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Iran, minacce che non vanno sottovalutate

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Non capovolgiamo la realtà

Una delle narrazioni più pigre, e ormai più radicate, sulla guerra in Iraq è questa: le armi di distruzione di massa di Saddam non esistevano, furono una pura invenzione americana e britannica, Blair sapeva di mentire, Powell mostrò una fialetta fasulla, e da lì partì una guerra costruita su una menzogna deliberata.

È una storia semplice, moralmente rassicurante, perfetta per i social e per una generazione che quell’epoca non l’ha vissuta. Il problema è che, così raccontata, è storicamente falsa.

Saddam Hussein non era un innocuo autocrate accusato a caso. L’Iraq aveva realmente sviluppato programmi di armi di distruzione di massa e aveva realmente usato armi chimiche.

Non “forse”, non “si diceva”: le aveva usate nella guerra Iran – Iraq e contro i curdi. Questo è il punto da cui bisogna partire, altrimenti si capovolge la realtà.

Quando poi, dopo la guerra del Golfo del 1991, entrarono in scena ispezioni molto più intrusive, emerse un secondo fatto decisivo: il programma nucleare clandestino iracheno era molto più vasto e avanzato di quanto l’IAEA stessa e i diversi servizi di intelligence occidentale avessero compreso prima della guerra.

L’IAEA ha scritto nero su bianco che dopo il 1991 divenne chiaro che l’Iraq aveva portato avanti un “very large programme” per produrre uranio arricchito per uso bellico e aveva fatto “considerable progress” nella progettazione e costruzione di prototipi di ordigni.

Quindi no: il problema Iraq non nasce dal nulla nel 2003. Nasce da un precedente reale di occultamento, sviluppo clandestino e uso effettivo di armi proibite.

Qui sta il nodo che troppi cancellano: dire che nel 2003 l’intelligence occidentale sbagliò nel valutare ciò che restava dei programmi iracheni non equivale affatto a dire che tutto era inventato. Sono due affermazioni completamente diverse.

La prima è vera: le valutazioni prebelliche sopravvalutarono la minaccia residua. La seconda è falsa: Saddam non era affatto estraneo alla questione delle armi di distruzione di massa. Aveva già mentito, nascosto, eluso, violato.

E proprio l’esperienza del 1991 insegnò alla comunità internazionale una lezione opposta a quella oggi ripetuta come slogan: non che i controlli fossero inutili, ma che senza controlli straordinari un regime opaco può portare avanti per anni un programma proibito ben oltre ciò che si pensa.

Anche il mito secondo cui “Blair ha ammesso che erano bugie” non regge. La Chilcot Inquiry è stata durissima sulla qualità del processo decisionale, sulla presentazione eccessivamente assertiva dell’intelligence e sull’insufficiente valutazione delle alternative e delle conseguenze. Ma non ha concluso che Tony Blair sapesse di mentire nel senso banale con cui oggi questa cosa viene ripetuta.

Il rapporto parla di intelligence eccessivamente certa, di validazione e analisi difettose, di credibilità compromessa dal mancato ritrovamento delle prove attese dopo l’invasione. È una condanna severa della gestione politica e informativa, ma non è la prova della favoletta per cui tutti sapevano perfettamente che non c’era nulla e decisero scientemente di inventarsi tutto. Dire questo significa riscrivere il contenuto dell’inchiesta.

Stesso discorso per la famigerata fialetta di Colin Powell, trasformata nel simbolo universale della frode. Quasi nessuno ricorda più cosa stesse dicendo davvero. Powell non sosteneva che quella fialetta contenesse la prova materiale prelevata in Iraq. La usava come supporto visivo per spiegare la letalità di quantità minime di antrace, richiamando gli attacchi all’antrace del 2001 negli Stati Uniti.

Le parole che pronunciò sono molto chiare: “less than a teaspoonful of dry anthrax in an envelope shut down the United States Senate”.

Cioè: una quantità minuscola può bastare a fare enormi danni. Si può criticare l’intero impianto della sua presentazione, e infatti moltissime sue affermazioni si sono rivelate errate o non sufficientemente corroborate. Ma raccontare oggi che la fialetta fosse la “prova fasulla” mostrata al mondo è un’altra semplificazione propagandistica.

