Il voto che ha consolidato il potere dei militari
Dalle elezioni controllate tra dicembre 2025 e gennaio 2026 alla presidenza di Min Aung Hlaing: cinque anni dopo il golpe, il Myanmar resta diviso dalla guerra, dall’emergenza umanitaria e da una grave crisi economica.
Cinque anni dopo il colpo di Stato del 1° febbraio 2021, il Myanmar ha completato il passaggio formale dal governo militare a un’amministrazione presentata come civile.
Ma le urne non hanno ricomposto la frattura aperta dal golpe: hanno piuttosto trasformato in assetto istituzionale il predominio delle forze armate, mentre il conflitto continua in vaste aree del Paese e milioni di persone dipendono dagli aiuti.
Le elezioni generali si sono svolte in tre fasi – il 28 dicembre 2025, l’11 gennaio e il 25 gennaio 2026 – nei territori in cui le autorità erano in grado di organizzare il voto.
In 67 dei 330 township le consultazioni non si sono tenute, soprattutto a causa dei combattimenti.
La Commissione elettorale nominata dai militari ha introdotto macchine per il voto elettronico e, per la Camera alta, un sistema misto con una componente proporzionale.
La partecipazione ufficiale è stata indicata poco sopra il 50 per cento, un dato che non comprende ampie fasce della popolazione sfollata o residente nelle zone escluse.
Il risultato era largamente prevedibile. L’Union Solidarity and Development Party (USDP), formazione sostenuta dall’apparato militare, ha conquistato 231 dei 263 seggi assegnati nella Camera bassa e 108 dei 157 seggi elettivi annunciati nella Camera alta.
A questi si aggiunge il 25 per cento dei posti parlamentari riservato per Costituzione ai rappresentanti delle forze armate. I
l principale antagonista politico, la Lega nazionale per la democrazia (NLD) di Aung San Suu Kyi, era stato sciolto dopo non essersi registrato secondo le nuove regole imposte nel 2023; altre forze di opposizione sono state escluse, hanno boicottato il voto o operano dalla clandestinità.
Il voto si è inoltre svolto sotto una legislazione eccezionalmente severa.
La legge approvata il 29 luglio 2025 contro l’interferenza e l’interruzione delle elezioni prevede pene detentive per proteste, intimidazioni e danneggiamenti; la pena di morte è contemplata quando le condotte contestate provocano la morte di una persona.
Organizzazioni per i diritti umani e osservatori indipendenti hanno interpretato il provvedimento come uno strumento di intimidazione in un contesto già segnato da arresti, censura e limitazioni alla libertà politica.
Il 3 aprile 2026 il Parlamento ha eletto presidente Min Aung Hlaing con 429 voti; il giuramento è avvenuto il 10 aprile.
L’ex comandante in capo, protagonista del golpe del 2021, ha così assunto una carica civile dopo avere lasciato il vertice delle forze armate al generale Ye Win Oo.
La continuità è evidente anche nella composizione dell’esecutivo: oltre due terzi dei ministri insediati ad aprile risultavano militari in servizio o in congedo. Più che un trasferimento di potere, la transizione ha quindi rappresentato una riorganizzazione del medesimo centro di comando.
Sul terreno, infatti, lo Stato resta frammentato. Le forze armate controllano le principali istituzioni e molti centri urbani, ma affrontano le People’s Defence Forces legate al Governo di unità nazionale e numerose organizzazioni armate etniche.
Le linee del fronte attraversano soprattutto Sagaing, Magway, Chin, Kachin, Karenni, Karen, Shan e Rakhine. Le stime territoriali divergono e cambiano rapidamente, ma concordano su un dato: dopo il 2021 il potere centrale ha perso il controllo stabile di ampie porzioni del Paese.
Nell’aprile 2026 il nuovo governo ha dichiarato la legge marziale in 60 township; nei cinque mesi successivi all’insediamento del nuovo comandante in capo sono stati documentati almeno 1.583 attacchi aerei.
Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari, nel luglio 2026 oltre 16 milioni di persone avevano bisogno di assistenza e quasi 3,8 milioni risultavano sfollate all’interno del Myanmar; una rilevazione UNHCR di agosto ha portato il dato oltre i quattro milioni.
Molte famiglie sono state costrette a spostarsi più volte.
Alla violenza si sommano le restrizioni agli accessi, la scarsità di fondi e le conseguenze del terremoto di magnitudo 7,7 del marzo 2025, che ha ucciso almeno 3.800 persone e aggravato i danni a infrastrutture, servizi e mezzi di sussistenza.
Il piano umanitario delle Nazioni Unite per il 2026 richiede 890 milioni di dollari per raggiungere 4,9 milioni di persone con aiuti essenziali.
A metà luglio era stato finanziato per il 43 per cento e gli operatori avevano raggiunto 1,6 milioni di persone entro la fine di marzo.
Il divario fra bisogni e risorse incide direttamente su alimentazione, cure, protezione e istruzione, mentre insicurezza e ostacoli amministrativi impediscono una presenza continuativa nelle aree più colpite.
Il costo economico della crisi resta elevatissimo. La Banca asiatica di sviluppo stima che nell’anno fiscale concluso il 31 marzo 2026 il PIL si sia contratto del 2,2 per cento, dopo il calo dello 0,7 per cento dell’esercizio precedente.
L’inflazione media è rimasta al 25,2 per cento; industria e servizi hanno registrato flessioni rispettivamente del 2,7 e del 2,8 per cento. Gli investimenti esteri promessi erano, a dicembre 2025, inferiori di oltre il 90 per cento rispetto ai livelli precedenti alla crisi.
L’UNDP stima inoltre che il 76 per cento della popolazione viva al livello di sussistenza o al di sotto e che 16,7 milioni di persone siano esposte a insicurezza alimentare acuta.
Uno degli obiettivi dichiarati delle elezioni era attenuare l’isolamento diplomatico. Il risultato, finora, è stato limitato. Alla fine di gennaio l’ASEAN non ha raggiunto un consenso per riconoscere il voto e ha ribadito che una soluzione credibile richiede la cessazione delle ostilità e un dialogo inclusivo.
Cina, India e Thailandia hanno mantenuto canali con Naypyidaw e loro rappresentanti hanno partecipato alla cerimonia di insediamento presidenziale, ma tale interlocuzione non equivale a un riconoscimento internazionale generalizzato.
Il nodo resta l’attuazione del consenso ASEAN in cinque punti, adottato nel 2021 e rimasto in larga parte inapplicato.
La stabilità del Myanmar non dipenderà dalla regolarità formale delle sedute parlamentari, ma dalla capacità di ridurre la violenza, aprire un negoziato con l’opposizione democratica e le organizzazioni etniche, liberare lo spazio politico e garantire accesso agli aiuti.
Finché vaste aree resteranno fuori dal controllo del governo, milioni di cittadini saranno sfollati e la competizione politica non potrà svolgersi liberamente, le istituzioni nate dal voto del 2025-2026 difficilmente potranno superare la crisi di legittimità.
Per la popolazione, dunque, il passaggio dalle uniformi alle cariche civili non ha ancora significato pace, sicurezza o ripresa.
Le urne hanno prodotto un presidente e un governo; non hanno ricostituito un patto nazionale.
È su questa distanza – tra legalità formale e consenso reale – che si misura oggi il futuro del Myanmar.


Carlo Marino, Ph.D., Journalist Stampa Estera. Direttore Scientifico della Collana di linguistica, Storia e Antropologia Eurasiatica - De Frede Editore Napoli. Il Faro di Roma, Sala Stampa Santa Sede. Correspondent of European News Agency. Reporters.de. AgoraVox.fr, Nuovo Giornale Nazionale, Eurasiaticanews.eu, La Maschera di Tespi, De Regimine Litterarum. Scrittore.


