L’occhio onniveggente di Federico Faggin
A Roma non è arrivato soltanto un imprenditore della Silicon Valley ma un simbolo del nuovo potere globale, Peter Thiel.
La presenza del fondatore di Palantir Technologies e di PayPal nella Capitale, per un ciclo di incontri riservati organizzati dall’Associazione Vincenzo Gioberti, un think tank culturale e politico ispirato al filosofo e politico del Risorgimento, di area conservatrice e cattolica, nato per promuovere riflessione intellettuale, incontri e iniziative su identità, tradizione e pensiero politico, ha immediatamente acceso interrogativi che vanno ben oltre la curiosità culturale.
La notizia, ricostruita in esclusiva da Wired Italia attraverso un’intervista e un confronto con gli organizzatori, ha portato alla luce non solo il contenuto delle lezioni, ma soprattutto il contesto nel quale queste si sono svolte.
Il tema dichiarato, l’Anticristo, ha inevitabilmente alimentato letture simboliche, teologiche e politiche. Eppure il punto centrale non sembra essere la dimensione religiosa in senso stretto. Il vero tema è il rapporto tra civiltà, tecnologia e potere.
Quando una figura come Peter Thiel sceglie Roma, il cuore storico e simbolico dell’Occidente, per una serie di incontri a porte chiuse con un pubblico selezionato composto da accademici, finanzieri, analisti e ambienti politici, il significato non è mai soltanto culturale, siamo davanti a qualcosa di più profondo.
Thiel non è solo uno dei nomi più influenti del capitalismo tecnologico americano, ma il fondatore di una delle infrastrutture di analisi dati più potenti del mondo, una piattaforma che lavora con apparati di intelligence, difesa e governi, sappiamo che chi gestisce i dati non gestisce semplicemente informazioni, gestisce scenari, anticipazioni, decisioni.
In altre parole, gestisce il futuro.
È proprio questo il punto che rende la sua presenza a Roma strategicamente rilevante.
La cornice teologica dell’Anticristo sembra funzionare come una chiave interpretativa del presente, non tanto una figura, quanto un dispositivo concettuale attraverso cui leggere il declino dell’Occidente, la crisi della democrazia liberale, il rapporto tra libertà individuale e controllo tecnologico.
In questo senso, la riflessione si sposta immediatamente dalla teologia alla geopolitica.
Il nodo non è chi o cosa rappresenti l’Anticristo, ma quale modello di civiltà si stia delineando: da una parte la promessa della tecnologia come emancipazione, velocità, capacità predittiva, dall’altra il rischio che proprio quella stessa infrastruttura diventi uno strumento di concentrazione del potere.
Ed è qui che il nome di Palantir assume un valore che va ben oltre il business.
Non si tratta più solo di software o di piattaforme di analisi, ma di architetture cognitive che entrano nei processi decisionali degli Stati, delle intelligence e degli apparati militari.
La riflessione si pone sul perché proprio oggi, durante una delle crisi più importanti dalla fine della Guerra Fredda, e perché tutto questo si svolga in forma selettiva, riservata, lontana dal dibattito pubblico.
Forse perché siamo entrati in una fase in cui il potere non si manifesta più soltanto nelle istituzioni visibili, ma nelle reti che producono interpretazione del reale. La notizia raccontata da Wired Italia apre proprio questo interrogativo.
Roma diventa così non soltanto la sede di un incontro, ma il luogo simbolico in cui si incrociano tre linee di forza del nostro tempo: tecnologia, civiltà e potere.
Ma c’è un contrappunto che trovo straordinariamente significativo.
Negli stessi giorni in cui Peter Thiel porta a Roma la riflessione sul potere dei dati, in Italia si muove parallelamente un’altra figura simbolica della storia tecnologica contemporanea, Federico Faggin.
Ho avuto modo di conoscerlo pochi giorni fa, e di essere stata presente a una sua intervista presso la Fondazione Zeffirelli di Firenze, intervistato dall’ingegner Stefano Aversa per la Fondazione Bocelli
Faggin non è semplicemente uno scienziato, è uno dei padri del microprocessore, uno degli uomini che hanno reso possibile la nascita stessa della Silicon Valley tecnologica.
Se Thiel rappresenta oggi il potere algoritmico e strategico dei dati, l’occhio onniveggente, Faggin fin dal 1968 incarna l’origine materiale di quella rivoluzione.
Eppure, il suo percorso oggi sembra muoversi in direzione opposta.
Dopo aver contribuito a costruire il cervello delle macchine, ha scelto di concentrare la propria ricerca sulla coscienza, sostenendo che essa non sia un semplice prodotto del cervello, ma una proprietà fondamentale della realtà, un campo quantistico.
È un passaggio intellettuale di enorme portata.
Da una parte Thiel, che lavora sulla capacità delle macchine e dei sistemi di interpretare il mondo, dall’altra un fisico come Faggin, che afferma con forza che nessuna intelligenza artificiale potrà mai essere realmente cosciente o provare sentimenti come un essere umano.
Secondo la sua visione, le macchine elaborano simboli privi di significato intrinseco, mentre l’uomo comprende il significato della realtà. In questa sovrapposizione quasi simbolica si intravede la vera domanda del nostro tempo.
Non più soltanto chi controlla la tecnologia, ma che cosa della dimensione umana resterà irriducibile alla tecnologia stessa.
Forse è qui, più ancora che nel tema teologico dell’Anticristo, che si gioca il confronto tra due idee di futuro.
Una centrata sull’algoritmo e sulla previsione e l’altra sulla coscienza e sul suo significato.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


