Gli islamisti dell’AFD uccidono e terrorizzano i civili – Nessuno se ne cura perché è una guerra che non favorisce la propaganda degli interessi del riarmo europeo. Non si muore solo in Ucraina
La cronaca drammatica è arrivata martedì su WhatsApp, con tanto di vocale che mi fa sentire gli spari.
Chi manda le notizie è un missionario dehoniano, padre Renzo, il quale scrive: “Nduye è calma in questo momento, la notte è scesa ma abbiamo vissuto un pomeriggio intero sotto il crepitio delle armi leggere, automatiche e pesanti”.

“I ribelli-terroristi ADF – aggiunge padre Renzo – si sono avvicinati al
villaggio con forse l’intenzione di entrarvi. La reazione dei due gruppi di militari che stazionano qui da noi a qualche centinaio di metri – l’esercito congolese le FARDC e l’esercito misto ugandese-congolese UPDF – hanno prontamente risposto. Siamo a corto di informazioni, ma ci è sembrato più una serie di colpi di avvertimento per spaventare i probabili assalitori che un vero e proprio scontro diretto. La paura è stata l’effetto sicuro e immediato sulla popolazione e sui nostri ragazzi che fino ad oggi non hanno mai sentito una cosa simile ai fuochi d’artificio, mentre nella memoria circolano le immagini macabre che i social trasmettono degli innumerevoli atti barbari che questi ribelli-terroristi commettono. Le scuole hanno fermato le porte e rinviato tutti gli allievi, qualcuno ci è arrivato senza i sandali preso dalla precipitazione. Le ragazze del Bakita che stanno sulla collina adiacente ci hanno raggiunto verso le 14.00, zainetti sulle spalle pronte a fuggire… e la prima ondata di colpi ha bloccato tutti per quasi un’ora. La calma è ritornata ed anche i militari che profittano della nostra connessione Internet si sono ripresentati vicino alla missione. Alcuni dei ragazzi e ragazze più grandi si sono indirizzati verso il centro del villaggio quando la seconda ondata di colpi ha bloccato tutti là dove si trovava, anche nel nostro cortile qualche militare tirava dei colpi di fucile. Ora è buio, tutto tace, nessuno si muove. Una metà dei ragazzi, quelli rimasti sono rifugiati nel deposito, lì almeno avranno qualcosa da mangiare. Domani ne sapremo di più”.
Mercoledì arriva un aggiornamento.
“Buongiorno! La notte è trascorsa in un silenzio perfetto che ha regnato assieme alla paura. Un ribelle è stato ucciso negli scontri giusto al centro del villaggio. Un altro gruppo di ribelli era uscito dalla foresta giusto vicino alla casa delle suore ed è stato questo a provocare la seconda ondata di tiri di dissuasione. Stamattina tutti sono in cerca di informazioni. Alcuni carichi di qualche bagaglio sulla schiena cercano rifugio verso Mambasa verso Sud; altri rientrano verso Nord da dove erano fuggiti ieri pomeriggio. I mezzi meccanici che stavano sistemando la strada verso Mumbere a Nord di Nduye ora sono riempiti di giovani che cercano un trasporto di fortuna per Mambasa. Strada, scuole, lavoro nei campi… tutto prenderà un buon lungo periodo di pausa in attesa che le cose si sistemino, ma non si sistemeranno da sole e non sembra che i responsabili di questa nazione vogliano o possano sistemarle”.

Giovedì mattina.
“Una buona parte dei nostri ragazzi è rientrata, ma non ancora tutti. Vedremo come organizzarli alla meno peggio. Dalla foresta, dove sono fuggiti sono rientrati con i funghi frutti di stagione. Li mangeremo in pace”.
Ma la pace non arriva.
“Ieri [giovedì per chi legge] verso mezzogiorno iniziano nuovamente gli spari nel centro del villaggio e dintorni che continuano fino a tardo pomeriggio. I bimbi e ragazzi sono presi dalla paura. Prendiamo allora la decisione di portarli a Mambasa in attesa che la situazione si calmi. Il camion parte alle 14.00, noi seguiamo alle 17.00 con le suore e due ragazzine ritrovate. Il villaggio di Nduye si è vuotato di una gran parte degli abitanti. Ne incontriamo numerosi, a piedi con dei piccoli fagotti lungo tutta la strada. Hanno già percorso chi 20, chi 30, chi 40 chilometri. A Mambasa i confratelli ci ospitano nei locali adiacenti alla scuola”.
Oggi vedremo…

