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Giorgia Meloni attacca al cuore la finanza verde

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finanza verde

ETS, un “meccanismo che gonfia artificialmente i prezzi e danneggia le nostre imprese manifatturiere”. L’FMI rivede al rialzo il PIL italiano nel 2026: +0,8%

Gli ETS sono un “meccanismo che gonfia artificialmente i prezzi, che crea squilibri tra gli Stati membri, danneggia le nostre imprese manifatturiere, particolarmente nella loro capacità di competere in un mercato globale nel quale i nostri principali concorrenti non sono neanche lontanamente sottoposti allo stesso livello di costo del carbonio e agli stessi vincoli, il che produce un paradosso incredibile”.

Giorgia Meloni, intervenendo lunedì all’Assemblea generale di Assolombarda a Milano, dopo aver rivendicato la capacità dell’economia italiana di resistere alle crisi e  dopo aver ricordato gli impatti futuri dell’intelligenza artificiale e del Piano Mattei, ha affondato ilo coltello nel cuore della finanza verde, quella che fingendo di fare il bene del pianeta consente a chi acquista i certificati verdi e bianchi di inquinare a piacimento.

Gli ETS sono la più volgare ipocrisia dell’ideologia messa in atto dalla finanza speculativa, una truffa ideologica che fingendo di salvare il pianeta favorisce gli interessi della finanza e consente a chi compra i certificati di fare dumping a danno delle aziende che applicano le regole.

ETS

ETS: che cosa sono, come funzionano e chi guadagna dal loro mercato

Gli ETS (Emission Trading System) sono sistemi di scambio di quote di emissione di gas serra. Nell’Unione europea costituiscono uno degli strumenti principali della politica climatica: attribuiscono un costo alle emissioni di CO₂ e consentono alle imprese di acquistare e vendere quote.

Per comprenderli davvero, bisogna distinguere tre livelli:

• il sistema politico-regolatorio (chi stabilisce quante emissioni sono consentite e quante quote vengono immesse sul mercato);

• il mercato finanziario (dove le quote vengono negoziate, da chi sono intermediate e come si forma il prezzo);

• l’economia reale (chi deve acquistare le quote per produrre energia, acciaio, cemento e altri beni e come il costo si trasferisce sui prezzi finali).

Questa distinzione è importante perché chi stabilisce le regole, chi commercia le quote e chi è obbligato a utilizzarle non è necessariamente lo stesso soggetto.

Come funziona un ETS in Europa

Nel sistema europeo, il principale mercato è l’EU ETS, attivo dal 2005.

L’Unione europea fissa il tetto, ossia il numero complessivo di quote disponibili: è limitato e viene ridotto secondo le regole climatiche. Le quote vengono distribuite in prevalenza tramite aste pubbliche e una parte è assegnata gratuitamente alle attività ammissibili.

Le quote vengono scambiate: imprese, banche e intermediari comprano e vendono quote e contratti finanziari collegati.

Le imprese rendicontano le emissioni: per ogni tonnellata di CO₂ equivalente emessa soggetta al sistema, l’operatore deve restituire una quota.

Fonte: Commissione europea, funzionamento dell’EU ETS.

Una quota, chiamata EUA (European Union Allowance), corrisponde al diritto di emettere una tonnellata di CO₂ equivalente.

Facciamo un esempio semplificato: un impianto emette un milione di tonnellate e dispone di 800.000 quote. Deve procurarsi altre 200.000 quote, ridurre le emissioni oppure combinare le due strategie.

Se il prezzo fosse di 70 (quotazione puramente immaginaria) euro per quota, acquistare le 200.000 quote mancanti costerebbe 14 milioni di euro.

La quotazione attuale reale di una quota (permesso EUA, European Union Allowance, pari a 1 tonnellata di CO₂ equivalente) nel mercato europeo EU ETS si attesta intorno a 87,50 – 87,84 EUR.

Il punto economico è che il costo delle emissioni entra nelle decisioni produttive: può incentivare investimenti più efficienti, ma può anche aumentare i costi di produzione.

L’effetto dipende dal settore, dal livello delle emissioni, dalle quote gratuite e dalla possibilità di trasferire il costo sui clienti.

Dove vengono intermediati gli ETS

Il mercato non è un unico luogo. Si articola in un mercato primario, un mercato secondario e una rete di intermediari finanziari.

1. Mercato primario: aste pubbliche – Il principale gestore delle aste europee è European Energy Exchange (EEX) a Lipsia. Qui vengono collocate le quote per conto degli Stati partecipanti. I proventi delle aste confluiscono in larga parte nei bilanci pubblici e nei fondi europei previsti dalle regole.

2. Mercato secondario: borse e contratti – Le quote già emesse vengono rivendute. Tra le sedi di negoziazione figurano EEX e ICE Endex. Si scambiano quote a pronti e, soprattutto, contratti derivati come futures e opzioni. Un future può servire a fissare oggi un prezzo per un acquisto futuro, senza che l’acquirente debba necessariamente ricevere subito le quote.

