leaderismo – un sistema di familismo amorale e di tribalismo socio-politico.

Così, tutti gli italiani sono stati posti di fronte a una politica che nell’autoreferenza nutre interessi innanzitutto personali, estesi solo in funzione di ciò, anche agli “amici” e che rappresenta la perversa radice che dev’essere tagliata.

Il presupposto della democrazia liberale moderna, cioè il principio della rappresentanza sembra essere ormai superato. Anche perché queste nuove forme politiche che le moderne tecnologie elettroniche e di telecomunicazioni enfatizzano, distorcono i giudizi dell’opinione pubblica.

Anche in Europa, queste forme, per lo più di estrema destra, stanno fiorendo e ne stanno cambiando le prospettive, riportandola indietro nel tempo, aggravando la crisi che era già in atto.

Il filosofo e sociologo francese, Edgar Morin, morto recentemente, esaltava come uno dei meriti più grandi dell’Europa è l’aver creato e diffuso la democrazia, ma, nello stesso tempo, metteva bene in evidenza come essa non sia un valore autonomo in sé e per sé. La democrazia non è autosufficiente, in quanto non possiede una verità che trascenda il suo esercizio e, pertanto, suppone alla base valori morali che, in quanto tali, la trascendono.

Morin scriveva:

“La democrazia non è il riflesso di un ordine divino o cosmico. Non possiede in sé alcuna verità trascendente il suo esercizio; la sua verità fondamentale è di non avere verità per permettere alle diverse verità politiche di esprimersi, confrontarsi, affrontarsi rispettandosi, cioè rispettando la regola democratica. Così, la chiave dell’idea democratica è nella sua regola. La formula che definisce la democrazia come sistema costituzionale/ pluralista è abbastanza felice se ci aiuta a concepire che la democrazia non è altro che la costituzionalizzazione di una regola del gioco pluralistico”.

A complemento di queste fini notazioni, Giovanni Sartori, a conclusione dell’ultima edizione dell’opera, “Democrazia: cosa è” scriveva:

“Nel mondo modernizzato chi oggi governa senza democrazia gioca senza legittimità. Ma anche il gioco democratico può essere giocato male. Saprà la democrazia resistere alla demo-crazia? Sì, ma a patto di giocare con più intelligenza e soprattutto con più responsabilità di quanta io oggi ne veda a giro. Sì perché il pessimismo dell’intelligenza va combattuto da un ottimismo della volontà. Ma se ci culleremo nell’illusione (irresponsabile) di un futuro ‘sicuro’, allora è sicuro che tale non sarà”.

In altri termini: l’uomo deve riacquistare quello spessore valoriale del passato che si è molto assottigliato. Oggi la cosa più difficile da imparare è proprio “il mestiere di essere uomo”.

Il filosofo e imperatore Marco Aurelio scriveva:

“Al mattino, quando non hai voglia di alzarti dal letto, ti sia presente questo pensiero: mi sveglio per compiere il mio mestiere di uomo”.

Compiere questo mestiere significa anche partecipare all’agone politico.

L’idea di partecipazione discende da un’analisi non certo oggettiva della storia repubblicana, che ci fa ritenere che la crisi della democrazia rappresentativa affondi le sue radici nell’incapacità manifestata dal regime democristiano, che ha dominato nella prima Repubblica, di realizzare pienamente il dettato costituzionale e nella cura dell’opposizione comunista a gestire principalmente il proprio potere, trascurando di portare i lavoratori alla partecipazione dei processi decisionali.

Mai come in questo periodo, con l’uomo forte al potere, con la sopraffazione, con le guerre la democrazia appare, nelle sue diverse tipologie costituzionali, vulnerabile e inclinante verso oligarchie, strutturate in poteri anche non politici, economici, sociali, mediatici, o verso governi personali.

Tuttavia, la causa della degenerazione della nostra democrazia non sono stati gli schemi politici ma sono stati gli uomini e l’attuale classe politica ne è la dimostrazione.

George Orwell nel libro “1984”:

“Raccontare deliberatamente menzogne ed allo stesso tempo crederci davvero, dimenticare ogni atto che nel frattempo sia divenuto sconveniente e poi, una volta che ciò si renda di nuovo necessario, richiamarlo in vita dall’oblio per tutto il tempo che serva, negare l’esistenza di una realtà oggettiva e al tempo stesso prendere atto di quella stessa realtà che si nega, tutto ciò è assolutamente indispensabile”.

Attualmente, dopo le varie proposte di democrazia diretta, supportate da diverse motivazioni, stanno circolando populismo, qualunquismo e la negazione della memoria storica con la nascita di leader e movimenti sempre “più nuovi” e privi di storia, ma quasi tutti con l’idea che la storia nasca con loro.

Per questo, senza voler volgersi al passato, ma va individuata una nuova formazione con i valori passati, per ricreare una nuova condizione di una cultura politica e di governo.

Qualcuno potrebbe chiedere perché? Perché, bisogna riaprire la discussione sulla politica, sui partiti, questi ultimi, quasi tutti privi di capacità di rappresentanza e, soprattutto, su chi si candida a volerci rappresentare.

I cittadini, hanno dimostrato con l’astensione al voto che aumenta a ogni elezione, che non si sentono più rappresentati né tutelati. Non possiamo lasciare che questo sentimento diventi sempre più forte, pena la fine della partecipazione.

Bisogna che ci sia un nuovo impegno che deve partire dall’assunzione della responsabilità per riflettere profondamente sullo stato di salute del nostro sistema democratico e, quindi, su tutte le diverse componenti che attengono alla sua azione, vale a dire il rapporto con il consenso, la strategia politica e la capacita organizzativa di riaffermare il diritto a partecipare.

Potrebbe facilitare questo processo una nuova formazione laica e socialista. Tanti di noi che hanno avuto questa formazione valoriale dovrebbero impegnarsi per dare un contributo concreto alla ricostruzione di una forza riformista, laica e socialista che rappresenti non solo la continuità storica del socialismo e della laicità passata, ma che sappia anche guardare al futuro in una prospettiva adeguata.

Questa, com’è la sua tradizione, deve contribuire a cambiare questa realtà di inaccettabile regresso civile, sociale e politico, ma lo deve fare presto, prima che la situazione peggiori ulteriormente.

Deve porsi il problema della proiezione politica istituzionale di questo cambiamento culturale: la frammentazione sociale, tanto diffusa irrevocabile nella nostra società ha finito per distruggere la condivisione che è stata compressa e mortificata dall’incomprensione e dalle rigidità spesso convergenti del sistema istituzionale, del sistema politico, del sistema di relazioni sociali.

Tale idea, che propongo spesso, però, resta una semplice elaborazione personale se non viene riempita di contenuti, confortata da convinzioni e da consenso. Ha bisogno anche di formare un gruppo dirigente che deve sostenere e attuare questo percorso.

Per avviare, in concreto, questo processo credo che bisogna pensare a un percorso formativo che serva a educare alla politica e a rilanciare i valori che hanno fatto in passato il nostro modo di vivere civile, libero e democratico.

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