Home Politica estera MEDIO ORIENTE. CHE CLIMA CHE FA?

MEDIO ORIENTE. CHE CLIMA CHE FA?

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di Paolo Raffone

Il 30 novembre si aprirà la COP28 negli Emirati Arabi Uniti (EAU) sotto la presidenza di Sultan Ahmed Al Jaber, ministro dell’industria e delle tecnologie avanzate e CEO della compagnia petrolifera di Stato (ADNOC). Sono attesi 70.000 partecipanti (il doppio della COP27 tenutasi in Egitto) e 200 delegazioni di Stati e organizzazioni internazionali tra le quali l’inutile trinità europea. Mentre papa Francesco e re Carlo III hanno assicurato la loro presenza, Biden, Putin, e Xi invieranno rappresentanti.

Senza i veri grandi, più che del cambiamento climatico sarà un’occasione per discutere dei nuovi riallineamenti geopolitici regionali e globali acceleratisi con le guerre di Ucraina e di Israele. Riallineamenti che passano dall’energia più fossile che green. La dominanza delle diverse energie fossili esportate, petrolio o gas naturale, cambia le prospettive geopolitiche. In questo senso la Russia gode di un privilegio particolare, poiché è attore geopolitico transcontinentale, multi energetico, minerario ed anche agricolo. L’influenza della Russia è stata rappresentata dalla recente visita (26 ottobre) al Cremlino di una delegazione di alto livello di Hamas e di Teheran, ma si manifesta anche nel rafforzato coordinamento tra Russia e Arabia Saudita in sede OPEC+ (attenta gestione dei prezzi e potenziale limitazione di esportazioni verso certi paesi) e specularmente dal coordinamento con Israele in Siria che è stata recentemente riammessa nella Lega Araba (i ripetuti e continui bombardamenti israeliani su postazioni e infrastrutture “nemiche” non incontrano alcuna ritorsione, neppure verbale, della Russia che controlla lo spazio aereo della Siria).

La dominanza delle diverse energie fossili conta anche per gli altri attori. Ad esempio, il Qatar è il più grande produttore mondiale ed esportatore di gas naturale dal quale sono accorsi in processione tutti i grandi paesi europei, senza che abbiano creato il minimo impaccio il Qatargate, le relazioni con i Fratelli Musulmani, con Hamas o con l’Iran. La Turchia ha già un ruolo quasi monopolistico di “collettore” dei gasdotti (russi, caucasici, e centroasiatici) e quindi di hub energetico europeo, ma ambisce anche ad un ruolo autonomo di produttore nel “bacino del Levante” del Mediterraneo orientale (cruciale è la questione delle ZEE). Israele, che importa circa il 70% del petrolio e gas via nave dalla Turchia, secondo il progetto americano sostenuto dall’UE avrebbe dovuto vedere il suo porto di Haifa diventare il terminale del nuovo corridoio dall’India agli UAE e attraverso l’Arabia Saudita e la Giordania (ciò spiega il senso degli accordi di Abramo). Inoltre, Israele ambisce a diventare il produttore principale di gas naturale nel Mediterraneo sfruttando la maggioranza del “bacino del Levante” senza la concorrenza della Turchia e dello Stato di Palestina/Gaza e del Libano. Ciò spiega la ratio dei piani di dislocazione dei palestinesi di Gaza e la destabilizzazione del Libano. Evidentemente un’ambizione “energetica” israeliana che si scontra con gli interessi russi, turchi, qatariani e iraniani. Per gli europei si tratta di dipendenza energetica netta, e quindi non possono esprimere nessuna influenza geopolitica che si traduce in una cacofonia di interessi nazionali principalmente diretti ad ottenere qualche licenza di sfruttamento e delle forniture energetiche o a contenere le spinte migratorie. Ad esempio, il decreto del governo italiano approvato il 3 novembre sul “piano Mattei” enumera vari ambiti di azione senza finanziamenti adeguati, ma spiccano due interessi primari nazionali come “l’approvvigionamento e sfruttamento sostenibile delle risorse naturali, incluse quelle idriche ed energetiche prevenzione” e “il contrasto dell’immigrazione irregolare”. Anche gli americani, che sono energeticamente indipendenti, possono limitarsi a gesticolazioni militari (due portaerei e navi di sostegno) che però non esprimono un’influenza geopolitica in Medio Oriente. Neppure Netanyahu gli dà troppo retta mentre i tradizionali Stati clientes arabi – i così detti “arabi moderati” -iniziano a porre vari paletti. Dopo il netto rifiuto da parte di Netanyahu delle “pause umanitarie” ventilate dagli americani, il 4 novembre Antony Blinken ha incontrato ad Amman i cinque ministri degli esteri dei paesi “arabi moderati”, Giordania, Arabia Saudita, EAU, Egitto, Qatar e un rappresentate dell’Autorità Nazionale Palestinese. Il tema centrale è “porre fine alla guerra e affrontare la catastrofe umanitaria che ha causato”. Nulla di più vago e irraggiungibile, invece di chiedere, come proposto da re Hussein, un immediato “cessate il fuoco” e la convocazione, anch’essa proposta da più parti, di una conferenza internazionale che superi le finzioni ipocrite dei “due popoli, due Stati” o l’impossibile illusoria costruzione di uno “Stato multietnico”.

