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PLATONE, SHIVA E DIONISO

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di Carlo Di Stanislao
 
PLATONE, SHIVA E DIONISO: Divinità fra Heros e Tanathos, dissoluzione e trasformazione
 
” L’eterna lotta tra Eros e Thanatos costituisce la forma più profonda dell’ambivalenza, dell’angoscia e del senso di colpa nell’uomo”
Sigmund Freud
 
” Thanatos, l’istinto distruttivo di cui parla Freud, può essere nostro alleato: impariamo a lasciar andare le persone, le situazioni, le cose che non sono più funzionali al nostro sviluppo, per fare spazio alla vita, che si rinnova continuamente”
Tiziana Franceschini
 
Plutone, insieme ad Urano e Nettuno possiede qualità trascendentali ed assolve una funzione sia individuale che collettiva;i pianeti transaturniani simboleggiano gli aspetti universali della coscienza in cui la mente agisce partendo da presupposti che trascendono i dualismi, ad un livello tutt’ora misconosciuto da gran parte dell’umanità.
 
Plutone è quel pianeta che rappresenta la forza misteriosa che agisce in ciascuno di noi.
Una forza creativa e distruttiva nello stesso tempo.
Il suo impulso agisce in profondità e va a toccare le parti più nascoste del nostro essere, quelle che, pur appartenendo a noi, hanno un’attinenza con le forze ancestrali che ci influenzano,e con le paure e le risorse di un collettivo.
 
Quando si manifesta nella nostra vita, Plutone giunge come un turbine trascinando talvolta ondate di confusione e distruzione nella sua scia e ci chiede di cambiare oppure di affrontare le inevitabili conseguenze delle nostre azioni e delle nostre scelte.
Le fondamenta del nostro “ vecchio io “ vacillano, la stabilità viene scossa ed i sostegni ai quali ci aggrappavamo vengono spazzati via.
L’ora della rinascita è giunta.
Ma noi siamo pronti? Siamo in grado di reagire positivamente? Il più delle volte lo siamo raramente perché la nostra reazione immediata mira in genere a ritrovare i vecchi sostegni per proteggerci dal mondo sconosciuto che ci è stato improvvisamente rivelato.
 
La sua azione regola quei processi di cambiamento che sono in tutti noi, a Plutone appartiene il potere di rigenerazione e di profonda trasformazione che, tuttavia, non possono non prescindere da una qualche forma di distruzione. Non a caso lui è il principio di morte e di rinascita.
 
Il dominio di Plutone, nel mito, è sul mondo sotterraneo ed esso corrisponde, in termini psicologici, al grande serbatoio dell’inconscio. I vari livelli dell’inconscio sono il regno interiore degli archetipi e degli Dei; vale la pena ricordare che tutti i pianeti sono fondamentalmente Dei e fonte di potenti energie archetipiche, con le quali è possibile entrare in contatto ed instaurare un rapporto profondo.
 
Per raggiungere la completezza, l’integrità e la spiritualità è indispensabile abbattere le barriere interiori, trasformando così il mondo inconscio in un mondo di luce e consapevolezza; ed è un processo di evoluzione e risanamento interiore sia per l’individuo che per il mondo.
 
Il Dio Plutone è il Signore degli Inferi, dell’aldilà, dell’inconscio oscuro e si posiziona ai margini delle potenzialità globali della coscienza umana, il suo processo di “rinascita” inizia proprio dall’Io e, grazie a lui, avviene la trasformazione di quelle parti di noi che, celate nelle profondità più recondite dell’inconscio, non sono ancora giunte alla consapevolezza.
 
Plutone è il pianeta della trasformazione, è una forza misteriosa creativa e distruttiva allo stesso tempo e governa, insieme a Marte, il segno dello Scorpione.
 
In analogia a questo pianeta ne rappresenta la forza vitale, il senso del potere personale e la sessualità, tuttavia lo fa ad un livello che è al contempo superiore (ovvero più sofisticato) ed inferiore, (ovvero più profondo e sotterraneo) rispetto all’ immediatezza e alla trasparenza dell’energia, sessualità e potere simboleggiati da Marte nel segno dell’Ariete.
 
Egli abbatte le vecchie strutture mentali, fatte di ideali, di convinzioni, di rapporti ormai logori e limitanti, ovvero distrugge ciò che potrebbe ostacolare la nascita di un nuovo spirito e di una nuova vita regolando l’eterna creatività della Terra e promettendo una vita più piena in un ciclo impersonale ed universale.
 
