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Dalla società monarchicentrica a quella egocentrica

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Dalla società monarchicentrica a quella egocentrica

Lo sfaldamento della famiglia e la decadenza economica

Giocando con i neologismi del linguaggio sociologico analizzando i 160 anni della storia d’Italia, possiamo definire 5 grandi ere sociali.

Abbiamo avuto un primo ciclo “Monarchicentrico” in cui la società civile era interamente incentrata sulla figura del monarca e della sua Corte.

L’idea di Nazione non esisteva e c’era solo il Regno, che, più o meno illuminato che fosse, era concepito per gratificare e glorificare il sovrano.

Il popolo era lo strumento del potere del Re e il governo era l’emanazione di nobiltà e borghesia, i pilastri sui quali si reggeva la monarchia, che pur costituzionale, riconosceva il diritto di voto solo a classi privilegiate di cittadini maschi, per lo più nobili e ricchi borghesi.

Tutti coloro che non rientravano in queste categorie erano assimilabili ai plebei dell’antica Roma, senza diritto alla cultura e all’alfabetizzazione, destinati a una vita da operai e contadini sottomessi al sistema di potere. L’ascensore sociale non esisteva.

L’avvento dell’era fascista coincise con l’inizio del ciclo “Nazionalcentrico” che poneva la nazione (e lo Stato) al centro di tutto, considerandola come l’unità di misura principale e fondamentale della politica, della storia, dell’economia, e della società.

La perfetta comunione tra nazionalismo e fascismo fu sancita nel 1923, in occasione della Marcia su Roma, quando l’Associazione Nazionalista italiana fondata nel 1910, confluì nel Partito Nazionale Fascista, non senza qualche defezione.

Il popolo era una risorsa al servizio dello Stato e i figli ne erano il pilastro.
Anche se Mussolini si espresse più volte in favore del diritto di voto alle donne, nei fatti, durante il ventennio, svuotò progressivamente il voto popolare di ogni significato.

Le grandi riforme, prima fra tutte la scolarizzazione, portarono al miglioramento delle condizioni sociali e culturali della popolazione, e pur in un contesto di ordine e sudditanza al partito, per la prima volta divennero un fattore importante e strategico per la crescita del Paese, anche se funzionale al servizio esclusivo della potenza e del prestigio della Nazione sovrana.

La famiglia era la chioccia in cui crescevano i figli, tanti figli, figli che erano di “proprieta” dello Stato e che ne rappresentavano al tempo stesso la forza e il futuro.

Con la caduta del fascismo e la devastazione della guerra, il ruolo dello Stato cambiò, da padrone assoluto, a strumento di rinascita.

Ebbe inizio il ciclo “Familiocentrico” in cui la famiglia era al centro di tutto, e superiore ad ogni cosa, una scelta dettata dalla necessità di sopravvivenza.

Più la famiglia era numerosa, più era intraprendente e capiente, non c’era spazio per rivalse o faide interne, tutti i suoi componenti mettevano in comune le risorse guadagnate col proprio lavoro creando ricchezza e un nuovo benessere per la propria microcomunità, ma anche per il contesto globale.

Il popolo italiano rispose all’emergenza della ricostruzione nel solo modo che conosceva: rimboccandosi le maniche e lavorando sodo.

In questo periodo i figli erano una risorsa fondamentale della famiglia, il nucleo più importante, la ragione stessa della sua esistenza, la sua vera ricchezza, e fin da giovanissimi aiutavano la famiglia nel lavoro quotidiano.

Per le nuove generazioni però c’era una priorità riconosciuta: l’istruzione, forse la sola eredità positiva del periodo fascista.

Quella fu l’epoca della speranza, e delle opportunità.

Lo Stato assisteva a questo fermento di iniziative favorendole con una fiscalità minima e una pressione burocratica quasi inesistente, consapevole che da lì, da quell’universo di microimprese, sarebbe partita la rinascita del Paese.

Dagli anni ’70 l’Italia entrò in una dimensione industriale di rilievo internazionale tornando ad essere una potenza, se non militare, economica.

La centralità della famiglia fu sostituita da quella dei figli in un nuovo ciclo “Figliocentrico” che ha visto i genitori lavorare unicamente per soddisfare il benessere dei figli, assecondarne i desideri, e assicurare loro un futuro.

In questa nuova fase le famiglie persero la propria unità, si frammentarono, e i figli iniziarono ad essere un costo, per cui diminuirono di numero, diventando spesso uno solo, ma tutti i sacrifici dei genitori erano destinati a soddisfarne ogni esigenza, e alla fine quell’unico figlio finì per assorbire tutte le risorse della famiglia e spesso anche qualche debito.

Lo Stato in questo processo non fu marginale. Aveva perso il suo ruolo egemone, e decise di recuperarlo inasprendo la leva burocratica.

