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Il Comandante NATO: pronti a difenderci, ma no a escalation

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In caso di attacco a uno Stato alleato, “bloccare” l’avversario. L’obiettivo non è un’ulteriore escalation.  Tradotto: cari europei datevi una calmata, non confondete la difesa dell’Europa con uno stato permanente di mobilitazione contro la Russia.  Whitaker: Europa al 4° posto nelle priorità USA

Al Forum sulla sicurezza di Varsavia il Comandante USA della NATO Alexus Grynkewich e l’Ambasciatore USA presso la NATO Whitaker hanno detto forte e chiaro che essere pronti a contrastare e bloccare un eventuale attacco nemico ad uno Stato dell’Alleanza non significherebbe entrare in una logica di escalation e che l’Europa, nel quadro delle priorità USA è al 4° posto.

“Non abbiamo né la necessità, né l’interesse a innescare un’escalation”, ha precisato Alexus Grynkewich, al forum sulla sicurezza di Varsavia presentando il “Theory of victory” dell’Alleanza

Il Comandante Supremo della NATO in Europa, lo statunitense Alexus Grynkewich, parlando al forum sulla sicurezza di Varsavia e presentando il “Theory of victory”, il quadro strategico-militare della NATO per vincere un eventuale conflitto, ha detto che, in caso di attacco verso uno Stato alleato, la NATO si difenderebbe e saprebbe “bloccare” l’avversario, ma l’obiettivo non sarebbe un’ulteriore escalation.

Tradotto in moneta, cari inglesi e cari signori dell’Unione Europea, datevi una calmata perché comandiamo noi e non faremo la guerra alla Russia perché qualcuno di voi la vuol fare.

“Poiché il nostro obiettivo è esclusivamente colpire il sistema che ci sta attaccando e farlo solo per impedirgli di raggiungere i suoi scopi – ha detto forte e chiaro Grynkewich – non abbiamo né la necessità, né l’interesse a innescare un’escalation. È improbabile che l’Alleanza venga colta di sorpresa. Saremo in grado di individuare un imminente attacco, guadagnando così il tempo necessario per valutarne le intenzioni e dispiegare rapidamente le forze”.

Tradotto in moneta: cari europei, smettetela con gli isterismi e con la narrazione che la Russia è in procinto di attaccarci, perché siamo in grado di prevedere e di contrastare.

Un potenziale nemico, “di fronte a un’Alleanza unita, forte e pronta, dovrebbe rendersi rapidamente conto che il costo militare di un’escalation sarebbe eccessivo”, ha aggiunto Grynkewich, sostenendo che “un punto di forza fondamentale della nostra Alleanza è il vantaggio decisionale. Monitoriamo e osserviamo lo scenario operativo grazie a una sofisticata stratificazione di informazioni di intelligence, provenienti da sistemi di raccolta multi-sorgente che forniscono enormi quantità di dati. Utilizziamo tali dati per elaborare analisi cruciali, impiegando algoritmi avanzati per interpretarli. Il risultato fondamentale è una profonda comprensione del contesto strategico e operativo”.

“Con queste azioni – ha detto ancora il comandante in capo della NATO – puntiamo alla deterrenza, ma ci prepariamo anche a respingere qualsiasi potenziale attacco, inclusi quelli volti a conquistare e occupare il territorio della Nato come un fatto compiuto. In sintesi, ci prepariamo ad assolvere il nostro compito più sacro: la difesa delle nostre popolazioni e del nostro territorio”.

Theory of Victory e dottrina Kennan

Il punto storico che permette di comprendere la portata della Theory of Victory è il confronto con la teoria di George F. Kennan.

Kennan concepiva il contenimento come una strategia di lungo periodo volta a impedire l’espansione della potenza sovietica; la teoria presentata dalla NATO a Varsavia, per come è stata descritta, punta invece a predisporre una sequenza operativa per sconfiggere militarmente un attacco.

Ma Kennan non proponeva la passività. Nel suo articolo del 1947, The Sources of Soviet Conduct, sosteneva una controforza ferma, applicata nei punti geografici e politici in cui l’URSS cercava di estendere la propria influenza.

Allo stesso tempo metteva in guardia contro le provocazioni, la retorica muscolare e le pressioni che avrebbero potuto intrappolare Mosca in una posizione dalla quale non poteva arretrare senza perdere prestigio.

Il suo ragionamento conteneva quindi due elementi: fermare l’espansione, senza lasciare che ogni avanzata sovietica producesse nuovi fatti compiuti; evitare di trasformare il contenimento in una crociata, nella quale l’obiettivo diventasse la sconfitta totale o l’umiliazione dell’avversario.

È questo secondo elemento che rende il confronto con Varsavia particolarmente interessante.

La Theory of Victory non abbandona formalmente la deterrenza: Grynkewich ha dichiarato che la NATO non cerca la guerra e che il conflitto non è inevitabile.

