Ormai la sinistra fa come i cani a passeggio: fa la pipì su arte e artisti, come il cane sugli angoli, e marca il territorio
Ovviamente, la prima riflessione di oggi è sul video di Alice De André, la nipote di Fabrizio De André.
E già la riflessione potrebbe finire qui, perché il fatto che l’intervento di una nipote diventi notizia nazionale è già, di per sé, un segno dei tempi.
Ormai nel nostro Paese, il familismo è la norma e la carriera di artista si eredita: Gassman genera Gassman, che genera Gassman.
Praticamente, si riproducono sul palco, piuttosto che lasciarlo, esattamente come quei docenti universitari che lasciano i dipartimenti a figli e nipoti, perpetuando un sistema di rendita e di raccomandazione che è la negazione stessa del merito.
Gran bella cosa di cui andare orgogliosi.
Ma andiamo avanti.
Nel suo intervento, un’indignatissima nipote di Faber non aveva tanto da recriminare sulla contestazione a Salvini – che, in una democrazia, ci sta tutta, e che è sacrosanto diritto di chiunque – ma sul fatto che Salvini fosse lì e, soprattutto, che Salvini non avesse capito i testi di suo nonno perché non in grado di interpretarli.
Come se la comprensione di un’opera d’arte fosse riservata a un’élite di iniziati, il significato di una canzone fosse un segreto esoterico accessibile solo a pochi eletti e De André fosse un dio che parla solo ai suoi fedeli.
Da quelle parole, orde di influencer e giornalisti di sinistra hanno festeggiato eccitate, come se avessero vinto la coppa del mondo ai mondiali.
Ora, io non nutro grandi simpatie per Salvini – non è certo il mio riferimento politico – e una contestazione a un politico ci sta, è il sale della democrazia.
Ma il video della nipote di De André e la reazione sempre della stessa area sono enormemente problematici.
In primo luogo, perché quello che viene detto è: “De André è nostro”.
Una rivendicazione di possesso, un atto di proprietà, che fa strage di ogni minima idea di un’arte universale, che possa parlare a tutti, al di là delle appartenenze politiche.
Ormai, la sinistra fa come i cani a passeggio: fa la pipì su arte e artisti, come il cane sugli angoli, e marca il territorio.
È una cosa di una grettezza abominevole riferita all’arte, che trasforma la cultura in una proprietà privata, in un recinto da difendere dagli intrusi.
A questo si aggiunga l’evidente trasfigurazione di De André da persona a Santo, a essere sacro su cui non si può bestemmiare.
Ora, nessuno se ne abbia a male, ma De André non era una specie di nume sceso dal cielo, maestro di coerenza e di impegno.
Non sto dicendo che questo debba essere vincolante per giudicare la sua arte, capisco perfettamente il separare arte e artista. Ma bisogna smetterla con questa sacralizzazione dell’artista e con questa mania di marcare il territorio.
La sinistra sta rovinando arte e cultura, comportandosi come Mastro Don Gesualdo e la roba: tutto è proprietà, tutto è possesso, tutto è una questione di appartenenza.
Un discorso squallido, meschino, che sta trasformando la cultura in una curva da stadio, in cui si tifa per il proprio artista come per la propria squadra, e si fischia l’avversario.
E, mi spiace, ma in questo la destra non sta affatto venendo dietro.
Meloni, che dice di amare Guccini, e Salvini al concerto di De André, dovrebbe essere una lezione di modestia per tanti tromboni che credono di avere il monopolio dell’arte e della sensibilità.
Perché l’arte è di tutti, o non è di nessuno.
E chi la rivendica come propria, la tradisce.
E chi la trasforma in un’arma, la uccide.





