
La questione Ucraina è solo un tassello di un conflitto più ampio che riguarda l’accesso al mare della Russia e se non si guarda l’insieme riesce difficile capire lo scontro odierno che avviene su più fronti.
Una delle regole fondamentali della geopolitica è che chi controlla il mare controlla la terra.
E’ del tutto chiaro, allo stato attuale delle risorse belliche, che una conquista della Russia è impossibile, in quanto, indipendentemente dalle armi usate, escludendo, ovviamente, l’atomica, il punto debole sarebbe la logistica.
La Russia, pertanto, ha il controllo della terra, ma aspira, sia per questioni commerciali, sia per questioni militari, ad avere l’accesso ai mari. Cosa che Washington non vuole, essendo la talassocrazia più potente del mondo e non volendo rinunciare ad esserlo.
In gran parte bloccata sul mar Baltico dall’ingresso dei Paesi baltici nella Nato, ora la partita si svolge sul Mar Nero, che alcuni attori vorrebbero trasformare in un lago Nato. Cosa che la Russia non intende consentire.
In gioco c’è la Georgia, che aumenterebbe l’accerchiamento della Russia, e il Mar D’Azov che, non a caso, è il vero obiettivo della Russia da difendere con una striscia cuscinetto rappresentata dai territori conquistati del Donbass e della Crimea.
Il Mar D’Azov è, infatti, la porta per l’acceso alle vie d’acqua che collegano i “cinque mari” e che, in prospettiva, possono consentire a naviglio commerciale e militare russo di spostarsi agevolmente, eliminando i colli di bottiglia della Nato.
Per ora la Russia non ha deciso di conquistare Odessa e di creare una striscia di contenimento dell’Ucraina che colleghi anche la Transnistria e ha concentrato la sua azione su Karkhiv, in quanto è facilmente tenuta sotto scacco con la semplice artiglieria.
Una conquista di Odessa interdirebbe l’accesso al mare dell’Ucraina, ma comporterebbe un’escalation del conflitto.
Conflitto, tra Russia e Ucraina, che ha già fatto saltare il progetto idroviario E-40, in quanto, partendo dalla Polonia e arrivando in Ucraina, una parte dello stesso dovrebbe attraversare la Bielorussia.
Il megaprogetto idroviario internazionale E-40, del valore di oltre 13 miliardi di euro, dovrebbe collegare i fiumi Vistola, Bug, Pina, Pripyat e Dnepr in un unico corso d’acqua di circa 2.350 km, mettendo in relazione diretta Mar Baltico e Mar Nero.
Il progetto, che si origina da un’idea del 1996 in ambito della Commissione economica per l’Europa dell’ONU (UNECE), fa parte del trattato multilaterale “Accordo europeo sulle grandi idrovie di importanza nazionale” (AGN) di Ginevra, a cui l’Ucraina ha aderito nel 2009, ed è stato inserito successivamente nei negoziati bilaterali ucraino-bielorussi tra il 2017 e il 2018.

Anche questo rientra in una possibile trattativa? Domanda lecita, se si va oltre l’Ucraina e si allarga la visione all’insieme.
E’ in questo quadro che vanno viste le varie mosse che si stanno svolgendo intorno all’Ucraina, sia sul mare, sia sulla terra, come, ad esempio, il viaggio del segretario di Stato Usa Blinken in Moldova per mostrare il suo sostegno alle aspirazioni occidentali di questo paese confinante con l’UE e l’Ucraina, in un momento in cui Washington è preoccupata per i progressi russi nella regione.
Il capo della diplomazia statunitense porta con sé “un insieme solido di misure di sostegno”, ha annunciato Jim O’Brien, responsabile per l’Europa presso il Dipartimento di Stato.
Oltre a una componente energetica per aiutare Chisinau a ridurre la sua dipendenza da Mosca, gli aiuti Usa mirano a rafforzare la democrazia e la lotta contro la disinformazione prima delle elezioni decisive di ottobre per questa ex repubblica sovietica.