Mentre altri grandi attori geopolitici globali – Russia e Cina – comprano “spazio” agli americani non resta che comprare “tempo”. Comprano il “tempo” con la liberazione degli ostaggi (numero imprecisato) e l’evacuazione degli “stranieri” da Gaza (numeri variabili tra 5-7000). In assenza di una strategia per il Medio Oriente, ed avendo subito la più grave sconfitta dopo il 1948, non resta che l’ipocrita richiesta tattica di “pause umanitarie ripetute” e l’imbarazzante richiesta (nel vuoto) di “fare di più per proteggere i civili” oppure l’inanità del dichiararsi a favore della formula (ormai impraticabile) “due popoli, due Stati”. Intanto, far uscire da Gaza le migliaia di “stranieri” occuperà la diplomazia della potenza più grande del mondo per varie settimane.

La riunione sul “clima” non misurerà la temperatura della terra ma quella del clima di guerra che ha sconvolto l’ingenuo piano americano pensato senza considerare l’importanza geopolitica del triangolo imperiale (Mosca-Teheran-Istanbul). Le rassicurazioni formali di Arabia Saudita ed EAU nel voler, per ora, perseguire il riavvicinamento ad Israele rischiano presto di vanificarsi a causa dell’impatto che la “giusta reazione” israeliana sta avendo sulle popolazioni musulmane nel mondo. Qatar e Israele ruppero le relazioni diplomatiche nel 2009, nel 2021 si allacciarono le relazioni EAU-Israele, invece, dopo la “giusta reazione” di Israele il Bahrain e la Giordania hanno richiamato i loro ambasciatori da Tel Aviv, e l’Arabia Saudita non ha mai stabilito relazioni diplomatiche con Israele. Mentre è evidente che il piano americano ha subito un chiaro colpo, l’accordo negoziato dalla Cina che ha portato al riavvicinamento di Iran e Arabia Saudita, seguito da scambi di ambasciatori e visite e consultazioni di alto livello, sembra non essere stato intaccato. Al contrario, si può vedere che sia l’Arabia Saudita sia l’Iran, e così i loro “clienti” nell’area, mantengono un profilo piuttosto pragmatico e razionale con dichiarazioni che sembrano coordinate. Si ha l’impressione che resti molto poco della pax americana stabilita nel 1945 sul Quincy e seguita dal nuovo ordine mondiale nel 1948 – creazione dell’ONU e dello Stato di Israele – mentre nuovi allineamenti multipolari emergono e finanche delle tendenze panislamiche che spengono decenni di retorica occidentalista imperniata sulla inconciliabile divisione tra sciiti e sunniti.

Israele, che è un Paese del Nordafrica, si sta isolando sempre di più. Nel 2002, Israele riuscì ad ottenere l’accredito di “osservatore” presso l’Unione Africana, ma nel febbraio 2023 è stato sospeso perché, secondo il governo del Sud Africa, quello status sarebbe “ancora più scioccante in un anno in cui il popolo oppresso della Palestina è stato perseguitato da bombardamenti distruttivi e da continui insediamenti illegali della terra”. Il movimento Fatah, guidato dal presidente palestinese Mahmoud Abbas ha dichiarato che “l’espulsione è coerente con il sostegno dell’Unione Africana al nostro popolo e ai suoi legittimi diritti”. Ovviamente, Israele sostiene, senza portare alcuna prova, che tale decisione dell’Unione Africana è stata istigata dall’Iran che avrebbe agito tramite il Sud Africa e l’Algeria. Intanto, il 2 novembre 2023, il parlamento algerino ha votato all’unanimità per autorizzare il presidente Abdelmadjid Tebboune ad entrare nella guerra tra Gaza e Israele e a dare il suo sostegno alla Palestina. Per ora, Israele intrattiene relazioni diplomatiche bilaterali con 46 dei 53 Stati africani. Ma fino a quando? Oltre a numerosi paesi dell’America Latina e Centrale che hanno ritirato i propri ambasciatori da Tel Aviv, non va sottovalutato che nel preambolo della Carta Africana dei Diritti dell’Uomo (resa operativa con l’istituzione della Corte Africana dei Diritti Umani, e dal 2019 ratificata dai 53 Stati tra i quali anche l’Egitto) i firmatari si dichiarano “Consapevoli del loro dovere di realizzare la liberazione totale dell’Africa, i cui popoli lottano ancora per la loro dignità e la loro autentica indipendenza, e impegnandosi ad eliminare il colonialismo, il neocolonialismo, l’apartheid, il sionismo e a smantellare le aggressive basi militari straniere e tutte le forme di discriminazione, in particolare quelle basate sulla razza, il gruppo etnico, il colore, il sesso, la lingua, la religione o le opinioni politiche”.

