Home Politica estera IL DESTINO DI GAZA CON L’ONU FUORI GIOCO

IL DESTINO DI GAZA CON L’ONU FUORI GIOCO

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L’ambasciatore israeliano all’Onu ha chiesto al Segretario generale di dimettersi dopo la sua dichiarazione sul bombardamento dell’ambulanza operata da Hamas.

L’inviato di Israele presso le Nazioni Unite si è scagliato contro il capo dell’organismo globale per la sua retorica sulla guerra di Gaza, sostenendo che il funzionario era complice nella diffusione delle bugie di Hamas al punto da diventare lui stesso un sostenitore de facto del terrorismo. 

Gilad Erdan ha invitato pertanto il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, a dimettersi, in una dichiarazione straordinariamente tagliente pubblicata su X.  

Primo ministro del Portogallo dal 1995 al 2002, per molti anni Guterres ha avuto un ruolo attivo nell’Internazionale Socialista, un’organizzazione mondiale di partiti politici socialdemocratici. Ne è stato Vicepresidente dal 1992 al 1999, co-presiedendo l’Africa Committee e in seguito il Development Committee.  Ha ricoperto l’incarico di Presidente dal 1999 fino a metà del 2005.  Inoltre, ha fondato il Consiglio Portoghese per i Rifugiati e la DECO (Associazione Portoghese per la Difesa dei Consumatori).  Nei primi anni Settanta, è stato Presidente del Centro de Acção Social Universitário, un’associazione che porta avanti progetti di sviluppo sociale nelle periferie disagiate di Lisbona.

Prima del suo incarico come Segretario Generale, Guterres è stato Alto Commissario per i Rifugiati delle Nazioni Unite (UNHCR) da giugno 2005 a dicembre 2015, guidando una delle organizzazioni umanitarie più importanti al mondo durante alcune delle crisi migratorie più gravi degli ultimi decenni. 

I conflitti in Siria e Iraq e le crisi nel Sud Sudan, nella Repubblica centrafricana e nello Yemen hanno portato a un enorme aumento delle attività dell’UNHCR, dato che il numero di individui in fuga dai conflitti e dalle persecuzioni è passato da 38 milioni nel 2005 a oltre 60 milioni nel 2015.

Gilad Erdan, dicendo a Gutierrez di dimettersi, ha messo il dito nella piaga della politica dell’Onu e della sua impotenza e, al contempo, ha ipotecato il destino di Gaza.

Il tema che ha posto Gilad Erdan è infatti quello cruciale: chi governerà Gaza dopo che Israele avrà sconfitto Hamas, organizzazione che è già stata abbandonata dagli Stati arabi e persino da Hezbollah?

Dicendo a Gutierrez di dimettersi, perché è di parte, Gilad Erdan ha fatto intendere a chi deve intendere che Israele non permetterà che a governare Gaza siano i soliti, con i finanziamenti dei soliti, con le solite Ong e con l’intervento umanitario dell’Onu, tramite le sue organizzazioni.

Tutto già visto, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

E’ del tutto ovvio che Israele non intende assumersi il ruolo di occupante che governa la Striscia.

La soluzione più prossima alla realtà è quella di una restituzione della Striscia ad Abu Mazen e all’Autorità Nazionale Palestinese, ma anche qui, con quali garanzie?

La storia dice che il fiume di dollari e di euro arrivati a Gaza e nella Cisgiordania sono finiti nelle mani di ristrette élite che li hanno usati per scopi che nulla hanno a che fare con lo sviluppo dei territori e il benessere delle popolazioni.

