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Vittima, interazione e vulnerabilità: un approccio criminologico

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vittima

Dalle teorie fondative alla prevenzione e alla tutela moderna

Premessa introduttiva

Al centro di questa riflessione vi è il ruolo della vittima all’interno della dinamica criminale, superando la tradizionale concezione penalistica che la relegava a soggetto meramente passivo dell’azione delittuosa, costituisce l’obiettivo principale di queste pagine.

Attraverso una ricostruzione storica e teorica della vittimologia, verranno esaminate le interazioni tra autore e vittima, i fattori individuali e socio-demografici di vulnerabilità e il costrutto criminologico di “vittima latente”.

L’obiettivo è dimostrare come lo studio relazionale del reato non intenda giustificare l’autore, bensì offrire chiavi di lettura fondamentali per un’efficace prevenzione.

Origini concettuali e nascita della vittimologia

Il termine “vittima” deriva dal latino victima (di etimologia incerta, probabilmente etrusca), termine originariamente riservato all’animale o alla persona immolata nei riti sacrificali.

Sotto il profilo antropologico, René Girard, in La violenza e il sacro (1972), ha magistralmente descritto il “meccanismo del capro espiatorio”: nelle società primitive, le tensioni interne al gruppo venivano canalizzate e risolte attraverso il sacrificio di un soggetto terzo, la cui morte ristorava l’ordine sociale, conferendo alla vittima stessa una dimensionale sacrale.

In ambito criminologico, l’interesse sistematico per questa figura emerge solo nella metà del XX secolo.

I padri fondatori della disciplina sono storicamente considerati Hans von Hentig e Benjamin Mendelsohn. Se von Hentig, con il suo lavoro pionieristico The Criminal and His Victim (1948), si concentrò prevalentemente sugli aspetti sociobiologici della relazione interpersonale, l’avvocato romeno-israeliano Benjamin Mendelsohn teorizzò per primo la necessità di una scienza autonoma.

Mendelsohn coniò ufficialmente il termine “vittimologia”, dal latino victima e dal greco logos, presentandolo inizialmente in una conferenza a Bucarest nel 1947, per poi formalizzarlo negli anni successivi come lo studio sistematico della personalità e del ruolo della vittima prima, durante e dopo l’evento reato (Mendelsohn, B. (1956), Une nouvelle branche de la science bio-psychosociale: la victimologie, Revue de Droit Pénal et de Criminologie).

Un ulteriore contributo metodologico giunse in seguito dallo psichiatra Frederic Wertham, il quale sviluppò una sociologia della vittima focalizzata sui reati di omicidio.

Il ruolo interattivo e la partecipazione della vittima

La vittimologia evidenzia come la vittima non sia necessariamente un elemento statico. Come osservato dai primi studi di von Hentig e Wertham, l’atteggiamento, la condotta o la vulnerabilità del soggetto passivo possono entrare in interazione con la genesi e lo sviluppo del disegno criminale.

A tal proposito, Mendelsohn propose una celebre classificazione basata sulla “partecipazione morale” o sul grado di correlazione causale tra il comportamento della vittima e l’azione del reo.

In questa prospettiva, l’autore individua una gradazione che spazia dalla “vittima totalmente innocente”, priva di qualsiasi legame causale con l’azione criminale (come nel caso delle vittime di stragi), alla vittima imprudente, che si espone al rischio per negligenza o mancanza di cautele elementari.

Si giunge poi alla vittima volontaria o cooperante, attiva in dinamiche specifiche come l’eutanasia, e alla vittima provocatrice, la cui condotta aggressiva o minacciosa innesca la reazione violenta del reo.

Infine, il quadro si completa con la vittima con elevato grado di colpa (tipica dell’aggressore ucciso per legittima difesa) e la vittima immaginaria o simulatrice, che architetta o esagera un evento per scopi utilitaristici o spinte psicopatologiche.

Nota critica moderna. Sotto il profilo dogmatico, la criminologia contemporanea declina oggi l’uso rigido di tali tassonomie per evitare derive di victim blaming (colpevolizzazione della vittima).

Resta fermo il principio per cui l’assenza di proporzionalità tra un’eventuale provocazione e la risposta violenta esclude qualsiasi attenuazione della responsabilità penale in capo all’autore.

Fattori di vulnerabilità e il costrutto di “vittima latente”

Il rischio di vittimizzazione è strettamente correlato a specifici fattori predisponenti di natura biologica, psicologica e sociale che si manifestano con maggiore incidenza in determinate categorie.

Tra queste, i minori e gli anziani presentano una vulnerabilità intrinseca legata alla fragilità fisica, alla ridotta capacità di difesa e, nel caso della terza età, a potenziali condizioni di isolamento sociale.

Sotto il profilo del genere, le dinamiche di violenza interpersonale vedono spesso le donne esposte a specifici reati relazionali e domestici; in questo ambito, i fattori di rischio culturali e le disparità di potere surclassano la mera dimensione della prestanza fisica.

Altrettanto significative sono le fragilità psichiche o legate alle dipendenze (come tossicodipendenza e alcolismo), le quali compromettono la capacità di discernimento e autotutela del soggetto.

Infine, le minoranze e i contesti di forte marginalità accentuano il rischio a causa di barriere linguistiche, socio-economiche e di una ridotta rete di protezione sociale.

L’insieme di queste variabili concorre a definire il concetto di “vittima latente”, ovvero la predisposizione (generale o specifica) di determinati individui a subire ripetuti episodi di vittimizzazione.

Se la predisposizione generale attiene a tratti psicologici o relazionali stabili dell’individuo, la predisposizione specifica si lega in modo stringente alle variabili socio-demografiche e ai contesti ambientali di riferimento.

Per concludere

La moderna scienza vittimologica ha definitivamente sdoganato l’immagine della vittima quale attore inerte del dramma penale. Comprendere la complessità dei fattori interazionali e delle vulnerabilità intrinseche al reato non significa ripartire la colpa giuridica, bensì affinare gli strumenti clinici e investigativi.

La ricerca futura dovrà concentrarsi sull’analisi empirica di tali dinamiche all’interno dei nuovi scenari di violenza urbana, informatica e domestica, al fine di strutturare modelli di prevenzione primaria e programmi di supporto psicosociale sempre più mirati.

Autore

  • Andrea Feltri

    Andrea Feltri, esperto a livello internazionale in Scienze Criminologiche e Criminalistiche, ha ricoperto incarichi nell’ambito dell’Intelligence e Crime Analysis. Ha partecipato a vari programmi di Polizia Internazionale all’estero quale docente e consigliere dell’Unione Europea Occidentale. Docente in Criminologia Clinica e Scienze Criminalistiche, ha tenuto corsi presso Università e Scuole di Specializzazione Internazionali. È studioso di simbologie sacre e precristiane e culti satanici e autore di numerosi articoli scientifici. Direttore Scientifico di Centri di Studi per la Comunicazione e la Formazione di Psico-Criminologia e Criminalistica. È Giudice Onorario presso il Tribunale per i minorenni di Lecce.

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