Nel frammentato universo del moderatismo di centrosinistra, le manovre di avvicinamento non avvengono mai per semplice spirito di fratellanza politica, ma per spietata necessità tattica.
Matteo Renzi, nell’auspicare un orizzonte unito sotto le insegne di Casa Riformista, sta portando avanti una vera e propria Opa sull’intero perimetro centrista che guarda al campo largo.
L’obiettivo strategico del leader di Italia Viva è la costruzione di liste uniche capaci di superare lo sbarramento del 3 per cento in vista delle prossime elezioni politiche.
Sotto la superficie della ricomposizione ideologica, tuttavia, l’operazione nasconde, tuttavia, anche un calcolo politico ancora più cinico: la neutralizzazione di Alessandro Onorato e della sua componente civica.
Il perimetro sul quale l’ex premier intende calare il proprio marchio di fabbrica coinvolge realtà assai composite.
Da un lato c’è il neonato soggetto Più Uno, promosso da Ernesto Maria Ruffini e Franco Gabrielli; dall’altro c’è l’universo di Più Europa, dove la situazione appare ancora in divenire.
Il partito è attraversato da un profondo logoramento e da una spaccatura tra diverse anime interne, ma Renzi conta di ricomporre le fratture per averlo stabilmente al suo fianco nelle liste di Casa Riformista.
A questo quadro si aggiunge il movimento di Vincenzo Spadafora, Primavera, che dalla platea della Leopolda ha aperto a una «costituente riformista», e perfino Clemente Mastella, con il suo partito Noi di Centro e il relativo bacino elettorale, pronto a convergere nell’ambiziosa riproposizione di una sorta di Margherita 2.0, come la definì a suo tempo lo stesso sindaco di Benevento.
Da questo scenario resta invece tagliato fuori il PSI di Enzo Maraio. Essendo Maraio politicamente molto vicino a Gaetano Manfredi, a sua volta in forte sintonia con Giuseppe Conte, la formazione socialista non sarà della partita renziana, ma si collocherà altrove, muovendosi in un’area più contigua ad Alessandro Onorato e più favorevole alle posizioni del Movimento 5 Stelle.
Il patto d’ingaggio proposto da Italia Viva resta netto: un bilanciamento ponderato che riservi il 50 per cento dei posti in lista alla truppa renziana, lasciando l’altro 50 per cento da spartire tra le altre forze alleate.
Ma l’operazione, come detto, oltre alla sopravvivenza parlamentare, punta a fare pulizia nell’affollata area moderata.
L’ostacolo principale della contesa risponde al nome di Alessandro Onorato. Il progetto dell’assessore capitolino, nato sotto la benedizione strategica di Goffredo Bettini e percepito come la «quarta gamba» destinata a riequilibrare il campo largo in direzione populista, si trova di fronte a una strozzatura burocratica potenzialmente fatale: la difficoltà di reperire le seimila firme per collegio necessarie alla presentazione delle liste, aggravata dal netto rifiuto di Bruno Tabacci di concedergli il simbolo di Centro Democratico.
Ed è qui che le regole del gioco elettorale diventano decisive.
La nuova normativa conserva la soglia del 3 per cento per le singole liste, ma introduce una clausola di salvaguardia cruciale: all’interno di una coalizione, la prima forza politica che rimane sotto la soglia del 3 per cento ha diritto a essere ripescata.
Renzi punta ovviamente a superare il 3 per cento, ma, anche qualora dovesse restare al di sotto, gli basterebbe posizionarsi come prima lista «esclusa» per essere ripescato e accedere comunque al Parlamento.
Di conseguenza, se Onorato o altre sigle dovessero arrivare dietro Casa Riformista, restando sotto soglia, rimarrebbero totalmente escluse da qualsiasi ripartizione di seggi, finendo tagliate fuori dalla competizione istituzionale.
Dietro la contesa per i simboli e le percentuali si consuma così lo scontro per l’anima moderata del centrosinistra. Onorato e la regia bettiniana rappresentano il tentativo di costruire un centro ancillare e funzionale all’asse con Giuseppe Conte; la mossa di Renzi mira, al contrario, a prosciugare quell’esperimento per spostare con forza il baricentro dell’alleanza verso posizioni liberali, europeiste e riformiste.
Un vero e proprio scontro all’ultimo voto nel quale, tra sigle nascenti e veti incrociati, Renzi muove le sue pedine per sopravvivere, estromettere i rivali e ridurre il peso specifico dell’asse Conte-Bettini all’interno della coalizione.