“A Mambasa – scrive padre Renzo – i ragazzi hanno ripreso il sorriso, il gioco del calcio, a fingersi autisti di camion, a danzare. Al momento è come una vacanza. Dalle notizie ricevute da Nduye oggi la calma è ritornata. Aspettiamo qualche giorno per essere sicuri dell’evoluzione positiva. Purtroppo ieri i ribelli hanno dato fuoco alla nuova stazione delle guardie forestali ed ucciso una di queste guardie che non si sa perché si trovava ancora là quando tutti erano già fuggiti… Qui a Mambasa cerchiamo di organizzarci con i ‘nostri’”.
Una guerra dimenticata perché che non serve alla propaganda
Nduye (noto anche come Nduje) è un piccolo villaggio situato nella Repubblica Democratica del Congo, immerso nel cuore della foresta dell’Ituri (nella parte nord-orientale del Paese, nel territorio di Mambasa); sorge lungo l’omonimo fiume Nduye, è storicamente rilevante ed è abitato principalmente da comunità di indigeni Bantu e Pigmei Bambuti.
Il villaggio è strettamente legato all’opera dei missionari italiani Dehoniani. Padre Bernardo Longo nel 1939 fondò la missione cattolica a Nduye, dove lavorò per 26 anni prima di essere ucciso durante la rivolta dei Simba nel 1964. Padre Silvano Ruaro ha raccolto l’eredità di padre Longo. A Nduye ha dato vita a un importante progetto scolastico (il Convitto “Padre Bernardo Longo” e il convitto “Mamma”) per permettere ai bambini delle tribù pigmee, che solitamente vivono nella foresta, di studiare, mangiare e dormire in un ambiente sicuro.
La zona è purtroppo caratterizzata da una forte instabilità geopolitica. Il villaggio e le aree circostanti sono spesso teatro di scontri legati alla guerra civile e alle incursioni dei ribelli delle ADF (Forze Democratiche Alleate), richiedendo frequenti interventi delle forze armate regolari (FARDC) per proteggere la popolazione locale e le strutture umanitarie.
L’ADF è uno dei principali attori, ma contemporaneamente opera il M23, oltre a numerose milizie locali.
L’Allied Democratic Forces (ADF) nasce da una ribellione islamista ugandese e si è trasferita progressivamente nell’est del Congo. Dal 2017 la leadership ha dichiarato fedeltà allo Stato Islamico e oggi viene spesso indicata anche come Islamic State Central Africa Province (ISCAP) o ISIS-DRC.
La sua area principale è fra Nord Kivu e Ituri, soprattutto attorno a Beni, Mambasa e alle zone forestali verso l’Ituri. La sua modalità di combattimento è diversa da quella del M23: l’ADF punta molto su attacchi ai villaggi, imboscate, rapimenti, saccheggi e terrorismo contro la popolazione, più che sulla conquista stabile di grandi città.
A combattere contro l’ADF c’è il FARDC (esercito della Repubblica democratica del Consgo) e UPDF (esercito ugandese).
Dal novembre 2021 Congo e Uganda conducono infatti Operation Shujaa, un’operazione militare congiunta contro l’ADF. Nel 2026 le operazioni sono state ulteriormente intensificate. Secondo l’UPDF, sono stati conquistati campi ADF e liberati oltre 200 civili tenuti prigionieri.
L’ADF viene militarmente colpita, ma non viene eliminata. L’Institute for Security Studies rileva che le aree liberate possono essere nuovamente infiltrate nel giro di settimane, grazie alla mobilità del gruppo, ai rapimenti, al reclutamento forzato e alla debolezza della presenza statale.

