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L’ORDINE INTERNAZIONALE LIBERALE È FALLITO

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L’ordine internazionale liberale, ossia l’ordine politico unipolare nato dal collasso dell’Unione Sovietica è fallito.

Antony Blinken, segretario di Stato americano ha detto il 13 settembre scorso che il revisionismo russo-cinese “è più di una messa alla prova dell’ordine post guerra fredda. E’ la sua fine”. [1]

L’ordine ipotizzato, voluto e praticato dal Clan Clinton e perseguito dai Dem americani e dai Socialisti & Democratici europei è giunto alla sua tragica e ignobile fine.

L’azione di anni di politica estera basata sull’eccezionalismo e sulla retorica della superiorità e sull’universalità dei valori del radicalismo liberale, proprio mentre questi venivano e vengono conculcati in Occidente, ha provocato, come scrive Virgilio Ilari, “la rinascita della potenza militare e del ruolo strategico della Russia, la sfida economica e commerciale cinese, la nascita di un soggetto economico internazionale (i Brics) antagonista del G7 e, fuori dell’Unione Europea, una tendenza generalizzata al non allineamento o piuttosto al multi-allineamento”.

Al fallimento dell’ordine internazionale liberale, che ha prodotto come corollari velenosi l’ideologia green, la fuffa climatica, la ideologia woke, quella transgender e il transumanesimo, hanno contribuito centrali finanziarie e miliardari sedicenti filantropi, assai simili al filantropo descritto ne “Il racconto dell’Anticristo” di Soloviev.

Tra questi spicca George Soros, il quale, guarda caso, è nella lista dei donatori che negli anni hanno sostenuto con un fiume di denaro la galassia che sotto il velo umanitario oggi giustifica l’attacco di Hamas del 7 ottobre. George Soros, ebreo di origine ungherese, collaboratore dei nazisti in giovane età, avrebbe donato 15 milioni di dollari dal 2016 a gruppi che sponsorizzano alcune delle no profit che veicolano l’ideologia anti Israele.

Come spiega il New York Post, ha donato nel tempo 13,7 milioni a Tides Centers, un gruppo di sinistra noto per finanziare a sua volta organizzazioni politicizzate sui temi sociali, dell’immigrazione, della causa palestinese in chiave anti israeliana. Tides sostiene tra le altre anche la ong «Samidoun», nota come «Palestinian Prisoner Solidarity Network», che si oppone alla detenzione di attivisti filo-palestinesi da parte dello Stato di Israele e si batte per gli quelli arrestati nei paesi occidentali per il loro presunto coinvolgimento in attività terroristiche. Samidoun è sponsorizzata dall’Alleanza per la Giustizia Globale, una rete di sinistra che sostiene fino a 140 progetti pro-Palestina, ma anche per le frontiere aperte sull’immigrazione.

E’ lo stesso Soros che, con Victoria Nuland, ha promosso e sostenuto la rivoluzione arancione in Ucraina.

Il proprietario di “X”, Elon Musk, ha accusato il filantropo ebreo George Soros di “odiare l’umanità” e di aver “eroso il cuore della civiltà”.

Intervenendo a un podcast condotto dall’attore e producer Joe Rogan, Musk ha attaccato Soros: “Credo che sia il principale finanziatore del Partito democratico e sia uno che essenzialmente odia l’umanità”.

Si sgretola la finanza e arriva al fallimento l’ordine internazionale liberale e la slavina trascina con sé i maggiori leader democratici e socialisti dell’Occidente.

Il primo leader ad essere sommerso dalla slavina è Joe Biden, sottoposto ad un fuoco di fila del Congresso e ora sotto attacco per un assegno di 40 mila dollari a lui intestato che sarebbe parte dei vari pagamenti fatti alla famiglia Biden dai cinesi. A rendere noto l’assegno è stato James Comer, presidente della Commissione Sorveglianza della Camera. Ora Biden rischia grosso.

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Fotografia assegno pubblicata da La Verità

La coalizione guidata dal cancelliere tedesco Olaf Scholz è in difficoltà dopo le pesanti sconfitte subite l’8 ottobre in due elezioni regionali, caratterizzate dall’avanzata dell’estrema destra. I tre partiti che compongono la coalizione – il Partito socialdemocratico (Spd) di Scholz, i Verdi e il Partito liberale democratico (Fdp) – hanno registrato un calo dei consensi sia in Baviera, nel sud del Paese, sia in Assia (centro-ovest).

In Francia Emmanuel Macron assomma crisi a crisi e sconfitte a sconfitte, con il crollo dell’ex impero coloniale e con i soldati francesi cacciati dall’Africa.

In Spagna il socialista Pedro Sanchez deve venire a patti con gli indipendentisti e con Podemos e Sumar, la sommatoria dei partiti di estrema sinistra.

La coalizione Socialisti & Democratici in Europa si è fatta portatrice di tutte le varie logiche imposte dall’Ordine internazionale liberale e sta fallendo miseramente assieme alla sinistra Usa.