Perché allora questa narrazione si è imposta con tanta forza? Perché è politicamente utile, emotivamente potente e intellettualmente comoda. Dopo il disastro della guerra, dopo i costi umani, strategici e reputazionali dell’intervento, l’opinione pubblica aveva bisogno di una formula netta: “era tutto falso”.

Barack Obama, che costruì una parte importante della propria ascesa nazionale anche sull’opposizione alla guerra in Iraq, ha governato in un clima culturale in cui questa lettura si è consolidata sempre di più. Ma il fatto che fosse politicamente comoda non la rende storicamente esatta.

L’errore del 2003 fu grave proprio perché avvenne su un terreno dove esistevano precedenti reali, violazioni reali, programmi reali e un regime con una lunga storia di opacità. Ed è proprio questo che rese le valutazioni sbagliate così credibili agli occhi di tanti.

Il punto diventa ancora più interessante se lo colleghiamo all’oggi. Perché oggi non siamo nel campo delle ipotesi vaghe o delle ricostruzioni ex post. Oggi l’IAEA certifica che l’Iran ha accumulato centinaia di chili di uranio arricchito fino al 60%: 440,9 kg di UF6 arricchito al 60%, di cui 432,9 kg verificati dall’Agenzia.

Non stiamo parlando del 3,67% del JCPOA, non stiamo parlando di arricchimento tipico per impieghi civili ordinari. Stiamo parlando di una soglia vicinissima al livello militare, in un contesto in cui l’IAEA segnala anche limiti di accesso e impossibilità di offrire un quadro pienamente aggiornato di alcune attività e capacità iraniane.

Questo non significa automaticamente “bomba domani mattina”, ma significa che oggi la base materiale del problema esiste in modo indiscutibile. Negarla sarebbe semplicemente negare i fatti.

E non c’è solo il nucleare. Sul piano missilistico, l’Iran possiede il più grande arsenale di missili balistici del Medio Oriente e dispone di vettori a lungo raggio che arrivano a 1.700 o 2.000 chilometri, come Emad, Ghadr, Sejil e Khorramshahr.

In altre parole, non siamo davanti a un Paese inerme che “non può neanche difendersi”, ma a una potenza regionale che ha costruito da anni un apparato missilistico serio, ampio e pericoloso. E in questa guerra lo si è visto ancora più chiaramente, così come nel 1991 si vide che le capacità irachene in certi ambiti erano state sottovalutate.

La storia dell’intelligence, purtroppo, non è solo una storia di sopravvalutazioni: è anche una storia di sottovalutazioni. Ed è proprio per questo che chi liquida tutto con il ritornello “ce l’avete raccontata già con Saddam” mostra di non aver capito né Saddam né l’Iran.
La lezione seria dell’Iraq non è “ogni allarme è una menzogna occidentale”.

La lezione seria è molto più scomoda: i regimi opachi possono davvero sviluppare capacità proibite; le ispezioni e i controlli contano enormemente; l’intelligence può sbagliare per eccesso ma anche per difetto; e trasformare ogni errore in una teoria della menzogna deliberata è il modo migliore per accecarsi davanti ai rischi successivi.

Chi oggi usa l’Iraq come clava retorica per negare il problema iraniano sta facendo esattamente l’errore opposto a quello che dice di voler evitare. Sta prendendo una semplificazione del passato per giustificare una cecità nel presente.

La verità storica è meno consolante dei meme: Saddam aveva davvero avuto armi di distruzione di massa, aveva davvero usato armi chimiche, aveva davvero occultato un programma nucleare clandestino più avanzato del previsto.

Nel 2003 l’Occidente sbagliò gravemente nel valutare ciò che restava e nel trarne le conseguenze politiche e militari.

Ma da questo non segue affatto che “era tutto inventato”. E, soprattutto, non segue che ogni minaccia successiva debba essere derubricata a propaganda. Se c’è una cosa che la storia dell’Iraq dovrebbe insegnarci, è a essere più seri, più sobri e più rigorosi. Non più ciechi.

Autore

  • Mark Pisoni

    Mark L. Pisoni Mark L. Pisoni, traduttore e interprete professionista con una lunga esperienza nei rapporti tra istituzioni europee e nordamericane. Ha collaborato con amministrazioni pubbliche e istituzioni diplomatiche negli Stati Uniti, in Canada e in Europa.

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