La leadership della Moldova accusa regolarmente Mosca di cercare di destabilizzare il suo Paese attraverso attacchi ibridi, in particolare nel periodo che precede le elezioni del 20 ottobre contestualmente alle quali deve essere organizzato un referendum sull’adesione all’Unione europea (UE), dopo che i 27 hanno dato il via libera all’apertura dei negoziati.
Un altro tassello dello scontro in atto è la Georgia, dove il parlamento ha adottato la legge sugli “agenti stranieri”. I legislatori hanno espresso 84 voti favorevoli e 4 contrari per approvare il disegno di legge dopo aver ignorato il veto del presidente Salome Zurabishvili.
Anche in questo caso, la questione riguarda la geopolitica e il controllo delle vie d’acqua.
La legge non è nata dal nulla, ma tiene presenti le esperienze del passato.
Nei primi mesi del 2003, Soros cominciò a pieno regime le azioni con cui attivare le “truppe” che avrebbero dovuto iniziare la conquista “democratica” della Georgia. Nel novembre successivo, il quotidiano canadese Globe and Mail fornì una descrizione molto precisa della cosa, asserendo che è stato in febbraio che il finanziere miliardario George Soros ha posato la prima pietra del progetto di rovesciamento del presidente georgiano Eduard Shevardnadze”.
“In quel mese – scriveva il quotidiano canadese – con i soldi provenienti dal suo Open Society Institute un attivista di Tbilisi, il trentunenne Giga Bokeria, fu spedito in Serbia per incontrare i membri del movimento Otpor [resistenza] e imparare da essi come condurre dimostrazioni di piazza simili a quelle che avevano rovesciato il dittatore Slobodan Milosevic. Nell’estate, poi, la fondazione del Sig. Soros rimborsò il viaggio di ritorno in Georgia ad alcuni attivisti di Otpor, i quali istruirono per tre giorni consecutivi oltre un migliaio di studenti su come allestire una rivoluzione pacifica”.
“Lo scorso fine settimana – proseguiva il quotidiano – il Liberty Institute, fondato con l’aiuto del Sig. Bokeria, è stato lo strumento con cui organizzare le proteste di piazza che hanno forzato il Sig. Shevardnadze a rassegnare le proprie dimissioni. Il Sig. Bokeria ha detto di aver imparato a Belgrado… come usare le tattiche di pressione popolare che si sono dimostrate così persuasive a Tbilisi, dopo le dubbie elezioni parlamentari di questo mese”.
Giusto per ricordare brevemente gli avvenimenti, le elezioni parlamentari del 2003, vinte dalla coalizione di Shevardnadze, furono fortemente contestate dall’opposizione guidata da Saakašvili con grandi movimenti di piazza (la cosiddetta Rivoluzione delle Rose) e fino all’occupazione del Parlamento.
Shevardnadze fu costretto alle dimissioni (siamo nel marzo del 2003). Il suo posto fu preso dallo stesso Saakašvili, sconfitto poi alle elezioni legislative dell’ottobre 2012 dalla coalizione chiamata “Sogno georgiano” guidata da Boris “Bidzina” Ivanishvili.
La legge voluta dal governo georgiano, come si vede, nasce dall’esperienza.
In questa fase, gli oppositori del disegno di legge sull’“influenza straniera” stanno escludendo la possibilità di una rivoluzione, sperando di spodestare il governo alle urne nelle elezioni legislative di ottobre.
Da quasi due mesi ormai, il Paese è scosso da manifestazioni di portata, natura e durata senza precedenti, guidate da una gioventù pro-europea e apparentemente lontana da qualsiasi partito politico.
“È un caos organizzato. Tra di noi lo chiamiamo il ‘risveglio di aprile'”, ha detto Salomé Qourdiani, studentessa di giurisprudenza. “Forse entrerà nella storia con quel nome?”
