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Criminalità: la sinistra governa le 7 città più insicure d’Italia

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Criminalità: la sinistra governa le 7 città più insicure d'Italia

Le città che fanno lezione di accoglienza al resto del Paese guidano la classifica delle denunce

La sinistra governa le 7 città più insicure d’Italia. Un caso? Nemmeno per sogno.

In testa ci sono Milano, Firenze, Roma, Bologna, Rimini, Torino e Prato.

La classifica non viene da un volantino elettorale. È l’Indice della criminalità de Il Sole 24 Ore, che conta i reati denunciati provincia per provincia.

Due edizioni di fila, sempre le stesse sette.

Le obiezioni della sinistra sono già pronte: l’indice conta le denunce e non i reati, i turisti gonfiano i numeri.

Vero.

Peccato che la classifica registri solo chi ha ancora la forza di entrare in un Commissariato. E sono sempre di più i rassegnati che non denunciano.

La signora che nelle periferie romane non esce più dopo il tramonto non finisce in nessuna tabella. Lo spray al peperoncino nelle borse delle ragazze, accanto al rossetto, nemmeno.

Diranno pure che la polizia la manda il Viminale, dove del resto i primi dati segnalano già un calo.

Ma la strada la governa il sindaco: luci spente, telecamere che non arrivano, stazioni diventate terra di nessuno, palazzi occupati che nessuno sgombera.

Qui si arriva al cuore della faccenda. Per anni la sinistra ha avuto una parola magica per tutto questo: percezione.

Il furto è percezione. Lo scippo è percezione. La fermata dell’autobus dove dopo le nove non aspetta più nessuno è percezione.

Il trucco è sottile e funziona. Chiamare percezione il rischio sposta il problema dalla strada alla testa di chi ha paura, colpevolizzandolo.

La vittima diventa un elettore suggestionato. Magari un po’ razzista.

La realtà si trasforma in un difetto morale del cittadino. Il quale, a quel punto, si vergogna di averla vista.

La parola magica percezione, però, ha un compito più preciso: coprire quello che nessuno di loro vuole nominare. Chi commette quei reati.

I dati del Viminale lo dicono senza giri di parole. Gli stranieri sono meno di 1 residente su 10, ma un terzo dei denunciati e degli arrestati. Negli scippi e nelle rapine in strada, più della metà.

A Prato, una delle sette, gli stranieri arrestati sono 6 su 10.

Perché tacere numeri così netti? Non per stupidità.

Dire che quelle città sono insicure significherebbe ammettere il fallimento di un modello: l’accoglienza senza regole, la tolleranza verso il degrado.

Non solo, la sinistra fomenta il sospetto che ogni richiesta d’ordine nasconda una voglia di manganello.

Su quell’accoglienza la sinistra ha costruito un’identità e un consenso. Soprattutto, ci ha costruito sopra una rete di cooperative, associazioni, consulenze e incarichi che vive del flusso degli arrivi.

Riconoscere che una parte di quel flusso delinque non significherebbe solo essere smentiti. Significherebbe chiudere i rubinetti: appalti, convenzioni, stipendi.

La prova è arrivata appena gli sbarchi sono calati. Le cooperative non hanno festeggiato: hanno lanciato l’allarme sui centri vuoti, come un’azienda che vede crollare gli ordini.

Per questo non guardano. Non è cecità, è una voce di bilancio.

Eppure, non è sempre stato così. Il vecchio Partito comunista era un partito d’ordine. Durante il sequestro Moro scelse la fermezza senza esitare.

I suoi militanti vivevano nelle case popolari. La sicurezza la pretendevano, perché non potevano comprarsela.

Nel 1968, dopo gli scontri di Valle Giulia, Pasolini si schierò con i poliziotti figli di proletari contro gli studenti figli della borghesia. Scandalizzò i compagni, ma aveva capito tutto con mezzo secolo di anticipo.

Poi il popolo della sinistra ha traslocato. Dalle periferie ai centri storici, dalle fabbriche agli studi professionali, dalle sezioni ai salotti.

Chi abita in un quartiere presidiato può permettersi di liquidare come allarmismo quello che a Tor Bella Monaca è vita quotidiana. Per lui la paura è un servizio del telegiornale, da commentare a cena.

Ecco il paradosso più amaro. Le città che fanno lezione di accoglienza al resto del Paese guidano la classifica delle denunce.

Insegnano agli altri come si vive insieme. Poi non riescono a garantire una passeggiata serale ai propri cittadini.

Resta la domanda che chiunque si pone: perché quei cittadini continuano a votarli?

La risposta è semplice e brutale. Non li votano.

I sette sindaci governano con il voto di meno di un cittadino su 3. Nelle periferie, dove l’insicurezza si vive, si vota sempre meno. Nei centri, dove si legge sul giornale, si vota di più.

A Roma, al ballottaggio che elesse il sindaco, il municipio delle Torri fu il fanalino di coda dell’affluenza. Chi ha paura sotto casa ha smesso di credere che una scheda possa cambiare qualcosa.

Così decide chi sta bene. Decidono i quartieri dove la paura non arriva: la famosa ZTL.

Quando Letta giurò che il Pd non era più il partito della ZTL, i dati lo smentirono. Pure i fact-checker, che a destra non hanno amici.

Per il ceto medio colto il voto a sinistra non è un giudizio sull’amministrazione. È un segno di appartenenza, come il quartiere giusto, la libreria giusta, la spiaggia giusta.

Vedere il degrado sotto casa vorrebbe dire dare ragione alla destra. Meglio tornare alla parola magica.

Il cerchio si chiude da solo. La ZTL elegge il sindaco, la periferia subisce, la ZTL chiama tutto percezione e rielegge il sindaco.

Chi decide non paga. Chi paga non decide.

Finché le periferie resteranno a casa il giorno del voto, quella classifica non cambierà. Anzi, sarà la migliore assicurazione sulla vita di chi governa.

Ogni astenuto di Tor Bella Monaca, di Barriera di Milano, di via Padova è un voto regalato a chi lo ha lasciato solo.

Hanno sempre contato su una cosa sola: che la paura resti chiusa in casa.

Il giorno in cui uscirà per andare a votare, la percezione cambierà davvero. La loro.

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