L’influenza di Plutone sull’umanità si rivela tanto sconvolgente per la sua inesorabilità quanto per l’impossibilità di opporsi al suo processo di disintegrazione ma non bisogna vedere questa sua caratteristica in senso malvagio; il fine ultimo di Plutone è sempre la trasformazione e la rinascita dell’individuo, ed a volte perché questo accada è necessario abbandonare quelle parti di sé che impedirebbero il cammino verso l’evoluzione personale.
 
La divinità greca accomunabile a Plutone è sicuramente Dioniso, capiamo perchè.
 
Il Dio dell’ebbrezza, del confondersi dell’anima, come scandisce il coro delle Baccanti di Euripide, il Dio divorato, smembrato come i grappoli della vite, il Dio plurale e “produttore di tutte le pluralità”, come lo definì Proclo nel commento al Timeo di Platone, il Dio dai molti nomi (tra i più noti Bacco, ma anche Iacco, “ululante” nei misteri eleusini, Libero”), il Dio della maschera e del fallo, dai volti maschili e femminili oltreché umani e ferini (infante, uomo barbuto, dama velata, capro, asino, pantera ), fu, come racconta Nonno di Panopoli, un mescolatore di popoli, un liberatore di oppressi ma soprattutto un affrancatore delle donne: dalle contadine che per accorrere al richiamo del ditirambo abbandonavano la segregazione domestica alle matrone degli affreschi dionisiaci della Villa dei Misteri a Pompei.
 
Dioniso, come Plutone, incarna le energie selvagge e primordiali dell’essere umano: heros e tanathos, distruzione e rinascita.
Egli è misterioso, le sue epifanie ci parlano di una forza primitiva ed inarrestabile ma anche di una potenza “liberatoria” , dal conformismo, da ciò che si ha paura di accettare, dalla nostra vera essenza spogliata da tutte le maschere…
 
In questo si può vedere con chiarezza il parallelismo tra entrambe le divinità, che essenzialmente incarnano lo stesso tipo di misteriosa energia.
Dai soldati della spedizione di Alessandro in India Dioniso fu assimilato, non a torto, a Shiva, «Dio dell’impeto del toro e del fallo, del fremito che scuote chi è solo nella foresta di notte »
 
Anche Shiva è una figura universale, senza patria e senza tempo. 
Dice A. Danielou:“Non esiste vera iniziazione che non sia shivaita. Tutti i culti esoterici hanno carattere shivaita o dionisiaco”.
Shiva rappresenta il cuore celato di ogni iniziazione esoterica, poiché egli è la raffigurazione del potere segreto nascosto nell’uomo, ecco, dunque, perché non vi è psicologia del profondo che non tenda a ricondurre l’individuo alla riscoperta del grande Dio Shiva che è in lui.
 
Trovando Shiva in sé stesso, l’uomo conosce e risveglia il proprio potere naturale.
La polarità dell’archetipo primordiale, così potentemente ripreso nello shivaismo, corrisponde al gioco stesso del cosmo, all’antagonismo fecondo del maschile e del femminile. L’energia seminale versata nella vulva fa nascere la vita, l’armonia delle forme. E ciò appartiene alla Natura e si collega al culto della Madre, teso a utilizzare l’erotismo per perfezionare l’essere umano, sviluppandone le capacità immediate ed i poteri magici e mentali presenti in lui.
 
​Altresì Dioniso è un Dio che si mostra improvvisamente e che scompare poi in modo misterioso. Alle feste Agrionie di Cheronea, le donne lo cercavano invano, e ritornavano con la notizia che il Dio era presso le Muse che l’avevano nascosto (Otto, Dionysos, p. 79).
 
Scompariva tuffandosi nel lago di Lerna o nel mare, e riappariva -come nella festa delle Antesterie- in una barca sui flutti. Le allusioni al suo ‘risveglio’ in culla indicano il medesimo tema mitico. Queste epifanie e questi occultamenti periodici collocano Dioniso tra gli Dèi della vegetazione,in effetti egli mostra una certa affinità con la vita delle piante;l’edera e il pino sono quasi diventati suoi attributi, e le sue feste più popolari s’inseriscono nel calendario agricolo. Così Dioniso è in rapporto con la totalità della vita, come mostrano le sue relazioni con l’acqua e i germi, il sangue o lo sperma negli eccessi di vitalità che si manifestano nelle sue epifanie animali (toro, leone, capro) ; le sue comparse e scomparse inattese riflettono in certo qual modo l’apparizione e l’occultamento della vita e della morte e, in ultima analisi, la loro unità.
 