Tuttavia, la formula «block, blunt and break» mette in primo piano la capacità di distruggere le forze e i sistemi che sostengono un attacco, qualora la prima difesa non bastasse.

La differenza strategica si può esprimere così: Kennan proponeva di rendere inefficace l’espansione avversaria senza trasformare ogni confronto in una guerra decisiva; la Theory of Victory propone di rendere inefficace l’attacco avversario attraverso una sequenza militare che può culminare nella neutralizzazione delle sue capacità operative.

Le due logiche possono convivere se la seconda rimane subordinata a un obiettivo politico limitato: difendere il territorio alleato e ristabilire una condizione di sicurezza.

Entrano invece in tensione quando la distruzione delle capacità militari diventa un fine autonomo, senza una definizione chiara del punto in cui fermarsi.

Il nodo kennaniano, dunque, non è se la NATO debba essere militarmente forte. È se la forza sia uno strumento per contenere il conflitto oppure una dinamica che finisce per allargarne gli obiettivi. È su questa distinzione che si misura la distanza fra deterrenza e una strategia di vittoria militare.

Chi è Alexus Grynkewich

Alexus Grynkewich, 54 anni, è un esperto pilota di caccia con oltre 2.300 ore di volo su F-16 e F-22. Laureato in storia militare presso l’Accademia dell’Aeronautica degli Stati Uniti nel 1993, ha ricoperto ruoli di comando in diverse operazioni, tra cui l’Operazione Inherent Resolve in Medio Oriente.

Attualmente, è direttore delle operazioni per il Joint chief of staff del Pentagono. La sua nomina a Saceur rappresenta un’eccezione alla prassi consolidata, essendo il primo generale a tre stelle a ricoprire tale incarico, solitamente affidato a quelli a quattro stelle.

La scelta di Grynkewich si inserisce anche in una più ampia strategia di ribilanciamento delle priorità militari americane, con un’attenzione crescente verso la regione indo-pacifica e la sicurezza del confine meridionale.

La Theory of Victory della NATO

La Theory of Victory della NATO, presentata lunedi a Varsavia dal generale statunitense Alexus Grynkewich, Comandante supremo alleato in Europa (SACEUR), è un concetto operativo che definisce come l’Alleanza intende fermare e sconfiggere un eventuale attacco russo contro il territorio NATO, impedendo a Mosca di conquistare rapidamente territori e di mettere gli alleati davanti a un fatto compiuto.

La sua formula riassuntiva è composta da tre verbi: Block, Blunt, Break – bloccare, arrestare e disarticolare.

Il punto importante è che non si tratta soltanto di una dichiarazione di deterrenza politica: la teoria descrive una sequenza di azioni militari, dalla difesa immediata della frontiera fino alla distruzione delle capacità di comando, comunicazione e sostegno logistico dell’avversario.

Le tre fasi della teoria

1. Bloccare – Difesa immediata – Impedire che un attacco iniziale produca una rapida conquista territoriale. Le forze terrestri già presenti sul fianco orientale dovrebbero fermare l’incursione prima che l’avversario possa consolidare le proprie posizioni. Obiettivo: impedire una vittoria rapida e limitata della Russia, per esempio in una crisi nella regione baltica.

2. Smorzare l’offensiva – Logoramento e interdizione. Se l’attacco continua, la NATO impiegherebbe sensori avanzati, droni, sistemi autonomi, intelligenza artificiale e attacchi coordinati per rallentare l’avanzata e impedire al nemico di concentrare efficacemente le proprie forze. Obiettivo: togliere all’offensiva russa velocità, massa d’urto e capacità di sfruttare il vantaggio iniziale.

3. Disarticolare il sistema bellico – Escalation militare. Se necessario, colpire non soltanto le unità combattenti, ma anche i sistemi che le dirigono, le riforniscono e ne sostengono l’azione. Sono contemplate capacità aeree, missilistiche, informatiche e attacchi contro obiettivi che possono trovarsi anche in territorio nemico. Obiettivo: rendere l’operazione militare avversaria insostenibile, privandola della capacità di continuare a combattere in modo coordinato.

Il cuore tecnologico: colpire il sistema, non soltanto le truppe

Il cambiamento più significativo è il passaggio dalla difesa territoriale tradizionale alla disarticolazione dell’intero sistema operativo nemico.

La documentazione non classificata richiama la sigla C5ISRT, che comprende comando, controllo, comunicazioni, computer, capacità cyber, intelligence, sorveglianza, ricognizione e acquisizione degli obiettivi.

La logica è quella di una catena integrata: individuare l’obiettivo, condividerne rapidamente i dati, decidere e colpire prima che il nemico riesca a reagire.