3. Banche, broker e mercato OTC – Una parte importante delle operazioni passa attraverso intermediari oppure avviene over the counter (OTC), cioè mediante contratti negoziati direttamente tra le controparti, fuori da una borsa. Gli intermediari possono eseguire ordini dei clienti, fornire liquidità, strutturare coperture e offrire finanziamenti o servizi di custodia. La Commissione europea descrive il mercato secondario come molto più ampio del mercato primario e rileva che la maggior parte delle negoziazioni avviene attraverso derivati, non con semplici compravendite a pronti.

Questo è un passaggio fondamentale: il mercato delle quote fisiche e il mercato dei contratti finanziari sulle quote sono collegati, ma non sono la stessa cosa.

L’elenco degli intermediari pubblicato da EEX comprende banche, società di intermediazione e operatori specializzati.

Chi compra effettivamente le quote

Qui occorre distinguere tre categorie.

1. Compratori industriali obbligati, sono gli utilizzatori che hanno necessità di coprire le emissioni soggette al sistema: centrali elettriche e produttori di calore; acciaierie e impianti siderurgici; cementifici e produttori di calce; raffinerie e altri impianti industriali coperti; operatori dell’aviazione e, secondo le regole applicabili, del trasporto marittimo. Non tutti questi soggetti acquistano necessariamente ogni quota: alcuni ricevono assegnazioni gratuite o dispongono già di quote accumulate.

2. Banche e operatori finanziari. Possono comprare quote per conto dei clienti, detenere posizioni proprie, negoziare derivati o fornire liquidità al mercato. Il loro obiettivo può essere una copertura finanziaria, un’attività di intermediazione oppure un guadagno sulle variazioni dei prezzi. Non tutte le banche operano con le stesse strategie né assumono necessariamente posizioni speculative.

3. Società energetiche e trader. I gruppi energetici possono acquistare quote per coprire le proprie centrali, gestire il rischio legato ai prezzi dell’elettricità e del gas oppure negoziare portafogli energetici e ambientali.

La Commissione europea identifica proprio le imprese energetiche e industriali soggette agli obblighi ETS, insieme agli intermediari finanziari, come categorie centrali del mercato.

Come si forma il prezzo della CO₂?

Il prezzo non viene fissato amministrativamente a un valore unico deciso dalla Commissione. La politica europea determina il limite complessivo e le regole di offerta; il prezzo emerge dalle transazioni e dalle aspettative del mercato.

I fattori principali sono:

EU - ETS

Un esempio riguarda l’elettricità prodotta dal carbone. Se una centrale deve acquistare quote costose, il costo aggiuntivo può rendere meno conveniente la sua produzione rispetto a quella di una centrale a gas.

Ma il risultato dipende anche dai prezzi dei combustibili, dall’efficienza degli impianti e dalle condizioni della rete.

Il costo della CO₂ può quindi propagarsi dal mercato delle quote al prezzo dell’elettricità e, indirettamente, ai costi di acciaio, cemento, trasporti e altri prodotti. La misura effettiva del trasferimento dipende dal settore e dalle condizioni di mercato.

La Commissione europea riporta 38,8 miliardi di euro di entrate dalle aste nel 2024, di cui circa 25 miliardi distribuiti direttamente agli Stati membri. Si tratta di dati storici ufficiali, non di un valore riferito al 2026.

Questo chiarisce un punto: il valore delle quote non è tutto un ricavo per le banche. Le entrate delle aste sono prevalentemente pubbliche; i ricavi degli intermediari derivano dai servizi, dagli spread e, quando assumono posizioni proprie, dagli eventuali risultati delle loro operazioni.

La questione della competitività

Quanto pesa il costo delle quote sulla competitività delle imprese europee rispetto ai produttori esterni all’UE?

Come vengono utilizzati i proventi delle aste e quanto ritornano all’economia produttiva?

Quale parte del mercato è legata alla copertura delle emissioni reali e quale all’intermediazione e alle posizioni finanziarie?

Le imprese europee sostengono un costo della transizione climatica attraverso gli ETS, mentre i concorrenti extraeuropei possono operare con vincoli e costi del carbonio differenti.

Quando questa asimmetria si combina con sovracapacità produttiva, sostegni pubblici e prezzi d’esportazione molto bassi, le imprese europee possono perdere quote di mercato anche senza essere meno efficienti sul piano tecnologico.

Per un’acciaieria, una cementeria o un produttore di alluminio, il costo del carbonio può incidere direttamente sui costi operativi e sugli investimenti necessari per decarbonizzare.