Il partito al potere Sogno georgiano, fondato dall’uomo forte del Paese, l’oligarca miliardario Bidzina Ivanishvili, ha ignorato le proteste e la condanna internazionale.
Venerdì, Washington ha inasprito i suoi toni annunciando “una nuova politica di restrizione dei visti […] che si applicherà agli individui che sono responsabili o complici nel indebolire la democrazia in Georgia, così come ai loro familiari”.

Come mostra la cartina, in caso di adesione della Moldova, dell’Ucraina e della Georgia all’Unione Europea, la Russia si troverebbe circondata e il Mar Nero potrebbe diventare un lago occidentale e, in prospettiva, Nato.
L’ingresso dei tre Paesi nell’Unione Europea, infatti, potrebbe essere il preludio all’ingresso nell’Alleanza atlantica.
Da qui la resistenza Russa e la sua strategia di conquista del Mar d’Azov e delle terre del Donbass e della Crimea.

Il Mar d’Azov è, come s’è detto, la porta d’accesso al sistema idroviario che collega i cinque mari.
Dopo l’apertura nel 1952 del canale Don-Volga, il Mare d’Azov è divenuto, infatti, un perno del «sistema dei cinque mari», perché collega il Mar Nero al Caspio, entrambi collegati al Baltico e al Mar Bianco.
L’area è oggi fitta di canali e di vie navigabili. Dal Mar Nero, le navi che risalgono a nord utilizzano il tragitto Mare d’Azov, Rostov sul Don, canale Don-Volga, Astrakhan e infine Mar Caspio.
Come scrive Analisi Difesa, “il sistema delle vie navigabili interne russe è capillare, con una rete di 101.700 km, 35.000 dei quali con un tirante d’aria e un tirante d’acqua garantiti. Altri 16.000 km innervano le vie artificiali”.
Il sistema unificato di idrovie della Russia è un sistema di vie navigabili interne in Russia che collega il Mar Bianco, il Mar Baltico, il fiume Volga, Mosca, il Mar Caspio e attaraverso il Mar d’Azov il Mar Nero. Nel 2010 il sistema ha trasportato 70 milioni di tonnellate di merci e 12 milioni di passeggeri, pari a due terzi del volume complessivo del traffico sulle vie navigabili interne in Russia.
Il sistema comprende 60 porti e banchine di uso comune, inclusi tre porti internazionali (due a Mosca e uno a Dimitrov), per questo motivo Mosca viene talvolta chiamata “il porto dei cinque mari”.
La profondità minima di progetto per l’intero corso è di 4,5 metri, in modo da permettere il passaggio, oltre ai battelli fluviali, anche a molte imbarcazioni marittime comprese navi da guerra e sottomarini nucleari. Tuttavia, la profondità garantita è di soli 4 metri o addirittura meno in alcune sezioni, come nel tratto da Gorodec a Niznij Novgorod a 2,5 metri e nel tratto da Kocetovskaja a Bagaevskaja a 3,2 metri. Sono allo studio piani per aumentare la profondità di questi tratti a 4 metri.
Mosca punta a trarre profitto dal transito di merci attraverso i suoi canali, ma anche ad avere la possibilità di collegare i cinque mari tra di loro per la sua flotta.

Quando cesserà il conflitto in Ucraina e la Cina rilancerà il corridoio eurasiatico diretto in Europa, Mosca potrebbe far valere sul tavolo le immense possibilità di trasporto offerte dal suo territorio. E il Mare d’Azov sarà la porta girevole del tutto.
La partita, come si vede, è ampia e, se ci si vuole spingere oltre, ossia a guardare quanto accede sulle sponde del Mar Caspio, si comprende come sia anche collegata a quella del Medio Oriente.
Il mondo è nel caos, ma le linee di una possibile intesa tra gradi potenze ci sono. Il problema è che se non si capisce che il mondo è e deve essere multipolare, si va verso uno scontro che potrebbe essere esiziale per l’intera umanità.