Questo modello cerca di compensare la superiorità numerica che la Russia potrebbe concentrare localmente, sfruttando la combinazione di tecnologie relativamente economiche, capacità di attacco a distanza e coordinamento tra le forze alleate.

Dove si combatterebbe: il fianco orientale

 

Membri NATO

 

Il contesto geografico di riferimento è il fianco orientale europeo, con particolare attenzione agli Stati baltici, alla Polonia, alla Bielorussia e all’area di Kaliningrad.

La preoccupazione strategica è che un attacco rapido in una zona circoscritta possa mettere in difficoltà la NATO sul piano politico prima ancora che su quello militare: gli alleati dovrebbero decidere se e come reagire mentre una parte del territorio è già stata occupata.

La Theory of Victory mira precisamente a impedire questo scenario. La difesa avanzata dovrebbe agire subito, mentre le capacità aeree, missilistiche e digitali verrebbero utilizzate per ostacolare rinforzi, comando e sostegno delle forze attaccanti.

La strategia non stabilisce pubblicamente che ogni crisi avverrà nei Paesi baltici, né identifica un unico scenario operativo. Il Baltico è un riferimento importante, non l’unico teatro possibile.

Il punto politicamente più delicato: colpire anche oltre la frontiera

Questa è probabilmente la parte più importante dell’intero documento. La logica descritta non si limita a respingere le forze che hanno attraversato il confine NATO. Se l’attacco prosegue, contempla la possibilità di colpire anche gli elementi che lo rendono possibile: centri di comando, reti di comunicazione, sistemi di difesa aerea, logistica e rinforzi. In altri termini, la difesa può richiedere di agire militarmente anche nello spazio da cui proviene l’attacco.

Questo apre tre questioni strategiche: dove termina la difesa del territorio alleato e dove comincia l’azione offensiva contro le capacità militari dell’avversario; fino a che punto i governi europei sarebbero disposti ad autorizzare attacchi in profondità; come evitare che la distruzione di sistemi militari russi venga interpretata da Mosca come l’inizio di una guerra più ampia.

Come fa notare il WSJ, Grynkewich ha presentato la teoria come uno strumento per rendere inefficace un attacco e scoraggiarlo in partenza, non come un progetto per conquistare la Russia o rovesciarne il governo. La riduzione del rischio di una guerra più vasta costituisce una delle finalità dichiarate.

La novità non è che la NATO si prepari a combattere: lo fa da sempre. È la maggiore enfasi sulla rapidità d’intervento, sull’integrazione tecnologica e sulla distruzione delle capacità che permettono al nemico di condurre la guerra.

Le tre condizioni necessarie perché il piano funzioni

La teoria esprime un’intenzione operativa, non dimostra automaticamente che la NATO riuscirebbe a realizzarla.

1. Integrazione tecnologica – I dati raccolti da sensori, droni, satelliti e unità terrestri devono essere condivisi rapidamente e trasformati in decisioni operative. Una rete interrotta o compromessa potrebbe ridurre il vantaggio previsto.

2. Capacità industriale e logistica – Droni, munizioni, missili, ricambi e sistemi elettronici devono essere disponibili in quantità sufficienti. La superiorità tecnologica iniziale non garantisce la capacità di sostenere un conflitto prolungato.

3. Coesione politica dell’Alleanza – Gli Stati devono essere disposti a condividere informazioni, mettere a disposizione forze e sostenere le conseguenze di eventuali attacchi in profondità. È una questione particolarmente delicata quando sono coinvolte potenze nucleari.

Questi sono i principali punti di verifica strategica che emergono dalla struttura del piano; non sono una certificazione del fatto che tutte le capacità siano già disponibili o pienamente operative.

Una lettura geopolitica

Una lettura geopolitica della Theory of Victory va posta su tre livelli.

Primo: deterrenza militare. La NATO vuole comunicare a Mosca che un’operazione limitata, rapida e geograficamente circoscritta non consentirebbe di ottenere vantaggi prima che l’Alleanza possa reagire. L’obiettivo è far apparire l’aggressione destinata al fallimento.

Secondo: trasformazione della guerra. La combinazione di droni, intelligenza artificiale, reti di dati e attacchi a distanza mostra che il campo di battaglia viene concepito come un sistema integrato. Non basta più disporre di più carri armati o più soldati: conta anche la capacità di vedere, decidere e colpire più rapidamente dell’avversario.

Terzo: impegno politico e industriale europeo. Una strategia del genere richiede investimenti, scorte, produzione militare e interoperabilità. Se la NATO dichiara di poter neutralizzare un attacco ma non dispone delle munizioni, dei sistemi e della capacità produttiva necessari, la credibilità della deterrenza ne risente.

C’è infine una distinzione fondamentale: la Theory of Victory riguarda direttamente la difesa del territorio NATO. Non equivale, di per sé, a un piano per sconfiggere la Russia in Ucraina, né implica automaticamente che l’Alleanza entrerà direttamente nella guerra in corso. Il suo scenario dichiarato è quello di un attacco contro un membro dell’Alleanza.

