L’impegno per le minoranze religiose, le donne, i minori e i manifestanti dalle frodi elettorali, la pena di morte e la tortura per mano del regime
Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana, è stata condannata a 38 anni di carcere e 148 frustate per aver difeso il diritto delle donne a non portare il velo e quello dei cittadini a criticare il regime.
Una carriera, la sua, che avrebbe dovuto spalancarle le porte del Nobel per la pace. Ma, per certe giurie, il coraggio ha un difetto imperdonabile: non è politicamente conveniente.
Il Nobel, invece, va a chi denuncia Israele per un genocidio che le competenti sedi giudiziarie internazionali non hanno accertato come fatto compiuto.
La distinzione, naturalmente, è troppo sottile per chi ha trasformato il diritto internazionale in un tribunale morale a senso unico: severissimo con Gerusalemme, assai più indulgente con chi vorrebbe cancellarla dalla carta geografica.
E così la Corte penale internazionale e il circo delle indignazioni selettive finiscono, nei loro effetti, per offrire tre assoluzioni involontarie.
La prima: ai macellai del 7 ottobre, che possono confidare nel fatto che, prima o poi, il processo alle vittime finirà per oscurare quello ai carnefici.
La seconda: ai sicari del regime iraniano, che hanno represso nel sangue le proteste di giovani colpevoli soltanto di pretendere libertà. Per loro, evidentemente, non ci sono abbastanza telecamere, abbastanza cortei, abbastanza indignazione. La loro oppressione non produce dividendi politici sufficienti.
La terza: a chi pretende di negare a Israele il diritto di impedire che un’aggressione terroristica diventi la premessa della prossima incursione omicida entro i suoi confini. Come se uno Stato dovesse attendere educatamente il prossimo massacro per non turbare la coscienza dei suoi censori.
Naturalmente, Israele non è esente da giudizi, critiche e responsabilità. Ma una cosa è sottoporlo al diritto, un’altra è applicargli un diritto speciale, nel quale le sue ragioni costituiscono sempre un’aggravante e quelle dei suoi nemici una circostanza attenuante.
La pace, del resto, è diventata una parola prodigiosa: basta pronunciarla per sentirsi assolti da qualunque indulgenza verso chi la distrugge.
E i diritti delle donne? E le ragazze iraniane bastonate perché mostrano i capelli? E i giovani fucilati perché chiedono di vivere liberi?
Sono dettagli.
Non fanno notizia, non mobilitano le piazze giuste, non aiutano a distribuire le parti nel consueto dramma dei buoni e dei cattivi.
Il risultato è grottesco: chi reprime le donne può continuare a farlo, chi massacra gli ebrei può rivendicare la propria causa, mentre chi cerca di impedirgli di ripetere l’impresa finisce sul banco degli imputati.
Non è la pace: è la quiete della coscienza di chi ha scelto da che parte indignarsi. E, come sempre accade, la coscienza più rumorosa è spesso quella che ha meno da dire alle vittime sbagliate.





