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La sinistra dei moralizzatori: predicare bene, razzolare peggio

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La sinistra dei moralizzatori

Le assurde ipocrisie e contraddizioni di chi difende la democrazia purché non vincano gli altri

C’è una sinistra italiana che si è autoproclamata custode universale della morale.

Sono gli Elevati, i moralizzatori, quelli che spiegano agli altri come bisogna pensare, parlare, vivere e perfino respirare.

Sono quelli che difendono le donne, gli operai, i disabili, gli ultimi, i diritti civili, l’ambiente, la democrazia e, quando serve, pure il pianeta Marte.

Poi arriva un manifesto pro vita e improvvisamente scatta l’allarme democratico: orrore!

Un manifesto che parla di tutela della vita diventa una minaccia, qualcosa che non può essere visto perché potrebbe disturbare il delicatissimo equilibrio mentale di chi considera l’aborto una conquista da esibire come accessorio di moda.

Nel frattempo, la stessa galassia politica riesce a essere contemporaneamente pro-Palestina, pro-Israele, pro-migranti, pro-diritti, pro-tutto, purché ci sia una telecamera davanti.

Ma il capolavoro arriva quando si parla di donne.

Per anni ci hanno spiegato che una donna non deve mai essere giudicata per il proprio corpo, per il proprio aspetto, per l’età o per come si presenta.

Poi, quando la donna da attaccare è Giorgia Meloni, prima donna Presidente del Consiglio nella storia della Repubblica, improvvisamente il manuale del rispetto viene chiuso in un cassetto.

E allora via con vignette, battute, insulti, commenti sul fisico, sull’aspetto, perfino sulle fotografie al mare.

Curioso.

Perché evidentemente il rispetto della donna vale soltanto quando la donna vota dalla parte giusta.

Se una donna viene aggredita da un uomo italiano, partono immediatamente manifestazioni, comunicati, interrogazioni parlamentari, indignazione sui social e probabilmente anche una commissione d’inchiesta.

Se, invece, l’autore del reato è uno straniero o un immigrato irregolare, improvvisamente il volume dell’indignazione si abbassa.

Non sempre, naturalmente.

Ma quando accade, la coerenza dovrebbe essere la stessa: un’aggressione rimane un’aggressione, una vittima rimane una vittima e una donna merita rispetto indipendentemente dalla nazionalità di chi l’ha aggredita.

Perché altrimenti non è femminismo.

È tifo politico travestito da principio.

E così arriviamo alla grande domanda.

Ma questa sinistra ha davvero un problema con le contraddizioni oppure le considera una forma d’arte contemporanea?

Difendere le donne, ma insultarne una se non piace politicamente.

Difendere gli operai, ma dimenticarsi di loro quando bisogna parlare di tasse e costo della vita.

Difendere i disabili, ma ricordarsene soprattutto quando servono come simbolo.

Difendere la libertà di espressione, purché nessuno esprima un’opinione diversa.

Difendere il pluralismo, purché il pluralismo abbia il colore giusto.

E, soprattutto, difendere la democrazia, purché vincano gli altri.

La vera specialità non è quindi predicare bene e razzolare male.

È riuscire a predicare benissimo mentre si razzola malissimo, spiegando contemporaneamente agli altri perché stanno sbagliando.

A questo punto resta soltanto una certezza: la sinistra italiana non ha necessariamente un neurone solo.

Il problema è che, quando finalmente ne trova uno disponibile, spesso lo manda a fare gli straordinari senza dargli nemmeno una pausa sindacale.

E lui, poveretto, dopo anni di lavoro precario, probabilmente avrà già chiesto il reddito di cittadinanza.

Questa non è politica.

È satira involontaria.

E la cosa più divertente è che non serve nemmeno inventarla.

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