Il messaggio a Mosca è che la NATO non intende limitarsi a contenere un’incursione, ma mira a renderla militarmente insostenibile.

Il problema strategico centrale sarà riuscire a farlo mantenendo la coesione dei 32 alleati e impedendo che la risposta convenzionale degeneri in un conflitto più ampio, potenzialmente nucleare.

Il messaggio che non esiste un attacco russo imminente è esplicito.

Il generale Alexus Grynkewich ha dichiarato a Varsavia che un conflitto con la Russia «non è imminente né inevitabile» e che la NATO deve prepararsi anche a scenari soltanto possibili. Ha inoltre ribadito che l’Alleanza non cerca la guerra.

Non una minaccia rivolta a Mosca, ma una rassicurazione rivolta alle popolazioni europee e agli stessi alleati.

La Theory of Victory della NATO, letta in questa chiave, potrebbe essere anche una dose di camomilla per alcune cancellerie europee, che sembrano aver trasformato lo scenario di una possibile guerra futura con la Russia nella rappresentazione di un’invasione imminente.

Il punto politico è triplice

Contenimento, non crociata. La logica di Kennan era impedire all’avversario di espandere la propria influenza, non cercare uno scontro diretto permanente né trasformare ogni crisi in una guerra esistenziale.

L’Ucraina non coincide con la sicurezza degli Stati Uniti. Washington può voler impedire una vittoria strategica russa senza per questo considerare prioritario sostenere indefinitamente Kiev, tanto meno allargare il conflitto.

L’Europa deve distinguere deterrenza e allarmismo. Riarmarsi può essere una scelta strategica; presentare una guerra con Mosca come inevitabile o imminente è invece una scelta politica, che ha costi economici, industriali e sociali.

E qui torna Kennan: una strategia di contenimento efficace richiede lucidità, pazienza e obiettivi circoscritti, non l’isteria diplomatica, né la convinzione che ogni compromesso equivalga a una capitolazione.

La camomilla, insomma, non è per chi vuole difendere l’Europa. È per chi confonde la difesa dell’Europa con la necessità di vivere in uno stato permanente di mobilitazione contro la Russia.

L’ambasciatore USA: Europa al 4° posto delle priorità Usa

Lunedì l’ambasciatore statunitense presso la NATO, Matthew Whitaker, intervenendo al Forum sulla sicurezza di Varsavia ha detto che la NATO “deve modernizzare le proprie infrastrutture militari per spostare truppe e attrezzature in modo più efficiente dall’Europa occidentale al suo fianco orientale, dove un futuro conflitto con la Russia avrebbe maggiori probabilità di verificarsi”.

Whitaker ha sottolineato l’importanza della mobilità militare e del “trasferimento di risorse dall’ovest all’est”, individuando basi obsolete, reti di approvvigionamento di carburante e accordi che regolano il dispiegamento delle truppe statunitensi come aree che necessitano di modernizzazione.

Whitaker ha affermato che l’Europa si colloca al quarto posto tra le priorità strategiche degli Stati Uniti, dopo la sicurezza nazionale, l’emisfero occidentale e il Pacifico.

“Le superpotenze e le grandi potenze globali hanno incontrato difficoltà soprattutto quando si sono spinte troppo oltre”, ha affermato Whitaker. Pertanto l’ambasciatore ha sottolineato che Trump desidera che gli alleati europei diventino “autonomi e non dipendenti” dalla protezione militare statunitense.

“Gli Stati Uniti – ha affermato Whitaker – non si stanno tirando indietro. Vi chiediamo solo di fare un passo avanti”.

Whitaker non ha annunciato alcuna decisione in merito al ritiro o al trasferimento delle forze statunitensi, ma ha affermato che Washington sta rivedendo la propria presenza militare in Europa. Ha inoltre criticato i membri della NATO che non hanno rispettato gli impegni di spesa per la difesa.

Secondo una recente pubblicazione dell’Economist, il numero di truppe statunitensi in Europa è diminuito da circa 100.000 a 80.000 unità, nell’ambito di una revisione dei dispiegamenti militari all’estero da parte del Pentagono.

Nel frattempo, la Germania sta ampliando la sua presenza militare in Lituania, dove la sua 45ª Brigata Panzer dovrebbe crescere da 1.600 a circa 5.000 uomini entro la fine del 2027.

Il dispiegamento ha lo scopo di rafforzare le difese della NATO vicino alla Bielorussia e allo stretto di Suwalki, strategicamente importante, che collega la Polonia e la Lituania.

I funzionari europei riconoscono che il continente rimane fortemente dipendente dall’intelligence, dalla sorveglianza, dalla difesa aerea e dal supporto logistico degli Stati Uniti.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all’Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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