Le popolazioni locali si ribellano alla nuova e subdola forma d’imperialismo neocoloniale
L’ingresso delle truppe dell’Esercito federale etiopico (ENDF) a Mekelle è presto sfociato nel saccheggio di uffici e negozi e nel terrore tra i civili, ma senza scontri con le forze del TPLF.
Il TPLF, Fronte Popolare di Liberazione del Tigray, con altri sei gruppi etnici del Paese – AFNM/FANO, OLF/OLA, ANURF, ONLF, ANURF, BPLM, GPDM -, compone l’Alleanza di Cooperazione per la Sopravvivenza, sparsa tra Tigray, Amhara, Oromia, Ogaden, Afar, Benishangul-Gumuz, oggi in guerra col governo federale di Addis Abeba.
La ragione è molto banale, tanto che il trionfalismo di molti media e analisti di settore per la facile avanzata è presto parso davvero fuori luogo: optando per un ritiro tattico, il TPLF ha puntato ad attrarre l’ENDF più a nord, dentro un lungo corridoio che non ha tardato a trasformarsi in un incubo logistico.
Ai fianchi di questo corridoio, infatti, operano proprio le forze del TPLF, mentre a sud, ostacolandone l’uscita, vi è il FANO: entrambi saccheggiando le linee di rifornimento dell’ENDF e costringendo le sue unità alla resa o alla consegna dei propri mezzi e armamenti.
La trappola s’è già sostanziata sia a nord di Mekelle che lungo il percorso, in un progetto che contrappone la scuola di guerriglia a quella delle FFAA tradizionali: costringere un esercito regolare a disperdere le sue forze in più aree ostili o poco conosciute, perdendo unità e coordinazione, è proprio l’obiettivo perseguito dalla guerriglia per poterlo dividere e debellare.
Cose analoghe avvengono anche nell’Amhara come a Mekane Selam o a Gondar, oltre che in Oromia, lo stato federato da cui Abiy Ahmed, di etnia Oromo, proviene.
Qualche giorno fa ricorreva, peraltro, la festività della popolazione Oromo, l’Irreecha (Ringraziamento), e il governo federale aveva fatto pervenire molti Oromo proprio nella capitale federale, Addis Abeba, contando nella certezza che ciò si tramutasse in un tributo al leader.
Invece, presto la cerimonia s’è tramutata in protesta, pur senza raggiungere i livelli degli scorsi anni a causa della forte blindatura delle forze di sicurezza che, in questi giorni, connota tanto la capitale quanto i principali centri, come Bishoftu, capoluogo dell’Oromia.
Comunque, non soltanto FANO e OLA si danno da fare nei rispettivi stati federati, ma anche l’ANURF in Afar, come visto ad Afdera, Dallol, Erbeti, o ad est, in direzione del capoluogo Semera, puntando al controllo della via autostradale e ferroviaria che la collega a Gibuti.
Questi esempi, uniti alle continue imboscate del FANO nel Wollo settentrionale, con la cattura di due colonnelli dell’ENDF e all’allargamento della guerriglia insurrezionale in Oromia da parte dell’OLA, spiegano, in buona misura, perché media come Al Jazeera, che hanno sin qui seguito una linea piuttosto filo-etiopica nel trattare le questioni relative al Corno d’Africa, preferiscano parlare dell’avanzata su Mekelle, confondendo un ritiro tattico altrui per una successo proprio.
Eppure, basterebbe guardare a tutti i precedenti storici, l’ultimo nel 2021, o a quelli più remoti, relativi alla guerra 1961 – 1991; ma la storia è una scuola con pochi scolari.
D’altra parte, anche in occasione del ritiro tattico dello scorso aprile da Kidal, nel nord del Mali, da parte di FAMA e Africa Corps, e così pure della controffensiva ucraina di primavera/estate 2023, abbiamo sentito simili trionfalismi “a vuoto”: poi se ne sono visti i frutti, anzi, tuttora si vedono.
La guerriglia continuerà, dunque, ad allargarsi, coinvolgendo anche altri stati federati dove, al momento, le forze della Coalizione non sono ancora entrate pienamente in campo.
Tuttavia, già c’è un vasto fronte d’ostilità che “cintura” insieme stati federati etiopici contigui – Tigray, Amhara, Afar, Ogaden, Oromia, Benishagul-Gumuz, a breve e non a sorpresa anche il Gambela -, col risultato che sette, per non dire otto, diversi conflitti regionali sono oggi divenuti un solo conflitto, con forze che agiscono coordinandosi tra di loro laddove in passato si muovevano separatamente.
È un conflitto unitario, non più una sommatoria di conflitti distinti, che dai confini eritrei giunge a quelli keniani e da quelli somali a quelli sudanesi.
Tutto ciò proprio in un momento in cui l’Etiopia, con la politica sin qui condotta dal suo governo, pare aver fatto di tutto per sabotare gravemente i rapporti con tutti i suoi vicini.
Peraltro, i leader di Egitto, Sudan, Eritrea e Somalia si sono incontrati ad El Alamein, emanando una dichiarazione congiunta che, nei suoi vari punti, riafferma ognuna delle questioni relative alla sovranità nel Mar Rosso, nel Corno d’Africa e nel Bacino del Nilo che il governo etiopico di Abiy Ahmed aveva sin qui rimesso in discussione.
L’appoggio di Addis Abeba alle RSF in Sudan, alle autorità separatiste di Hargeisa in Somaliland, le rivendicazioni senza fondamenti giuridici sul porto eritreo di Assab e su tutta la relativa regione e lo sfruttamento unilaterale delle acque del Nilo Azzurro, tutti questi unilateralismi politici in violazione del diritto internazionale hanno di fatto concorso a unire Paesi in passato almeno in parte separati tra loro.
A livello interno la gestione in chiave liberista e verticista dell’economia, l’ideologia nazionalista “cripto-sionista” dell’Oromummah (Grande Oromia) e la repressione politica hanno portato gruppi etno-politici un tempo disallineati tra loro a coalizzarsi nell’Alleanza per la Sopravvivenza.
Stati fragili ed eterogenei per etnie e culture non dovrebbero mai perseguire politiche espressione dell’interesse di una singola élite etnica legata a interessi extra-regionali: il riferimento a Israele ed EAU, che hanno in mano due chiavi essenziali dell’Etiopia di oggi, e del suo “governo dell’Oromummah”, è infatti più che chiaro.
L’Oromummah stessa, tra l’altro, dice tutto: è un mito geopolitico, perseguito dall’odierna leadership etiopica, che, a suo modo, ricalca per gli Oromo nel Corno d’Africa ciò che la Grande Israele dovrebbe essere per gli Ebrei in Medio Oriente.
In entrambi i casi, il ricorso alla fantarcheologia, alla storia mistificata o alle @rivendicazioni di “confini sconfinati” è una costante. I due progetti, oggi, convivono in quello che, più segretamente, è noto come Esagono delle Alleanze o Asse delle Nazioni, la nuova dottrina strategica che Israele ha derivato dalla precedente, in realtà non tanto dissimile, l’Alleanza della Periferia.
Tuttavia, Paesi fragili ed eterogenei come nel Corno d’Africa e l’Etiopia a maggior ragione, hanno bisogno di sovranità, integrazione e concretezza, non di pericolose e divisive fantasie geopolitiche che alludono a disegni di dominio sub-imperiale regionale per conto terzi.
La guerra civile che vediamo oggi in Etiopia è, di fatto, anche un rigetto delle popolazioni locali verso questa nuova e subdola forma d’imperialismo neocoloniale.





