Niente assalto al Palazzo d’Inverno
Ieri l’altro, a meno di due ore dall’ultimatum, Trump ha annunciato un cessate il fuoco bilaterale di due settimane con l’Iran.
Condizione: riapertura dello Stretto di Hormuz. Teheran ha accettato, il Pentagono ha sospeso le operazioni, il petrolio è crollato del 13%.
Siamo solo all’inizio e i 7 prodromi non hanno ancora prospettive sicure.
L’annuncio bilaterale, senza accordo sottostante, è il dato cogente. Washington ha presentato 15 punti; l’Iran ha risposto con 10 che includono ritiro delle forze americane, revoca delle sanzioni, stop all’arricchimento dell’uranio, risarcimenti. Entrambi cantano vittoria su clausole non ratificate dalla controparte.
Fragilità negoziale allo stato puro.
I mercati reagiscono al segnale, non alla sostanza. Hormuz dipende da garanzie operative che una tregua politica non può fornire. Il Pakistan ha invitato le delegazioni a Islamabad per venerdì 10 aprile; Vance guiderà quella americana. Due settimane per colmare posizioni antitetiche sono pura ambizione velleitaria.
L’Iran si è piegato all’ultimatum, confermando la propria debolezza militare dopo i bombardamenti e l’eliminazione delle figure apicali, ma ha dimostrato che la capacità di interdizione su Hormuz funziona come leva. Prima del conflitto era un’opzione teorica; ora è un precedente operativo che muta il calcolo strategico per chiunque operi nel Golfo.
Gli USA registrano una vittoria politica e militare, ma un fallimento strategico che nessuno nomina. Teheran è indebolita; il regime è ancora in piedi, impicca oppositori e ipoteca un’arteria marittima planetaria. L’interlocutore è solo più debole, ma tutt’altro che domo ed è in grado di dare fuoco alla santa barbara quando vuole.
Israele appoggia la tregua con l’Iran, ma Netanyahu ha precisato che il cessate il fuoco non include il Libano, contraddicendo il mediatore pakistano. La guerra contro Hezbollah prosegue: oltre 1.500 morti dal 2 marzo, invasione terrestre nel sud libanese.
Pechino osserva, manovra, si posiziona. Wang Yi ha effettuato 26 telefonate con le parti; l’iniziativa Cina – Pakistan in cinque punti serve a intestarsi un ruolo di mediazione.
Ma il Dragone cammina sul filo: partner dell’Iran e fornitore di componentistica missilistica, si è astenuto dal condannare gli attacchi iraniani al Golfo in sede ONU. L’obiettivo non è la pace; è plasmare l’endgame senza sostenerne i costi con la diplomazia melliflua che li contraddistingue.
Tre precedenti pericolosi si cristallizzano. Chiusura di un passaggio globale come strumento negoziale. Minaccia a infrastrutture civili come leva diplomatica. Socializzazione dei costi di guerra su scala planetaria, con greggio e logistica ostaggio di un confronto bilaterale.
Trotsky scrisse nella Storia della Rivoluzione Russa che il Palazzo d’Inverno cadde perché il regime era già “politicamente distrutto” dall’interno. In Iran le bombe craterizzano le basi, ma manca l’insurrezione interna organizzata. Senza quel fattore endogeno, nessuna potenza di fuoco liquida un regime teocratico che controlla ancora l’apparato repressivo.
Nel frattempo, i tanker attendono istruzioni iraniane per transitare nello Stretto che verrà presidiato anche dall’Oman, e soprattutto a quanto ammonta la taglia (ops, il pedaggio) e il mondo scopre che la deterrenza funziona solo finché qualcuno, dall’altra parte, calcola razionalmente il proprio interesse alla sopravvivenza.





