Manipolazione e disinformazione studiate a tavolino
Entriamo nel focus giornaliero, perché la cronaca delle ultime ore ci ha immediatamente fornito la “pistola fumante” di come quel medesimo software psicologico di manipolazione venga applicato, in tempo reale, sotto i nostri occhi.
Come ormai d’abitudine, ribadisco che, per quanto mi riguarda, non vendo sogni o bandierine politiche da talk-show; l’unico obiettivo è guardare la contabilità dei fatti per cercare di diradare la nebbia, al fine di capire.
Parliamo di un accadimento, scaduto in farsa, avvenuto i giorni scorsi, che ben rappresenta la serie di fandonie mediatiche a cui siamo sottoposti ormai da tempo immemorabile e che hanno raggiunto livelli da teatrino dell’assurdo; quindi osserviamo la sequenza geometrica con cui le agenzie di stampa, a partire dai vari lanci, hanno gestito la notizia dell’emergenza sul volo diretto a Tel Aviv.
In prima battuta, la narrazione è stata confezionata per riattivare istantaneamente il tifo da curva: si è parlato di un accoltellamento a bordo dovuto a un litigio geopolitico tra un pilota russo e un copilota ucraino.
Lascio a voi la pena dell’assurdità di questo tentativo, come se un russo e un ucraino possano realmente, in questo momento storico, essere messi insieme in una cabina di pilotaggio…
Comunque, si prefigura come la solita esca psicologica perfetta per dividere il pubblico in fazioni e scatenare il rumore di fondo nei media e tra i chierici globalisti dei social.
Poche ore dopo, smentite le identità dei piloti, e non poteva essere diversamente, la scenografia è stata repentinamente ribaltata: le dichiarazioni ufficiali hanno evocato il terrore esistenziale dell’11 settembre e un “attacco jihadista sventato”.
Dalla Russia al Medio Oriente con furore…
Il tutto concluso in bellezza con l’arrivo di un passeggero supereroe israeliano, che risolve la faccenda con un intervento che unisce “Terrore in alta quota” con “L’aereo più pazzo del mondo”…
Questo è il funzionamento millimetrico del “Software dell’Incendio Controllato”. E a questo software risponde anche la gestione emotiva delle piazze in Occidente.
Sia chiaro, ed è doveroso ribadirlo con fermezza: il rispetto per il dolore reale, biologico e materiale di un popolo travolto da un disastro umano indicibile è indiscutibile e la volontà di far finire quel disastro è inderogabile, ma l’uso politico e mediatico che viene fatto di quel dramma, con lo sventolio sistematico di bandiere palestinesi, di narrazioni convulse sulla situazione mediorientale e la messa in campo di una polarizzazione esasperata, risponde alla vecchia logica del divide et impera.
Alimentare continuamente questo incendio narrativo serve solo a gettare benzina sul fuoco del Medio Oriente.
Ironia della sorte, questo tifo ideologico finisce per favorire e fare il gioco proprio di quella linea politica israeliana che al momento si trova chiusa vessata e materialmente bloccata nel quadrante dal pompieraggio geopolitico e dalla presenza fisica degli Stati Uniti.
Politica israeliana che, bloccata nei fatti, potrebbe riprendere il conflitto, il quale, a sua volta, potrebbe essere oggetto dalla propaganda europea e di oltremanica, le cui entità hanno bisogno di smarcarsi dalla crisi sistemica che la sta distruggendo.
Infatti, mentre il realismo dei Titani mondiali lavora dietro le quinte per congelare le micce materiali e forzare accordi commerciali bilaterali, la propaganda dei salotti offshore europei ha un disperato bisogno di prolungare l’instabilità.
Hanno bisogno del terrore per coprire il fallimento contabile del loro vecchio paradigma cartaceo e distrarre i cittadini dall’idrovora finanziaria interna.
Perché la realtà non si muove sul ring dei talk-show, ma poggia sulla roccia delle risorse fisiche. Mentre la narrazione mainstream vi racconta la favola di un’Europa che gestisce il futuro con le scartoffie burocratiche, i radar della manifattura tedesca segnalano che il prezzo del diesel industriale ha toccato picchi record, stringendo alla gola la logistica dei trasporti e la produzione della Ruhr.
Questo è il collasso materiale che si vuole nascondere.
Ed è lo stesso dissesto termodinamico che vediamo all’opera oltremanica, dove la City di Londra si trova stritolata da una crisi di liquidità che ha fatto volare i rendimenti dei titoli di Stato britannici (i Gilt decennali) al 5,40%, massimi storici dal 1998.
E mentre le scartoffie di Bruxelles producono macerie reali e disordini sociali con le scuole date alle fiamme nelle strade francesi, nessuno nei salotti osi toccare o mettere a bilancio le 2.452 tonnellate di oro fisico custodite nei caveau blindati della Banca d’Italia.
Sanno perfettamente che quando la carta dal nulla si scioglierà sotto il peso del debito immateriale, solo la terza riserva aurea al mondo garantirà la sussistenza biologica e la sovranità del territorio.
Tutte le retoriche del terrore ideologico sono inganni studiati a tavolino per farci fare il tifo sul ring, mentre le élite ci porgono il conto del loro default, cercando di succhiare ai popoli un’ormai inutile linfa finanziaria attraverso il caro vita generale e il prezzo folle dei carburanti alle pompe, utilizzati come tasse occulte per tenere in piedi un sistema al collasso.
Quando impariamo a distinguere la scenografia dello spettacolo dalla contabilità della materia, la gabbia si frantuma. E più lo facciamo, meglio riusciamo a sdoganarci dalle narrazioni compulsive e a renderci consapevoli del teatrino nel quale un impero si sta frantumando nelle bugie ormai inverosimili che sta producendo.
Il mondo vero procede lungo i binari della concretezza. Chi tiene i piedi ben piantati sulla terraferma non ha nulla da temere dall’incendio del teatro.





