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Burocretino a chi?

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burocretino

A lei, dottore. Proprio a lei, che ha scambiato una scrivania per un trono e il cittadino per un suddito

Ogni impero ha avuto i suoi barbari alle porte. Il nostro li ha arruolati con un concorso. Siedono dietro uno sportello, il martedì e il giovedì, dalle nove alle undici.

«Burocretino a chi?», domanda offeso il funzionario. A lei, dottore. Proprio a lei, che ha scambiato una scrivania per un trono e il cittadino per un suddito.

Prima di procedere, una precisazione, a scanso di equivoci. Negli uffici pubblici italiani lavorano moltissime persone perbene. Sono la maggioranza.

Il geometra comunale che risponde alle mail alle dieci di sera. L’istruttrice che telefona per segnalare il documento mancante, anziché fermare la pratica a un passo dalla scadenza. Il segretario comunale che sa la legge a memoria e la applica con buon senso. Il dirigente che sottoscrive, assumendosi il peso della propria firma.

Chi frequenta gli uffici per mestiere li incontra ogni giorno. Hanno salvato cantieri, aziende, a volte famiglie.

Subiscono un doppio torto. Ricevono lo stesso stipendio del collega che li affossa. Condividono una reputazione che il collega infanga ogni mattina. Questo testo è scritto anche in loro difesa. Forse soprattutto. Lo firmerebbero.

Il burocretino è un’altra specie. Vive di una formula lunga, recitata tutta d’un fiato, come un rosario di cui ha smarrito il senso: commaunoarticolounoleggeduecentoquarantuno.

Per chi l’ha dimenticata, la riassumiamo. L’attività amministrativa persegue i fini stabiliti dalla legge. Obbedisce a criteri di economicità, di efficacia, di imparzialità, di pubblicità, di trasparenza. Poche righe.

Il Parlamento le ha votate nel 1990. Il comma successivo vieta di aggravare il procedimento, salvo esigenze straordinarie, motivate.

Lo stipendio arriva il ventisette. Viene da noi. Dall’IMU, dall’IRPEF, dalle marche da sedici euro applicate su istanze che nessuno legge.

Vi paghiamo per un mestiere preciso. Istruire la pratica. Verificare. Decidere entro i termini.

Voi avete inventato un altro mestiere.

Il mestiere dell’integrazione documentale spedita il trentesimo giorno, alle 17.58 di venerdì. Il mestiere del parere preventivo sul parere.

Il mestiere del “non è di mia competenza”, pronunciato da chi quella competenza la occupa per concorso da ventidue anni. Il mestiere del modulo cambiato senza avviso.

Il mestiere della PEC inghiottita. Il mestiere del funzionario in ferie, del sostituto in malattia, del dirigente in riunione, della riunione rinviata.

Kafka ne ricavò due romanzi, Courteline una commedia, Gogol’ un pugno di racconti. Max Weber descrisse la burocrazia come una gabbia d’acciaio, razionale, impersonale, prevedibile.

Ignorava la variante italiana. La gabbia ha una sola chiave, nella tasca di un uomo in ferie fino al tre settembre.

Lo chiamate rigore. È potere. Un potere piccolo, privato, sul tempo degli altri.

Il suo alibi preferito è la paura. Paura della Corte dei conti, del danno erariale, dell’esposto anonimo. Una paura comprensibile, talvolta. Il burocretino però l’ha elevata a metodo.

Nel dubbio, sospende. Nel dubbio, sollecita un parere. Nel dubbio, rinvia. Il dubbio, per lui, è un impiego a tempo indeterminato.

Il tempo, appunto. Un impresario edile attende otto mesi un’autorizzazione dovuta in sessanta giorni. Sostiene gli operai, gli interessi, l’affitto del capannone.

Una vedova aspetta la reversibilità. Un comune di montagna perde il finanziamento europeo per un visto arrivato in ritardo. Un giovane architetto rinuncia, emigra a Monaco, progetta lì quello che la sua città gli ha negato.

Voi intanto timbrate. Alle 16.30 di giovedì, con puntualità svizzera, il cartellino registra la vostra fatica.

Esiste una distinzione semplice, che i manuali di diritto amministrativo ammantano di latino. Chi bussa allo sportello esercita un diritto. Chi sta dietro il vetro svolge un servizio. Voi avete invertito i posti. Il cittadino si abbassa a questuante. Il diritto si degrada a favore. L’attesa si fa pedagogia. Insegna chi comanda.

Ora basta.

L’articolo 2 della stessa legge, al comma 9, dispone che il ritardo pesi sulla valutazione e sulla responsabilità disciplinare del funzionario inadempiente.

L’articolo 2-bis prevede il risarcimento del danno ingiusto causato dall’inosservanza dolosa o colposa del termine. Il legislatore lo ha introdotto nel 2009. Anche questo vi è sfuggito.

Vi chiediamo i danni.

Le ore in coda, i cantieri fermi, le rate scadute, i figli partiti. Li quantificheremo in carta bollata, protocollata, entro i termini.

Noi, i termini, li rispettiamo.

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