La cartina evidenzia il corridoio principale di attività ADF/ISCAP da Beni–Oicha/Lubero, attraverso Irumu e Mambasa, con la recente proiezione verso Haut-Uele. È una distinzione importante: le aree colorate indicano attività/infiltrazione documentata, non controllo territoriale stabile.
In particolare, nel 2026 Mambasa è diventato uno dei principali epicentri dell’attività ADF in Ituri, mentre sono stati documentati movimenti verso nord lungo la RP430/Haut-Uele.
La situazione nel 2026 è particolarmente significativa perché l’ADF sta beneficiando indirettamente della contemporanea guerra FARDC–M23.
Il quadro può essere rappresentato così:

ADF ponte con il jihadismo transnazionale
Il punto geopolitico è che Kinshasa deve contemporaneamente affrontare due guerre differenti. L’M23 ha concentrato enormi risorse militari e politiche nell’area dei Kivu, mentre l’ADF può sfruttare gli spazi lasciati scoperti. Analisi recenti descrivono proprio questa capacità dell’ADF di rigenerarsi e spostarsi sotto pressione.
Un rapporto ONU segnala che, nel periodo considerato, gli attacchi dell’ADF contro i civili sono aumentati nonostante Operation Shujaa e le attività di MONUSCO
Il rapporto attribuisce all’ADF almeno 431 civili uccisi nel periodo esaminato.
L’ADF costituisce un ponte fra il conflitto dei Grandi Laghi e il jihadismo transnazionale.
Non è semplicemente: Congo, ribelli locali, guerra civile, ma Uganda, ADF, Congo orientale, Stato Islamico/ISCAP, con una sovrapposizione territoriale con: RDC, M23, Rwanda, Burundi, Uganda e, più a nord: Ituri, South Sudan, Central African Republic.
Quindi l’area dei Grandi Laghi è uno dei punti in cui conflitti locali, competizione per le risorse, fragilità statale e reti jihadiste internazionali si sovrappongono.
E c’è un ulteriore aspetto molto interessante: oro e altre risorse locali finanziano parte dell’economia di guerra, mentre l’ADF sta mostrando una capacità crescente di spostarsi verso aree aurifere. ACLED (Armed Conflict Location & Event Data) segnala in particolare la pressione verso l’Haut-Uele, ricco di oro.
L’ADF appartiene a una rete completamente diversa da quella russo-cinese, ma la frammentazione militare del Congo crea spazi geopolitici ed economici che possono essere sfruttati da attori esterni.

Il punto centrale che emerge è che non esiste una singola “rete Congo”, ma almeno quattro reti sovrapposte:
- Rete militare regionale: M23/AFC–Rwanda da un lato; FARDC e alleati dall’altro. L’ONU continua a documentare il sostegno militare ruandese all’M23.
- Rete jihadista: ADF – ISIS/ISCAP, con epicentro mobile fra Nord Kivu e Ituri e progressione verso l’area degli Uele.
- Rete mineraria: oro, coltan, cassiterite e altri minerali. Aree controllate o influenzate dai gruppi armati con rapporti con Rwanda e mercati e filiere internazionali. Nel caso M23, l’ONU e il Tesoro USA hanno documentato specificamente il corridoio Rubaya–Rwanda e il finanziamento attraverso i minerali.
- Rete delle grandi potenze: la Cina ha una presenza commerciale e industriale molto forte nel settore minerario congolese; nel marzo 2026 Kinshasa e Pechino hanno ulteriormente approfondito la cooperazione mineraria. Questo non equivale, però, a un sostegno cinese all’M23.
Nella cartina è volutamente rappresentato il rapporto Russia–Congo come relazione geopolitica generale e non come collegamento M23/Russia.
Con le fonti disponibili non c’è una base sufficiente per disegnare una freccia equivalente a quella Rwanda e M23. Analogamente, non c’è evidenza sufficiente per rappresentare Cina e M23 o ADF e M23 come alleanze.
Questo è importante perché altrimenti la mappa trasformerebbe una convergenza di interessi sulle risorse in una presunta catena di comando.



ADF/ISIS e M23/Rwanda sono due conflitti differenti; le risorse minerarie costituiscono però un’infrastruttura economica trasversale, mentre Cina, USA, Rwanda, Uganda e altri attori regionali/internazionali entrano nella filiera con ruoli differenti.
Il rapporto fra queste reti è dunque più interessante della semplice contrapposizione “governo contro ribelli”.
E c’è un elemento molto recente: nel settembre 2026 Amnesty ha documentato nuove evidenze sul traffico di oro e coltan dalle aree M23 verso il Rwanda, mentre il Tesoro USA aveva già sanzionato a giugno una rete di raffinazione dell’oro in Rwanda collegata al traffico di minerali provenienti dall’est della RDC.
Gli islamisti dell’AFD uccidono e terrorizzano i civili. Nessuno se ne cura perché è una guerra che non favorisce la propaganda degli interessi del riarmo europeo. Non si muore solo in Ucraina.





