Due visioni del mondo, due strade per il futuro dell’umanità
Siamo in una fase a livello planetario in cui è del tutto evidente il disordine internazionale provocato dal trumpismo e da conflitti regionali che possono sfociare in guerre mondiali.
E in questo scenario, invero drammatico, sembra definitiva la vittoria del cosiddetto “tecnocapitalismo” delle piattaforme digitali e dell’intelligenza artificiale, del mercato sulla socialità, del privato sul collettivo, senza nessuno spazio intermedio costituito dal (vero!) riformismo delle socialdemocrazie europee nel ‘900.
La conseguenza, dal campo economico a quello giuridico, sembra definitiva la vittoria della lex mercatoria, con diritti ormai apolidi che vagano nel mondo globale, alla ricerca di un costituzionalismo anch’esso planetario che prospetti loro nuove radici, dopo la crisi della sovranità popolare in cui anche l’umile mugnaio di Potzdam poteva opporre all’arroganza di un nobile l’invocazione di “un giudice a Berlino”.
Nello spazio globale i diritti vengono compressi o, addirittura, obliterati, scompaiono, con la subalternità nei confronti di un nuovo “universalismo imperiale” e delle sue tavole: proprio lo ius mercatorum del Medioevo, nato, in alternativa allo ius commune dallo stratificarsi degli usi e delle consuetudini del commercio, e progressivamente istituzionalizzato negli statuti – con l’affermarsi delle corporazioni – come diritto “speciale” (perché applicabile ai rapporti commerciali e perché creato dal ceto dei mercanti), e come diritto “universale” destinato a regolare i rapporti tra mercanti indipendentemente dalla loro nazionalità, dai luoghi dello scambio e dalle regole che in essi erano vigenti.
Un diritto, inoltre, che si caratterizzava per l’onnicomprensività del suo ambito di efficacia: l’equivalente ai nostri giorni della business community, che vuol porsi come ordinamento autonomo e sovranazionale, “modello Davos”, destinato a disciplinare i rapporti non solo commerciali internazionali, ma anche politici tra gli Stati.
La risposta è che nelle diverse dimensioni istituzionali si cerca di riscrivere il catalogo dei diritti, arrivati, per dirla con Norberto Bobbio, alla “terza generazione”.
Si reinterpretano quelli già riconosciuti, se ne aggiungono di nuovi, si interviene negandoli tutti, secondo lo schema di una bella riflessione di Stefano Rodotà: “Senza che però sia possibile chiudersi nell’angustia delle storiche frontiere, perché la circolazione e il confronto tra i diversi modelli sono imposti, in primo luogo, dal prepotente emergere di comuni bisogni materiali, dalla comune influenza dell’innovazione scientifica e tecnologica, dalla violenza di una finanza senza regole, dunque da quell’intreccio di relazioni e dipendenze, da quella nuova distribuzione di poteri, da quel continuo obbligo di fare i conti con gli altri, con tutti gli altri, che appunto si definisce globalizzazione”.
Lo storico appello alla “lotta per il diritto” si declina, oggi, come lotta per “i diritti”: e dinanzi ai processi di integrazione globale del mercato, della comunicazione e delle tecnologie è riemersa la riflessione sui diritti fondamentali nelle democrazie pluraliste, tradizionale oggetto di studio per filosofi del diritto e costituzionalisti, nella prospettiva di un “costituzionalismo globale”, che va dalla Weltbürgerliche Absicht di Kant al monismo di Hans Kelsen, fino a teorie più recenti, dialettizzate con le tradizionali categorie della cittadinanza.
Si pone sul piano storico-giuridico un problema: l’affermazione di un catalogo di diritti e delle loro garanzie – che rappresenta il nucleo essenziale del costituzionalismo moderno – per uscire dal dominio del mercato e delle oligarchie economiche che hanno “privatizzato la politica” e ridotto la partecipazione democratica, come testimonia la sempre più esigua percentuale di votanti nei vari Paesi, dove si svolgono (ancora, per fortuna!) libere elezioni.
Il Premio Nobel per la Pace a Navanethem “Navi” Pillay, attivista e giurista sudafricana, riaccende le speranze.


Maurizio Ballistreri, Ordinario ab. di Diritto del Lavoro Dipartimento di Scienze Politiche e Giuridiche dell'Università di Messina. Delegato della Rettrice dell'Università di Messina alle Relazioni sindacali. Direttore degli "Annali" della Facoltà di Economia dell'Università di Messina. Componente del Centro de Estudos, Jurídicos Económicos e Ambientais dell'Universidade Lusíada di Lisbona. Rank Full Teaching Professor International Academy of Social Sciences of Catholic University of New Spain, Florida, USA. Presidente Istituto di Studi sul Lavoro, Roma.