Attraverso le sue epifanie e le sue occultazioni, Dioniso rivela il mistero e la sacralità dell’unione tra la vita e la morte. Rivelazione di natura religiosa, perché si realizza grazie alla presenza stessa del dio, infatti queste apparizioni e scomparse non sono sempre in relazione con le stagioni: Dioniso si mostra durante l’inverno, e scompare nella stessa festività primaverile in cui si realizza la sua epifania più trionfale.
 
‘Scomparsa’ e ‘occultamento’ sono espressioni mitologiche della discesa agl’Inferi, dunque della ‘morte’,in effetti a Delfi si mostrava la tomba di Dioniso e anche ad Argo si parlava della sua morte,d’altronde, quando nel rituale argolico Dioniso è richiamato dal fondo del mare (Plutarco, De Iside, 35), riemerge proprio dal paese dei morti.
 
Secondo un inno orfico (n. LIII), quando Dioniso è assente si ritiene ch’egli si trovi presso Persefone, moglie non a caso di Ade. 
Ade, ovvero Plutone, come abbiamo già visto, è la divinità il cui legame con la morte e la resurrezione è indissolubile in quanto rappresenta proprio le nostre energie più profonde, quelle legate al nostro istinto di conservazione.
 
Plutone rappresenta quindi la forza creativa per eccellenza ed allo stesso tempo quella distruttiva, perché rappresenta le due differenti facce della stessa prorompente energia.
 
Non è un caso che il pianeta sia domiciliato in Ariete ed in Scorpione; l’ Ariete è il primo segno dello Zodiaco e rappresenta la nascita, la Primavera,i nuovi inizi,l’energia dell’intraprendenza, la forza cieca capace di aprire nuove porte, la potenza della rinascita dopo il freddo Inverno.
 
Lo Scorpione invece è il segno corrispondente all’Autunno inoltrato quando la natura si prepara all’inverno, periodo di piogge e di alberi che si spogliano, in cui il buio prevale sulla luce;in quest’atmosfera di apparente morte in cui la terra si prepara a riposare per poter poi risorgere.
 
Quel che è interessante notare è che questa misteriosa ed affascinante energia che possiamo trovare in connessione al pianeta Plutone non è altro che la stessa energia che è stata nel corso della storia accomunata alla divinità di Dioniso nel bacino del mediterraneo e prima ancora a Shiva in India.
 
Differenti nomi per celebrare ciò che , non dimentichiamoci , ci riguarda tutti da vicino, poiché alberga anche in ognuno di noi, e possiamo decidere di esprimerla in maniera distruttiva o costruttiva, ma che quando si esprime al meglio è fonte di meravigliosa creatività e di quella forza sotterranea che ci aiuta a risorgere dopo momenti di pesanti crisi, quando ci sembra che ormai sia tutto inutile, proprio come il simbolo della fenice che misteriosamente sa risorgere dalle sue stesse ceneri.
 
Nella teoria freudiana di Eros e Thanatos troviamo una chiave di lettura per rispondere alla nostra domanda: se si crea uno squilibrio tra le pulsioni di vita e di morte, le tendenze distruttive e auto-distruttive dell’uomo possono prevalere e divenire pericolose.
 
Che vuol dire questo se lo riferiamo alla nostra vita di oggi?
 
Sicuramente, lo stile di vita e il sistema valoriale della società capitalistica occidentale non lasciano molto spazio alla pulsione di vita. Sebbene a un livello superficiale sembra dominare il principio di piacere (“voglio tutto e subito”), a un livello più profondo le nostre vite sono povere di piacere e di amore: nella fretta perenne, non abbiamo il tempo per compiere gesti amorevoli verso noi stessi e verso gli altri. In un mondo che sacrifica Eros, Thanatos prende più spazio e diventa una forza distruttiva, che si rivolge contro di noi, contro gli altri animali e contro la Terra.
 
Se estendiamo il discorso all’essere umano come specie, la questione si fa ancora più complessa: siamo degli animali con una coscienza così evoluta da avere consapevolezza della nostra morte. Prima o poi moriremo, ma la nostra sconfinata capacità di conoscere si ferma sull’orlo di questo precipizio: non sappiamo dare un significato alla morte, un mistero che ci lascia sgomenti e impauriti. A livello psicologico, gran parte della distruttività umana è una reazione a questa strisciante paura di fondo.
 