Il segno più evidente del fallimento riguarda la guerra in Ucraina, figlia della logica clintonian-obamiana di accerchiamento della Russia per ridurla ad una potenza regionale, dopo aver tentato, con Eltzin, di farla diventare la marca d’oriente del capitalismo finanziario globalista.

Cosa è fallito? Un tentativo di mondializzare il liberalismo come ordine internazionale.

“Applicando coerentemente al liberalismo il principio trotzkista dell’impossibilità di realizzare il comunismo in un solo paese, i neocon hanno predicato e diretto – con mezzi illiberali e violando il diritto internazionale – la crociata liberale contro il nazionalismo per l’«esportazione della democrazia»”.

Quella dell’esportazione della democrazia, oltre ad essere una copertura risibile della conquista finanziaria del pianeta è una della più grandi idiozie propugnate dai Dem e dai neocon.

Ora l’ordine liberale internazionale è fallito e il segno del fallimento più evidente lo vediamo con quanto sta accadendo in Ucraina, in Medio Oriente e in Africa.

Attualmente prevale il caos, in attesa di un nuovo ordine che non può più essere quello di prima e, soprattutto, non può più essere guidato dagli stessi leader e dalla schiera di ottimati e camerieri che lo hanno propugnato e imposto.

La palpabile evidenza della sconfitta è nella vicenda ucraina.

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Come si può vedere chiaramente dalla cartina, l’Ucraina, oltre ad avere come confinanti Russia e Bielorussia, paesi nemici, ha anche paesi “amici” come la Slovacchi, la Polonia, l’Ungheria, la Romania e la Moldavia che mostrano “stanchezza”.

La Polonia, uno dei sostenitori più solidi di Kiev, si è schierata contro la proposta avanzata alle nazioni unite da Zelensky di rendere la Germania membro permanente del Consiglio di Sicurezza.

Secondo recenti sondaggi il 55 % dei polacchi vorrebbe che il governo cessasse di inviare ulteriori aiuti a Kiev e il 60 % è contrario a trattare alla pari gli ucraini rifugiati in termini di prestazioni sanitarie e assistenziali.

Il polacco Andrzej Sebastian Duda , paragonando l’Ucraina ad un “individuo in procinto di affogare”, quindi pericoloso “perché può trascinarti nell’abisso” ha detto senza mezzi termini: “Abbiamo il diritto di difenderci affinché la persona che sta annegando non ci faccia del male”.[2]

La Slovacchia dove l’ex premier filorusso Robert Fico ha vinto le elezioni legislative anticipate, si è ripreso il Paese con due parole d’ordine: stop all’invio di armi all’Ucraina e stop ai migranti.

L’Ungheria si è detta contraria a nuovi invii di armi all’Ucraina e inoltre Orbán ha duramente criticato il governo guidato dal presidente Volodymyr Zelensky, affermando che l’Ungheria “non sosterrà l’Ucraina su nessuna questione internazionale” fino a quando non saranno ripristinati i diritti linguistici di una consistente minoranza ungherese nella regione occidentale della Transcarpazia.

Anche sull’Unione Europea e sull’esportazione di cereali ucraini Orban non ha usato mezzi termini dichiarando che l’Ungheria è stata “ingannata” dal piano dell’UE.

Polonia, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria, infatti, temendo per la tenuta dei rispettivi per i rispettivi fronti interni avevano vietato l’importazione dei cereali ucraini. Restrizioni parzialmente allentate e poi reintrodotte da Varsavia, Budapest e Bratislava.

Orban ha poi affermato che non verranno estradati gli ucraini obbligati al servizio militare arrivati in Ungheria, come richiesto da Kiev a tutte le nazioni europee che ospitano rifugiati. “Decine di migliaia di rifugiati dall’Ucraina hanno trovato sicurezza e casa in Ungheria. Gli ungheresi e gli ucraini della Transcarpazia sono ugualmente benvenuti – ha detto il premier -. I rifugiati della guerra hanno trovato sicurezza in Ungheria: donne, bambini e uomini. L’Ungheria non si atterrà alla richiesta del governo ucraino e non rimanderemo nessuno in Ucraina con la forza”.

Il 29 settembre Orban ha messo in guardia Bruxelles dall’apertura dei negoziati per l’adesione dell’Ucraina alla Unione Europea. “È opportuno avviare negoziati con un Paese in guerra? Non conosciamo le dimensioni del territorio a causa della guerra in corso, né la dimensione della sua popolazione dato il flusso di profughi”, ha dichiarato in un’intervista radiofonica aggiungendo che “senza conoscere questi parametri sarebbe una decisione senza precedenti”.

La Romania, sia pure in una logica di grande pragmatismo, mostra tutta la sua stanchezza.

Il 70 per cento dei rumeni ritiene che la fine della guerra sia una priorità rispetto alla sconfitta della Russia.