Il problema competitivo nasce quando il produttore europeo sostiene contemporaneamente: il costo delle quote di emissione; prezzi dell’energia relativamente elevati; investimenti per adeguarsi alle norme ambientali; costi del lavoro e altri obblighi regolamentari.

Un concorrente cinese può invece beneficiare di condizioni differenti, comprese sovvenzioni pubbliche, finanziamenti agevolati, energia a condizioni diverse e una maggiore scala produttiva.

La Commissione europea ha documentato distorsioni e sovracapacità in diversi settori industriali cinesi, in particolare nell’acciaio.

Il quadro commerciale con la Cina

Il contesto generale è significativo. Nel 2025 l’UE ha esportato in Cina beni per 199,6 miliardi di euro e ne ha importati per 559,4 miliardi, con un disavanzo commerciale di 359,8 miliardi. Le importazioni sono aumentate del 6,4% rispetto al 2024, mentre le esportazioni sono diminuite del 6,5%.

Il disavanzo non dimostra da solo una concorrenza sleale: riflette anche la struttura della domanda e la specializzazione delle due economie.

Tuttavia, associato alla pressione sui prezzi industriali e alla dipendenza europea da alcuni prodotti strategici, è un indicatore importante da esaminare.

La stessa UE sta cercando di rafforzare le difese commerciali: nel febbraio 2026 la Commissione ha discusso una nuova misura siderurgica che prevede una riduzione dei volumi d’importazione esenti da dazi e un aumento dei dazi fuori quota, proprio per contrastare gli effetti della sovracapacità globale.

La questione strategica

Applicare un prezzo del carbonio alla produzione europea senza assicurare una protezione adeguata contro le distorsioni esterne può trasferire una parte dei costi della transizione alle imprese europee, mentre una quota della produzione e del valore aggiunto si sposta verso paesi con condizioni differenti.

Non a caso Giorgia Meloni nel suo intervento alla Confindustria lombarda ha ricordato che l’industria ha bisogno di volontà ma anche di uno Stato che la accompagni.

“Un’industria che vuole crescere ha certamente bisogno di volontà – ha detto Giorgia Meloni – ma ha anche bisogno di uno Stato che accompagni, che la consideri un alleato e che non la consideri invece un mero soggetto da tassare o addirittura da ostacolare”.

Per questo “il governo ci sarà quando serve, perché alle volte il migliore aiuto a chi produce e non mettersi di traverso”.

Il presidente del Consiglio ha poi annunciato che con il ministro Giorgetti il Governo sta lavorando per introdurre nella legge di bilancio una misura di carattere fiscale per agevolare gli investimenti”.

Sul caro energia, Giorgia Meloni ha richiamato uno stanziamento di “60 milioni” per “proteggere gli italiani dal caro energia ma se noi non costruiamo risposte strutturali e di lungo periodo rischiamo di essere sempre più in emergenza.

“Con il decreto bollette – ricorda – avevamo avviato un confronto con Bruxelles per ridurre i costi per famiglie e imprese. Con la Commissione stiamo lavorando per costruire un meccanismo che consenta di contenere il prezzo del gas utilizzato per produrre energia elettrica e il confronto è in fase avanzata”.

L’Italia e l’UE: “Abbiamo il diritto di dire quando qualcosa non va”

Il presidente del Consiglio ha parlato del ruolo del nostro Paese in Europa e di fronte alle scelte fatte da Bruxelles.

“L’Italia in Europa – ha detto – ha diritto di dire quando qualcosa non va, non per indebolirla ma per renderla più forte. Non si possono reperire risorse tagliando su coesione e politica agricola che sono la precondizione per la competitività. Non si può costruire l’autonomia strategia se si taglia sull’unica autonomia che abbiamo, cioè quello che mangiamo”.

FMI, PIL italiano +0,8%

Nel frattempo giungono notizie positiva sul fronte internazionale. Il FMI rivede al rialzo il PIL italiano nel 2026: +0,8% e nel report nel 2026 prevede un’inflazione al +3,3% e disoccupazione al 5,6%

Aumentata anche la previsione di crescita del 2027 al +0,6% dal +0,5% di luglio.

Nel 2025 il PIL si è attestato al +0,5%. Nel quarto trimestre di quest’anno, il PIL è visto in crescita del +0,5% (dal +0,1% di luglio) e del +0,9% nel 2027 (+1% nell’aggiornamento di luglio).

L’inflazione dovrebbe rallentare al +2,8% il prossimo anno. Il tasso di disoccupazione frenerà al 5,6% quest’anno dal 6,1% del 2025 per poi risalire di 0,2 punti percentuali al +5,8% nel 2027.

Autore

  • Silvano Danesi

    Silvano Danesi, laureato in Filosofia all'Università Statale di Milano. Dopo la laurea ha seguito studi storici e antropologici, ha pubblicato diversi saggi di storia, antropologia e massoneria, e ha tenuto varie conferenze e seminari.

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