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L’attentato a Ranucci, un’ulteriore riflessione

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L'attentato a Ranucci, un'ulteriore riflessione

In un post su Facebook, dal titolo “La voce che spaventa”, il giornalista si accosta da solo a Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino: possibile non si accorga di essere imbarazzante?

Ranucci su Facebook scrive che Moro, Piersanti Mattarella, Falcone e Borsellino sono legati da un filo, che «muoiono tutti nello stesso identico modo», uccisi «per eccesso di chiarezza», colpevoli di aver visto «il disegno intero di cui erano parte».

Sotto, la foto di Falcone e Borsellino che si parlano all’orecchio.

C’è un nome che aggettiva quello che sta succedendo in quelle righe, e viene dalla psicologia: transfert.

Lo spostamento su una scena presente di sentimenti e ruoli che appartengono a un’altra scena e ad altre persone.

In una stanza di analisi serve a essere sciolto. Su una pagina pubblica non lo scioglie nessuno e i quattro nomi diventano il prologo della quinta storia, la propria.

Se loro sono morti per aver visto, e io vedo, allora sono nella loro serie. Non serve che lo scriva, ma è implicito.

La parte che riguarda tutti noi comincia, però, appena qualcuno alza la mano.

Chi si mette dentro la genealogia delle vittime non diventa credibile, diventa inattaccabile. Chiunque obietti finisce automaticamente dentro il disegno, arruolato tra quelli che non vogliono far sapere.

Chiedi un documento e stai coprendo qualcosa. Fai notare che il servizio mandato in onda è pieno zeppo di suggestioni e ricostruzioni falsate, e sei parte del sistema. Il meccanismo è perfetto e produce fedeltà.

Il vittimismo, quando è costruito bene, non è una lamentela, è un’armatura.

La smentita conferma che hai toccato il punto giusto. La querela è una medaglia, tanto da pubblicarla per ricevere ovazioni. La rettifica sarebbe una resa, quindi non si fa.

Il singolo pezzo può sbagliare, il disegno mai, perché il disegno non è fatto di prove, è fatto di atmosfera.

Il conto lo paga chi legge.

Un pubblico allevato all’idea di un disegno unico che attraversa cinquant’anni di Storia non apre più un atto, gli basta riconoscere il filo, e perde la disponibilità a cambiare idea davanti a una carta. Un pubblico così non viene informato, viene reclutato.

La bomba del 16 ottobre 2025 sotto casa sua, seppur non con lo scopo di uccidere, è cosa gravissima e la solidarietà non ha condizioni.

Su quell’attentato ci sono adesso un’ordinanza cautelare e persone innocenti fino a sentenza definitiva. È lì che i fatti si accertano, ed è il contrario della genealogia, perché in un’aula si forma la prova e si sopporta l’idea di poter avere torto.

Chi condivide quel post è convinto di difendere un giornalista minacciato.

Sta difendendo un’altra cosa, e cioè il diritto di spargere letame e suggestioni su chiunque senza doverne rispondere mai.

Le persone che finiscono sotto quel getto non contano niente e le famiglie che se ne portano dietro i pezzi per anni nemmeno.

Mi chiedo perché nessuno dei suoi amici, di quelli che gli vogliono bene e non nel modo interessato che l’ordinanza attribuisce a Lavitola, gli abbia detto che accostarsi da solo a personaggi di quella levatura sarebbe stato imbarazzante.

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