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La prima puntata di Report sarà sul caso Ranucci?

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Ranucci, Diario di un trapezista

Intanto, il 10 ottobre riparte la tournée ‘Diario di un trapezista’, il racconto inedito sugli episodi della privata e professionale del giornalista

Lo sospendono e lui annuncia la tournée. In quale altra azienda un dipendente risponde a un provvedimento disciplinare con il calendario dei teatri?

La Rai ha sospeso Sigfrido Ranucci, ex conduttore di Report, per 10 giorni senza stipendio.

Gli addebiti, a quanto si legge, sono quattro: una cinquantina di ingressi in azienda di una collaboratrice esterna, chat private con un deputato rese pubbliche, i colleghi designati alla successione denigrati, mail aziendali inoltrate a Valter Lavitola.

Lavitola. L’uomo che davanti alla GIP ha ammesso di aver organizzato l’attentato che nell’ottobre 2025 distrusse l’auto di Ranucci davanti a casa.

La risposta di Ranucci alla sospensione è stata un post: Bologna, Albenga, Reggio Calabria, Calcinato. Date, orari, hashtag. “Sempre e per sempre dalla vostra parte”.

Il caso Ranucci, però, non riguarda Ranucci. Riguarda un Paese che ha trasformato la minaccia in moneta.

In Italia proclamarsi un bersaglio è diventato un titolo.

La scorta è una medaglia, l’intimidazione una laurea honoris causa, il martirio un capitale che rende interessi in prestigio, in palcoscenici, in candidature.

Lo aveva intuito Leonardo Sciascia nel 1987, in un articolo sul Corriere che il titolista battezzò “I professionisti dell’antimafia”: la lotta al crimine piegata a strumento di carriera e di potere.

Sbagliò persona, perché nel mirino c’era Paolo Borsellino. Non sbagliò il meccanismo.

Quasi quarant’anni dopo, la storia offre a Sciascia la prova più grottesca.

Lavitola ha dichiarato di aver voluto quell’attentato per far rafforzare la scorta all’amico. Secondo la procura, puntava ad accrescerne la popolarità e a spingerlo in politica.

La stessa procura ritiene che Ranucci non sapesse e nessuno qui sostiene il contrario.

Il punto è più inquietante.

Se un uomo navigato come Lavitola ha pensato che una bomba potesse lanciare una carriera, il meccanismo era collaudato. Il ritorno calcolabile. Quasi un investimento.

La bomba è il caso estremo. Di solito basta molto meno: una minaccia, una querela, un’interrogazione parlamentare.

Il bersaglio acquista prestigio, il prestigio diventa scudo, chi critica finisce dalla parte dei persecutori.

Poi si alza la posta, finché la questione personale diventa una questione di civiltà.

La vertenza di lavoro di un conduttore rimosso, che rivuole la sua trasmissione, è finita al Parlamento europeo. Si invoca il Media Freedom Act. Il ricorso parla di demansionamento.

Assegnazione a mansioni inferiori? La Rai gli ha offerto la vicedirezione del TG3, quella di RaiNews o la corrispondenza dal Cairo. Lui ha ringraziato per “l’asilo politico”.

Sul Cairo ha evocato la fine di Regeni. Non era il primo nome illustre arruolato nella sua biografia.

In un post aveva già tracciato il filo che lega Moro a Piersanti Mattarella e Mattarella a Falcone e Borsellino, uomini che la storia italiana uccide, scrisse, “per eccesso di chiarezza”.

Cinque martiri per una conduzione.

Migliaia di giornalisti darebbero un braccio per uno di quei tre incarichi. Per lui, fuori da Report, non esiste vita.

Sulla porta del suo ufficio, racconta il Corriere, c’è ancora la targhetta “Ranucci – Gabanelli”.

Milena Gabanelli ha lasciato Report nel 2016, per sua scelta. L’erede non riesce a staccare il proprio nome da quella porta.

Report non era più una trasmissione del servizio pubblico: era diventato un feudo con l’insegna. Chi lo contestava non criticava un giornalista, commetteva un delitto di lesa maestà.

Qui entra in gioco la psicologia del pubblico. Il tifoso del martire non può accettare una sanzione disciplinare. Ammetterla significherebbe riconoscere di aver applaudito per anni un copione.