Una risposta alla paura è la sua conversione in rabbia: come figli adolescenti che si ribellano ai genitori, opponendosi a delle regole che non capiscono, così noi siamo arrabbiati con la Madre terra, perchè ci mostra continuamente che la vita ha un termine. Facciamo le nostre rimostranze alla Terra trattandola male e rivendicando che siamo noi i padroni del mondo.
 
L’atteggiamento con cui trattiamo gli animali negli allevamenti o il modo in cui coltiviamo i terreni fino a renderli sterili sono espressioni di potere, che compensano malamente la nostra profonda insicurezza.
 
Attaccando la Terra, le urliamo contro: “Siamo i più forti, siamo diventati così intelligenti da non dipendere più da te, non abbiamo bisogno di te per sopravvivere”. La rabbia alimenta il senso di separazione e nutre un demone interiore dotato di un enorme potere distruttivo. Non è un caso che il termine “diavolo” deriva dal greco diabàllo, che vuol dire “colui che divide”.
 
Solo Eros può salvarci dalla forza distruttiva di Thanatos. L’antidoto alla paura e alla sofferenza è l’amore per la Natura, la rinnovata unione con la grande madre. La nostra rivoluzione ha l’odore del muschio, il colore delle nuvole al tramonto, il sapore di un frutto raccolto nel bosco, il suono dei nostri passi tra le foglie cadute, il piacere della pelle accarezzata dal vento.
 
Thánatos (θάνατος) è il termine greco antico per morte. Nella mitologia greca Thánatos ne è il dio e presenta caratteristiche diverse. Talvolta è descritto come irremovibile: il suo cuore di pietra non conosce grazia, ai suoi artigli non sfugge nessuno, ai prescelti taglia con il coltello una ciocca di capelli. Contrariamente a sua sorella Ker, che personifica la morte crudele, Thánatos rappresenta anche la morte dolce. Il giovinetto Thanatos con un movimento calmo abbassa in silenzio e tristemente la fiaccola della vita. La vita si spegne. Accanto a Ker, Thánatos ha altri fratelli e sorelle, gli Oneiroi, i sogni, o le Moire che filano, reggono e tagliano il filo della vita. Ma il suo gemello è Hypnos, il sonno, col quale spesso viene rappresentato in coppia. Il superamento della morte è un tema antichissimo, che si rispecchia in varia maniera nei miti classici. 
 
Sisifo per esempio riesce a imprigionare Thanatos per un certo periodo, tenendo lontana la morte agli uomini; ma alla fine tutti vengono da essa vinti. In età medievale e moderna Thánatos riceve un altro compagno e antagonista nel dio adolescente Eros, in latino Amor. Insieme attraversano i paesi e lanciano le loro frecce – d’oro per l’amore, d’osso per la morte. Talvolta le scambiano e allora i vecchi si infiammano d’amore e i giovani ad esso vengono prematuramente strappati. 
 
La tesi della “cecità” dell’amore, l’idea che esso sia espressione di istinti e sentimenti e non anche di ragione e saggezza è comunque limitata nel tempo e decisamente minoritaria. Temporalmente più lunga e sostanzialmente più consistente è la tesi ispirata alla “mutua incrementazione” (U. Curi) di amore e conoscenza in filosofia, come mostra il termine stesso di filosofia che unisce amore e conoscenza. 
 
Oltre che nel testo chiave da esplorare (il Simposio di Platone, in cui Eros, se seguiamo la sua guida verso la bellezza, può farci diventare immortali), questa tesi può essere seguita in Platone, Aristotele, Spinoza, Bruno, Pascal, Schopenhauer, Nietzsche. Una specifica declinazione del nesso eros-thánatos è costituito nella storia di Giulietta e Romeo (Piramo e Tisbe, etc.), in cui ciascuno dei due amanti è confrontato con la morte dell’amato, realizzabile soltanto inscenando una prima morte simulata di uno dei due. Imponendo una volontaria rinuncia alla vita e superando l’ostilità originaria che ostacola l’amore, quest’ultimo risulta alla fine vittorioso, amor vincit omnia. Ma dimostra anche che l’unione è indissolubile dalla separazione, la felicità dal dolore, la vita dalla morte.

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