Vogliamo parlare del tesoro di Arafat? Un tesoro dal valore ancora inestimabile e non tutto al sicuro in Svizzera, che si è ingrossato a dismisura nel corso degli anni: un tesoretto a sei zeri, fondamentale per il destino della polveriera mediorientale. Secondo alcune analisi, il patrimonio dell’Anp si basa su:

  • contributi ufficiali degli Stati Arabi (ai quali si aggiunge una tassa su ogni barile di petrolio da loro esportato);
  • la tassa per la liberazione della Palestina (ossia il 5% del reddito di ogni cittadino palestinese);
  • entrate da investimenti finanziari legittimi e non;
    – donazioni da palestinesi abbienti, organizzazioni internazionali come Onu e Unione Europea ed enti di solidarietà;
  • estorsioni ai danni di imprese che potrebbero essere oggetto di attacchi terroristici;
  • traffico illegale di armi, droga e contraffazioni di marchi.

L’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, entità classificata come terroristica dal 1964 fino alla vigilia degli accordi di Oslo (1993) ha ricevuto e continua a ricevere sostegni finanziari e politici dall’Unione Europea, dai membri della Lega Araba e da numerosi Stati africani e del Centro America.

Con il denaro raccolto, l’Olp non solo ha pagato il terrorismo, ma una campagna di propaganda e di opinione sempre più a senso unico.

Alla precisa richiesta di un controllo economico sui soldi devoluti all’Olp, ha risposto Yasser Arafat in persona nel luglio 1994: “Mi rifiuto e non accetterò mai una simile eventualità. Rifiuto il controllo economico sulla Autorità Palestinese tranne che quello dei palestinesi. L’occupazione militare non lascerà di certo il posto a quella economica”.

Yasser Arafat era contemporaneamente il leader dell’Autorità Palestinese, il presidente dell’Olp e il capo di Al Fatah (che comprende la Brigate dei Martiri di Al Aqsa e i Tanzim).

I soldi erano tutti a disposizione del solo Arafat. Lui era l’unico titolare della firma su qualsiasi assegno bancario che attinge al tesoro. Era lui che siglava i documenti per l’Ente per i figli dei martiri palestinesi (nota come Samed).

Al momento della firma dei patti di Oslo il giro d’affari della Samed (gestiva aziende agricole, industrie, fabbriche di armi e vestiti, immobiliari, giornali, duty free e partecipazioni in compagnie aeree) si aggirava sui 10 miliardi di dollari.

Documenti trovati a Ramallah e in altri punti della Striscia di Gaza, scriveva
Sauro Legramandi per TgCom24, nel 2004, “hanno provato che:
– l’Autorità Palestinese mantiene una doppia contabilità per i salari palestinesi (ufficialmente spende 60 milioni di dollari al mese, in realtà nelle tasche dei diretti interessati ne arrivano 40,5);
– si applica una valuta diversa sui soldi provenienti dall’estero e l’Anp incamera la differenza;
– l’Anp preleva dagli stipendi dei poliziotti un tassa d’adesione ad Al Fatah pari a una cifra tra l’1,5 e il 2% dell’ammontare lordo (è l’Unione Europea a finanziare indirettamente questo fondo, “paragonando Al Fatah a un “organizzazione sindacale europea”);
– l’Anp finanzia membri di Al Fatah coinvolti direttamente in episodi di terrorismo (Barghouti, leader di Al Fatah, accusato di una trentina di omicidi, è su libro dell’Anp per 2500 dollari al mese).

Una buona parte dei fondi sono finiti nelle tasche di Arafat, come dimostrano le proteste della moglie, la quale nel 2012, ha chiesto di riaprire il caso sulla morte del marito.

La scusa gliela data una campagna mediatica lanciata da Al Jaseera nel tentativo di creare “il martire Arafat” secondo la quale il terrorista Nobel per la Pace sarebbe stato ucciso con il Polonio e, naturalmente,  a farlo sarebbe stato il Mossad.

La vedova, che alla morte del marito ha fatto propri tutti i conti correnti occultati in Svizzera con milioni di dollari, puntava ad avere un risarcimento in denaro, sia dalle autorità francesi che, a detta sua, avrebbero frettolosamente classificato il decesso come “infarto” e, naturalmente, dagli israeliani.