L’ampliamento dei servizi imposto dalla corsa alla modernità, e una Repubblica troppo giovane, furono terreno fertile per la corruzione politica, e insieme portatono ad un abnorme aumento della pressione fiscale e alla massiccia stampa di cartamoneta, con una inflazione a doppia cifra che si ripercosse sui redditi dei cittadini e sulla competitività delle imprese.

L’Italia iniziò a conoscere il fenomeno della disoccupazione, specie al sud dove i giovani lasciavano le campagne per venire a lavorare nelle ricche imprese del nord.

Lo spettro della povertà tornò ad aleggiare sul Paese.

A mantenere la famiglie c’era quasi sempre il lavoro di un solo componente, l’uomo, e l’aumentare delle esigenze combinato con la riduzione del potere d’acquisto dei salari, mise in crisi il modello tradizionale, costringendo le donne a lavorare per integrare il reddito famigliare.

Le donne allora (ma anche oggi) venivano pagate molto meno degli uomini pur rendendo allo stesso modo, e questo permise a molti settori in difficoltà di superare il gap di competitività creato dagli inasprinenti fiscali e burocratici.

Al tempo stesso avere due stipendi in famiglia aumentò la capacità di spesa dando il via alla stagione del consumismo che fu linfa vitale per la crescita delle manifatture e per la segmentazione dei mercati.

Questo nuovo ruolo delle donne: madri, donne di casa, lavoratrici, e spesso gestrici oculate delle finanze, fu determinante e permise alle famiglie di accumulare risparmi, progettare l’acquisto della casa,
e far studiare i figli.

Fu l’inizio di un nuovo benessere, un’epoca in cui si faceva a gara per comprare la macchina più bella, si arredava la casa con accessori di design, si facevano le ferie in luoghi esotici, e si ostentava il proprio benessere.

Eravamo il Paese più invidiato del mondo, ma sotto l’entusiasmo covava il seme di un nuovo malessere.

I giovani, tutti istruiti e con diplomi dai titoli altisonanti, restavano sempre più tempo a carico delle famiglie, ritardando l’ingresso nel mondo del lavoro.

Dal lato delle imprese, poi, si creò una enorme offerta di personale sulla carta specializzato che non poteva essere soddisfatta, ragazzi che non avevano mai lavorato, mentre si creava una penuria di operai che metteva in crisi non solo l’agricoltura e l’edilizia, ma anche le industrie.

L’Italia iniziò a conscere la disoccupazione giovanile, la mancanza di prospettive, e l’emigrazione alla ricerca di contesti in grado di valorizzare i titoli conseguiti nella nostra scuola.

Nel frattempo, le famiglie si indebitavano per garantire ai figli un tenore di vita adeguato, intere generazioni di giovani altamente scolarizzati, “cresciuti nella bambagia”, come si dice in Lombardia, per molti di quali le cose importanti della vita erano: il tennis, il calcetto, la discoteca, lo sci, la palestra, e gli happy hour.

Col nuovo millenio la situazione ê degenerata, e siamo arrivati ad una società “Egocentrica”, in cui la soddisfazione e la supremazia del proprio ego viene posta in cima a tutto: Patria, Nazione, Famiglia, e Figli.

Questa nuova società lavora il minimo indispensabile per vivere, non desidera formare una famiglia, e cerca solo la notorieta sui social.

L’Italia fa i conti con un fenomeno nuovo: quelli che non hanno un lavoro e non lo cercano, un gruppo in costante aumento.

Aumenta il numero di cittadini nullafacenti che vivono con la pensione dei genitori, o dando fondo ai risparmi di famiglia.

I giovani restano in casa con i genitori fino ai 35 anni, in un sistema di “vita alla giornata” che mette in crisi tutti i modelli previdenziali presenti e futuri.

I consumi non si arrestano, gli stili di vita non cambiano, cambiano invece le risorse che permettono di mantenerli, in un modello basato esclusivamente sul presente col frequente ricorso all’indebitamento irresponsabile.

Perfino i comportamenti affettivi ne risultano sconvolti e il modello naturale dell’unione tra uomo e donna viene rimpiazzati dall’esaltazione di ogni più perversa deviazione sessuale considerata la nuova nornalità pretesa da un cambiamento culturale innaturale che si impone come progresso.

Una società simile non può che essere culturalmente povera, demograficamente arida, incentrata sull’effimero e sui paradossi, in cui moralità è un termine privo di significato e l’etica stessa viene piegata al servizio dell’interesse.

Non è un caso che il ciclo che ha fatto più grande il nostro paese dalla sua nascita sia stato quello familiocentrico, in cui il nucleo famigliare riusciva a catalizzare e massimizzare il lavoro ed il risparmio di tutti i suoi membri, dando loro anche insegnamenti e protezione, secondo le regole del vecchio proverbio “L’unione fa la forza”.

Con lo sfaldamento della famiglia è iniziata la decadenza che ha raggiunto il suo apice proprio in quest’epoca moderna improntata alla sterilità e all’egoistica prepotenza.

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