Il festival di Venezia un mese dopo
“Passata è la tempesta” avrebbe detto il poeta e c’è voluto un po’ di tempo per riprendersi dalle emozioni, che ogni buon film sa suscitare ma anche dal disappunto di aver visto lavori inutili, incompleti, con sceneggiature a volte, incomprensibili a danno di opere delle sezioni parallele: Giornate degli autori, Orizzonti, Settimana della critica (stretto ordine alfabetico).
A proposito delle Giornate degli autori, è stato veramente doloroso non vedere più Giorgio Gosetti, mancato qualche tempo fa, artefice e direttore della sezione.
Non poter più scambiare due parole con lui, gli abbracci di benvenuto, soprattutto il saluto alla fine del festival: “ci vediamo l’anno prossimo e mi raccomando non mancare”, è stato straziante.
Chi lo conosceva bene ha sempre apprezzato la sua intelligenza, il suo “fiuto” nel trovare nuovi autori e opere che sapevano di entusiasmo, capacità, voglia di confrontarsi e di migliorarsi.
Grazie Giorgio per ciò che hai creato e per ciò che ci hai lasciato. I tuoi collaboratori continueranno a portare avanti il tuo lavoro per evitare di farci sentire orfani della tua voglia di fare bene.
Partiamo da “Naza”, il film di due registi israeliani, premio speciale della giuria.
Nel recente passato alla Mostra veneziana chi ha ricevuto il premio speciale della giuria non ha nascosto la delusione, il linguaggio del corpo e, più ancora, il corrugarsi del volto dei vari vincitori dicevano: “per la miseria, almeno il Leone d’argento me lo potevano anche assegnare; lo meritavo, altroché”.
Diverso il comportamento dei due cineasti israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor che, durante la conferenza stampa post-premiazione, si sono stretti al petto il leoncino nero elargito loro dalla giuria, mostrando di gradire molto il premio. Del resto, la pellicola in sala ha ottenuto 25 minuti di applausi; sicuramente un record.
Tutto merito del film dei due registi?
Ovviamente, la motivazione politica ha fatto aggio sulle immagini riprese. Il ministro israeliano Yossi Klein Halevi ha mostrato tutto il suo rammarico per la pellicola, parlando di rivedere la legge a favore degli aiuti statali per il cinema e invitando – si fa per dire – i due registi a uscire dal Paese. Si è arrivati anche a a dire che va loro revocata la cittadinanza israeliana.
Cerchiamo di essere più equilibrati possibile: Naza significa danni collaterali e trattare a questo modo neonati e bambini travolti dai bombardamenti effettivamente è raccapricciante.
La pellicola si chiude con le immagini di un padre disperato che cerca sotto le macerie il figlio disperso; si può considerare questa ricerca un danno collaterale?
Il film è un’intervista ai soldati che, con il senno di poi, si interrogano sugli ordini avuti dallo Stato Maggiore.
Dal 2023 in poi i 70 mila morti sulla striscia di Gaza sono definibili “negek agavi”, che, nel gergo militare, diviene, appunto, “naza”. I soldati, da lontano, vedono, sentono che quegli edifici sono abitati; è un massacro pianificato. Non ci sono dubbi però…
I due registi, alle domande dei giornalisti accreditati alla Mostra veneziana hanno asserito: “abbiamo realizzato questo film spinti dal senso del dovere di utilizzare la nostra posizione di registi e giornalisti israeliani per analizzare i meccanismi che stanno dietro al massacro di civili palestinesi di cui il nostro Paese è responsabile.
Durante questi tre anni occorsi per realizzare il progetto, ci siamo posti una domanda, come hanno fatto a suo tempo i nostri nonni: “possiamo disumanizzarci così?”.
Tutto vero, ma se la risposta è credere e affermare che Israele è il più grande criminale del mondo, qualche domanda sorge spontanea.
Significa, forse, che allora è possibile dare la caccia all’ebreo, aggredire i Rabbini, picchiare chi “osa” portare la Kippah, dare dignità all’antisemitismo.
E, sempre a proposito di domande… dimenticavo: da Hamas il film è stato apprezzato moltissimo.