Uscendo di scena nel 2004, Yasser Arafat ha lasciato dietro di sé un patrimonio che, secondo varie stime, era di una ricchezza personale superiore a 1,3 miliardi di dollari, mentre all’Olp erano attribuite proprietà e partecipazioni finanziarie per un valore di 10 miliardi di dollari. 

La stessa cosa vale per Gaza. Il 50 per cento degli abitanti di Gaza è disoccupato e più o meno la stessa percentuale vive al di sotto della soglia della povertà, mentre i dirigenti di Hamas fanno soldi e vivono in esili dorati, investendo i finanziamenti in armamenti e in affari privati.

Siamo nel 2015. Dalla nascita della Autorità Nazionale Palestinese (ANP) uscita dagli accordi di Oslo (1993) come strumento per arrivare ad uno Stato palestinese democratico e moderno che vivesse in pace a fianco di Israele, gli Stati Uniti hanno donato oltre 4,5 miliardi di dollari per promuovere la democrazia palestinese.

Il fatto è che non solo di democrazia non vi è stata alcuna traccia, ma che quel fiume di denaro è semplicemente sparito nel nulla, senza che la popolazione palestinese ne abbia minimamente usufruito. Ai miliardi americani vanno aggiunti quelli donati per progetti di sviluppo dall’Unione Europea.

Allo scoppio del conflitto attuale, l’Unione Europea aveva in cantiere aiuti per un valore totale di 691 milioni di euro.

L’Unione Europea è uno dei principali fornitori di aiuti umanitari e finanziari alla Cisgiordania, il territorio governato dall’Autorità Nazionale Palestinese del presidente Mahmoud Abbas, e alla Striscia di Gaza. Il sostegno è destinato ai servizi essenziali, come la sanità, l’assistenza sociale, gli stipendi dei dipendenti pubblici e i progetti di sviluppo. Per quanto riguarda Gaza, il denaro viene raccolto e convogliato attraverso l’Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l’occupazione dei rifugiati palestinesi (Unrwa).

E qui torniamo alla questione posta dall’ambasciatore israeliano all’Onu: il controllo dei finanziamenti.

Se, come sembra, gli Usa stanno tentando di far sì che il governo della Striscia passi nelle mani di Abu Mazen e dell’Autorità palestinese, è chiaro, questo dice Israele, che non può più essere che i finanziamenti siano controllati dall’Onu, dalle sue filiali, dalle Ong, eterodirette dai veri filantropi, con in testa George Soros e, tanto meno, dalle organizzazioni private che si incaricano di elaborare i progetti, trattenendo il 10 per cento dei finanziamenti.

Chi governerà Gaza dovrà sapere che i finanziamenti dovranno arrivare dagli Stati, dovranno essere controllati dagli Stati e, da quel che si capisce, anche da Israele, perché i soldi devono andare al benessere della popolazione, unica garanzia di pace, e non a finanziare gruppi estremisti e potenti locali che si fanno la pancia piena con i soldi della cosiddetta solidarietà.

Guterrez strilla, come Borrell e come tutti coloro che piangono o che usano la politica internazionale per starnazzare nel cortile di casa, ma la questione è chiara: se si vuole risolvere la questione palestinese i soldi della ricostruzione non possono essere dati ai soliti canali che hanno fallito, armando il terrorismo.

L’avvertimento vale anche per l’Ucraina, perché le due cose sono legate. L’Ucraina è un Paese corrotto e i finanziamenti per la ricostruzione che saranno impiegati dopo che Zelenski sarà uscito di scena, come pare sia invitato a fare, e dopo che si sarà chiusa la fase bellica, devono essere garantiti da chi li eroga e non da chi li riceve.

Gilad Erdan ha posto anche un’altra questione: l’inutilità dell’Onu. Ma questa è un’altra puntata di una tragedia internazionale che vede finire un’era.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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