Così, ogni addebito diventa persecuzione, ogni persecuzione una lista di nomi. Ranucci la compila da solo: il codice etico, dice, si applica soltanto a Bortone, Saviano e a lui.

Il paragone non regge. Bortone e Saviano erano stati colpiti per quello che avevano detto.

A lui si contestano mail aziendali finite al presunto mandante del suo attentato. Quelli avevano parlato. Lui ha inoltrato.

Nella stessa replica lamenta che nessun provvedimento abbia colpito quattro colleghi che lo hanno criticato. Il paladino della libertà di stampa rimpiange il codice etico mancato per chi parla di lui.

Ranucci denuncia con generosità. Ha querelato per diffamazione chi parlava di finto attentato.

Con altri inviati di Report ha denunciato la fuga di atti coperti da segreto, proprio la merce su cui la trasmissione ha sempre vissuto.

Ha appena segnalato un tentativo di intrusione in un appartamento, su cui indagano i carabinieri.

Manca una sola persona all’elenco: l’uomo che ha confessato di avergli organizzato l’attentato. A oggi non risulta che Ranucci abbia denunciato Lavitola.

Non è un’osservazione della destra. Michele Santoro ha detto che, dopo la confessione, Ranucci non ha preso le distanze dall’amico. E lo ha definito imperdonabile.

Sui soldi la parabola è ancora più istruttiva. Ad agosto un quotidiano ha pubblicato i compensi degli inviati di Report.

Loro hanno annunciato querela, precisando che in quelle cifre ci sono pure trasferte e montaggio.

Ranucci ha parlato di un documento interno che non doveva uscire e ha minacciato di rivolgersi al Comitato etico.

A fine settembre l’inviato Giorgio Mottola ha criticato il suo doppio ruolo di autore e conduttore. Ranucci ha risposto rivelando che Mottola incassava circa 330 mila euro l’anno.

Le stesse cifre che ad agosto non dovevano uscire. La fuga di notizie era grave finché non serviva a lui.

Intanto, in via Teulada va in scena la commedia. Ranucci, racconta il Corriere, sale in redazione due o tre volte a settimana, mentre la scorta resta nel piazzale.

Nella chat da cui è stato escluso parte l’avviso: “Occhio, è arrivato”. I nuovi conduttori si spostano in un’altra ala per parlare.

Si pensa pure a una bonifica dei locali contro possibili microspie. La trasmissione delle telecamere nascoste ha paura di essere ascoltata in casa propria.

Ed eccoci alla domanda che nessuno fa.

L’8 novembre Report tornerà in onda. Racconterà il caso Ranucci?

Per ora, sempre secondo il Corriere, è in preparazione un editoriale per spiegare al pubblico perché il conduttore non c’è più. Un editoriale. Non un’inchiesta.

Eppure, la storia sarebbe perfetta per Report. Un faccendiere, una bomba, chat cancellate, cene, procure al lavoro.

Inquirenti che vogliono pure sapere quante volte Lavitola sia salito in redazione e perché.

Ecco il nodo. Un’inchiesta vera non potrebbe fermarsi all’uomo.

Dovrebbe chiedere chi lo vedeva entrare e taceva. Dovrebbe raccontare anni che molti degli inviati di oggi hanno vissuto in prima fila.

La tentazione è un’altra: congedare il conduttore, salvare il marchio, lasciare intatto il metodo.

Report ci ha abituato ad altro. Il microfono sotto il naso all’uscita di casa, la domanda ripetuta tre volte, la porta sbattuta in faccia. Lo vedremo puntato sull’ex capo, all’uscita di un teatro?

Se accadrà, la sinistra griderà alla vendetta. Se non accadrà, avremo la prova che il metodo valeva soltanto per gli altri.

Ranucci, del resto, ha già lanciato la sfida: a chi proponeva un’inchiesta su di lui ha risposto “ben venga”. Bisogna che lo prendano in parola.

Per quasi trent’anni Report ha chiesto agli italiani di non accontentarsi delle versioni ufficiali.

L’8 novembre scopriremo se ha il coraggio di non accontentarsi della propria.

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