La crisi delle istituzioni internazionali
Viviamo tempi bui e tempestosi, nei quali la coincidenza temporale al potere di certi capi di Stato determina una situazione internazionale destabilizzata da un futuro molto incerto.
Il momento storico è molto stimolante, ma, al tempo stesso, molto critico.
Alle regole del diritto internazionale, che voleva un rispetto dei valori, dei principi di umanità e dei diritti fondamentali, sembra essersi fatta strada un’unica regola di condotta: i rapporti di forza.
La forza nel peggiore dei modi possibili quella militare e, di qui, la nascita di guerre in ogni dove e anche nel cuore dell’Europa.
Per “rapporti di forza” devono intendersi anche situazioni in ambito economico, finanziario e, soprattutto, energetico.
Le due realtà, diritto internazionale improntato su valori e principi di diritto naturale e rapporti di pura forza, non hanno nessuna speranza di coesistere.
Tale affermazione appare neutrale ma, al tempo stesso, è lapidaria.
La vera crisi delle istituzioni internazionali, per prima l’ONU, parte da lontano, ma sino agli ultimi anni 90 potevamo ancora sostenere che l’ombrello delle Nazioni Unite funzionasse.
Adesso, non è così e Stati come gli USA si possono permettere di criticare l’ONU e altre organizzazioni a esso collegate.
I rapporti di forza ci sono sempre stati e non si può negare che alcuni Paesi abbiano avuto una maggiore influenza nella storia, ma adesso si tratta di non considerare l’equilibrio internazionale dell’ONU e delle leggi internazionali e di voler infondere un ruolo egemonico di alcuni Stati nel mondo che mirino a prendere il potere.
Vi sono due spie di questo fenomeno: il sostanziale abbandono delle iniziative che coinvolgono l’ONU in situazioni di crisi e l’accentuarsi di reali egemonie di alcuni Stati “influenti” su quella data area.
Le strutture delle Nazioni Unite usate come luoghi di incontro di “potenti” più che come sedi, nelle quali tutti gli Stati del mondo sono uguali e hanno uguali diritti e doveri.
Si assiste a una perdita di rappresentatività delle Istituzioni e al sopravvento dei singoli capi di Stato, degli Stati più forti sotto il profilo economico e militare.
Altro segnale di grande incertezza rispetto alle Organizzazioni Internazionali e al loro ruolo di “pacificazione” è dato dal sorgere di “alleanze” regionali o economiche che, in qualche modo, cercano di ovviare rispetto alla perdita di ruolo delle Nazioni Unite.
Attualmente, e con il sostanziale immobilismo delle Nazioni Unite, l’avvento della supremazia dei rapporti di forza appare del tutto indomabile, sebbene sia immorale.
Non vi è dubbio che solo il futuro ci potrà dire come finirà questa “lotta” che, al momento, appare impari.
Continuiamo a sostenere che l’Europa potrebbe avere un ruolo in tutto ciò, ma l’essere disunita e politicamente non coesa determina una fragilità di cui
abbiamo già parlato in altre occasioni.
Con certezza, però, riteniamo che l’Europa oggi sia a un bivio: o si evolve in un soggetto politico unitario o è destinata a disgregarsi in pochi anni.
L’Unione Europea non può – come adesso – basarsi solo su rapporti economici; occorre un ruolo politico che può avere solo una federazione di Stati.
Ma qui si apre un fronte culturale e politico di immenso spessore dato dalle singole particolarità dei soggetti a essa aderenti.
Le spinte sovraniste e di piena indipendenza prendono sempre più piede per via dell’incompiuta essenza e fragilità dell’Europa.
La distanza culturale degli Stati è una ricchezza, ma l’inadeguata fisionomia politica dell’Europa non federata porta con sé un seme di disgregazione.