La Romania, la cui vicina Moldavia è una sorta di appendice da tempo in procinto di riunirsi a Bucarest, si trova a fare i conti anche con la bomba della Transistria, dove staziona l’esercito russo e dove c’è il più grande deposito di armi dell’Europa centro-orientale: Cobasna, con fino a 20 mila tonnellate di vecchi armamenti sovietici, cecoslovacchi e della Rdt.

Con l’Ucraina sono aperti molti fronti, come quello della Bucovina, che fa la pari con quelli della Galizia e della Transcarpazia dove sono allocate le minoranze polacche e ungheresi.

Il Delta del Danubio è fonte di attriti, anche per l’idea di Kiev di costruire un nuovo porto.

Inoltre c’è la questione delle zone economiche esclusive marine, in quanto di fronte all’isola dei Serpenti è stato scoperto un giacimento enorme di gas, per 200 miliardi di metri cubi.

Il quadro riguardante gli amici confinanti non è dei migliori per Zelenski, il quale vede la sua controffensiva svanire nel nulla è continua a licenziare vertici militari e civili nel tentativo di stare a galla. Venerdì scorso, infatti, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha rimosso e sostituito il generale Viktor Khorenko, il comandante delle forze speciali, ovvero il corpo militare ucraino che tra le altre cose si occupa di attività di intelligence, ricognizione e operazioni di sabotaggio.

Forse è giunta anche per l’attore presidente di tirare le conclusioni e farsi da parte per dare a qualcun altro lo spazio per avviare trattative capaci di far finire il conflitto.

Trattative infatti paiono essere in corso sotto traccia, come afferma la statunitense newyorkese Nbc, la quale riferisce che funzionari statunitensi ed europei hanno iniziato a discutere con l’Ucraina di possibili colloqui di pace con la Russia e di ciò a cui Kiev potrebbe dover rinunciare per raggiungere un compromesso. 

I colloqui hanno incluso indicazioni di massima su ciò che l’Ucraina potrebbe dover rinunciare per raggiungere un accordo, hanno detto alcuni funzionari interessati ai colloqui.

Alcuni dei colloqui, che i funzionari hanno descritto come delicati, si sono svolti il mese scorso durante una riunione dei rappresentanti di oltre 50 nazioni che sostengono l’Ucraina, compresi i membri della NATO, nota come Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina.

A dire che è necessario chiudere la partita dell’Ucraina è anche l’accensione del fuoco mediorientale, che sta mettendo in campo equilibri più vasti e che ha fatto ben capire che l’ordine politico unipolare nato dal collasso dell’Unione Sovietica è fallito.

A questo punto c’è una questione da rimuovere dall’intero orizzonte politico: l’uso della magistratura in sostituzione della politica e della diplomazia. La Corte penale internazionale, di sua iniziativa, il 17 marzo 2023 ha emesso un mandato d’arresto internazionale nei confronti di Vladimir Putin.

Per addivenire ad una qualsiasi condizione di cessazione del conflitto, si deve parlare, discutere, trattare con il leader del Cremlino che una demenziale narrazione propagandistica ha descritto morente, assalito da più cancri, distrutto da sollevazioni interne, pronto ad essere destituito. A volte, a forza di sparare idiozie, chi le emette si convince che siano la realtà.

E la realtà è che Vladimir Putin è saldamente in sella e dirige il Cremlino, motivo per il quale si deve trattare con lui.

Chi è sempre meno in sella è Volodymyr Zelens’kyj, ormai contestato all’interno e costretto in continuazione a far dimettere membri militari e civili ucraini che non sono d’accordo con lui.

Veniamo alla questione spinosa che mostra come le inadeguate e incapaci leadership occidentali si siano imbrogliate da sole.

Premesso che la Russia non riconosce la Corte penale internazionale, così come non la riconoscono gli Usa, il primo degli ostacoli da rimuovere, mentre sotto traccia continuano le trattative, è chiudere la vicenda giudiziaria aperta da uno dei tanti organismi messi in piedi per sostituire la diplomazia e la politica con interventi trasversali.

Se Giorgia Meloni, come ha detto, probabilmente non a caso, al di là della sceneggiata degli attori di fatto agenti dell’Fsb, ha un’idea di come marciare verso un accordo, non è improbabile che debba muovere la diplomazia italiana in tutte le sedi per eliminare ostacoli che, guarda caso, una sinistra davvero votata all’idiozia permanente (vedi le proposte spagnole), vorrebbe fosse applicata anche a Benjamin Netanyahu, in un momento nel quale è necessario che le vie diplomatiche funzionino anche in Medio Oriente.

In queste manovre, tese a irrigidire le parti, c’è il sospetto che agiscano le mani di chi vorrebbe tanto che i conflitti proseguissero e si allargassero, fino a diventare una vera e propria Armageddon entro la quale distruggere la bolla finanziaria che una massa di speculatori e di paranoici ha messo in atto sulla pelle del pianeta. Altro che clima.

 

[1] Citazione in Virgilio Ilari, Che sarà dell’ordine liberale internazionale?, Domino 10/2023

[2] Citazione in Elia Morelli, Varsavia contro tutti, Domino 10/2023

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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