Il 3 novembre, il discorso di Hassan Nasrallah, segretario generale del partito politico libanese Hezbollah (che conta eletti in parlamento e centinaia di amministratori locali), ha stigmatizzato il principio di solidarietà con gli oppressi, precisando che le azioni di resistenza di Hamas e degli altri combattenti palestinesi per la liberazione non sono decise da altri se non dai palestinesi stessi, ma che la loro lotta di liberazione segna una fase nuova che ci rende tutti responsabili per fermare l’aggressione di Israele al popolo palestinese.

Sempre il 3 novembre, l’Organizzazione intergovernativa degli Stati Turchici (Turkic State Organization) si è riunita ad Astana, Kazakhstan, con la partecipazione dei Capi di Stato di Turchia, Azerbaigian, Kazakistan, Kirghizistan e Uzbekistan, e come osservatori l’Ungheria, il Turkmenistan e la Repubblica turca di Cipro del Nord, ed “ha espresso preoccupazione per il conflitto in corso tra Israele e Palestina, ha condannato tutti gli attacchi contro i civili nella Striscia di Gaza assediata, e ha richiesto a tutte le parti coinvolte l’immediato cessato il fuoco”. Il 4 novembre, il Ministero degli Esteri della Turchia ha richiamato il proprio ambasciatore a Tel Aviv: “Alla luce della tragedia umanitaria in corso a Gaza causata dai continui attacchi di Israele contro i civili, e del rifiuto da parte di Israele di chiedere il cessate il fuoco e il flusso continuo e senza ostacoli di aiuti umanitari, è stato deciso di richiamare il nostro Ambasciatore a Tel Aviv, Sakir Ozkan Torunlar, per consultazioni”.

Il 3 novembre, la visita del segretario di Stato americano, Antony Blinken, al premier israeliano Benjamin Netanyahu, si sia conclusa con “l’appello a fare di più per la protezione dei civili” (che non è un cessate il fuoco) e con la “preoccupazione che le atrocità dell’attacco di Hamas siano sbiadite rapidamente dalla memoria di molti”. In risposta, il governo israeliano antepone la liberazione di tutti gli ostaggi (quanti?) prima di considerare un cessate il fuoco. Come dare torto a Nasrallah che ha qualificato la reazione di Israele come “stupida” perché “si è fissata obiettivi irraggiungibili e confusi” come “eliminare Hamas” oppure “espellere i due milioni di abitanti palestinesi da Gaza”?

In un crescendo di manifestazioni pro Palestina in molti Paesi occidentali – tra le tante, il 4 novembre 300 organizzazioni hanno chiamato una marcia a Washington per il “cessate il fuoco” in Israele, si attendono oltre 100.000 partecipanti – non è difficile capire che la posizione degli Stati Uniti di “sostegno a Israele” non potrà continuare a lungo. La Francia, più della Germania e dell’Italia, cammina su una polveriera che rischia di incendiare le sue banlieue.

Se invece di stolti camerieri europei sprofondati in un mix di ipocrisia, sensi di colpa e opportunismo, ci fossero dei veri statisti europei, questo sarebbe il momento per giocare un ruolo significativo. Un ruolo che, si è visto, gli Stati Uniti non sono in grado di giocare, e non possono farlo soprattutto da soli. Quei camerieri europei andranno negli Emirati Arabi tra meno di un mese non per misurare la temperatura della terra ma per ustionarsi con le fiamme provocate dalla loro inazione. Forse si sveglieranno solo quando altri decideranno un embargo energetico contro Israele. Ma sarà troppo tardi. Se gli europei fossero capaci di rinsavire, dovrebbero urgentemente convocare una “conferenza internazionale di pace per la Palestina e per Israele” con la partecipazione di Stati Uniti, Russia, e Cina, per concordare una linea d’azione comune, una tabella di marcia, e per ribadire i principi di base del diritto internazionale. L’iniziativa potrebbe essere presa proprio dall’Italia… che, invece, ha pensato di far a meno del consigliere diplomatico di palazzo Chigi.

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