Il segreto sporco di questo voto è la paura
Colpevoli e basta. Sette parole, in apparenza innocue, piomberanno sulla testa degli imputati: «La Repubblica tutela le vittime di reato».
Questo è un pezzo che può sembrare noioso, ma che toccherà la carne viva di tutti, proprio tutti, anche di chi non lo leggerà sino in fondo. E farà male.
La Camera dei deputati le ha scolpite nell’articolo 24 della Costituzione – quello del diritto inviolabile di difesa – senza un solo voto contrario. Unanimità assoluta.
In un Parlamento che non riesce a mettersi d’accordo nemmeno sull’ora legale, maggioranza e opposizione hanno trovato la concordia perfetta per riscrivere la Carta fondamentale.
Il bello è che sembra una frase inoffensiva. Chi potrebbe essere contrario alla tutela delle vittime? Nessuno, infatti. Ed è esattamente questo il problema.
Quelle sette parole fanno una cosa precisa: piantano nella Costituzione la figura della “vittima” prima che un processo si sia celebrato, prima che un giudice abbia stabilito se un reato c’è stato davvero, prima che qualcuno sia stato dichiarato colpevole.
Ora, serve una laurea in giurisprudenza per capire dove porta? No. Basta la logica.
Se la Costituzione riconosce una vittima, dall’altra parte sta riconoscendo un colpevole. Ma la stessa Costituzione, all’articolo 27, dice che nessuno è colpevole fino alla condanna definitiva.
Le due cose non possono stare insieme. O la vittima esiste solo dopo la sentenza e allora la norma è carta straccia, un manifesto elettorale scritto sulla pergamena più importante del Paese.
Oppure la vittima esiste già durante il processo e allora la presunzione di innocenza è morta. Non ferita. Morta.
Non è teoria. È aritmetica.
Ma la cosa più istruttiva non è la norma. È come ci si è arrivati. Al Senato, quattro proposte identiche nella sostanza sono spuntate da tutti gli schieramenti nel giro di pochi mesi: Fratelli d’Italia, Movimento 5 Stelle, PD e AVS. Una gara a chi arrivava primo al traguardo della demagogia.
Il 14 gennaio 2025 il Senato ha approvato con 149 favorevoli, nessun contrario e un astenuto. Alla Camera, il 27 maggio 2026, il contrario è scomparso. Unanimità pura.
Nemmeno la separazione delle carriere, nemmeno il premierato, nemmeno l’autonomia differenziata hanno sfiorato un consenso simile. Per spaccare il Paese servono le riforme che contano. Per l’unanimità basta una che non serve a niente, ma che nessuno osa contestare.
Perché il segreto sporco di questo voto è la paura.
Paura del titolo del giorno dopo. Paura della clip sui social. Paura che qualcuno additi il deputato di turno come “quello che non sta dalla parte delle vittime”.
In un Parlamento dove la comunicazione ha sostituito la legislazione, il coraggio di dire “questa norma è inutile e pericolosa” ha un costo che nessuno è disposto a pagare.
Il caso di Forza Italia è da manuale. In Commissione Giustizia il viceministro Francesco Paolo Sisto ha messo a verbale – a verbale – che la norma rischia di contraddire la presunzione di innocenza. Il deputato Bellomo ha sollevato le stesse perplessità.
Il parere della Commissione è stata una sassata in fronte ai promotori. Afferma che esiste una contraddizione bella e buona.
Ha scritto nero su bianco, in noiosissimo legalese, che andrebbe valutata la «congruità del riferimento alla vittima del reato, anche al fine di evitare profili di contraddizione con il principio costituzionale di non colpevolezza».
Dopodiché, hanno votato tutti a favore. Anche Sisto. Anche Bellomo. Anche chi cinque minuti prima aveva spiegato perché quella norma non andava votata. Nella vita di tutti i giorni si chiama mancanza di coraggio. In Parlamento si chiama responsabilità istituzionale.
E non si venga a dire che le vittime in Italia sono abbandonate. Il Codice Rosso, la riforma Cartabia, la direttiva europea recepita nel 2015, il patrocinio gratuito, la costituzione di parte civile, l’ordinamento già trabocca di strumenti.
Lo sanno anche i promotori della riforma. Lo hanno ammesso loro stessi nelle relazioni illustrative. Hanno scritto una norma che non aggiunge un solo diritto concreto.
Non un euro in più per l’assistenza. Non un giorno in meno per i processi. Non un posto in più nei centri antiviolenza. Solo una parola – “vittima” – incastonata accanto al diritto di difesa. Un manifesto, non una legge.
Il guaio è che i manifesti scritti in Costituzione non restano manifesti a lungo.
Quando la Corte costituzionale si troverà a bilanciare il diritto di difesa dell’imputato con la tutela costituzionale della vittima – stesso articolo, stesso rango – quale prevarrà?
Quando un avvocato chiederà tempo per preparare la difesa e il giudice gli risponderà che le aspettative della vittima non possono attendere, chi avrà ragione?
Quando la televisione del dolore – quella che trasforma ogni processo in un reality con vittime piangenti e colpevoli già designati – troverà nella Costituzione la legittimazione a chiedere condanne rapide, chi la fermerà?
Nessuno. Perché quella legittimazione gliel’hanno appena consegnata, con voto unanime, i rappresentanti del popolo.
La direzione è una sola: dalla Costituzione che protegge il cittadino dallo Stato alla Costituzione che arma lo Stato contro il cittadino, in nome di qualcuno che “vittima” si potrà chiamare – per logica, prima ancora che per diritto – solo a processo concluso.
Servono ancora due deliberazioni, una per Camera, a distanza di tre mesi. Con questa unanimità l’esito è scritto.
Ma prima che il danno diventi irreversibile, una domanda andrebbe posta a ciascuno dei parlamentari che hanno votato quel giorno. Non una domanda da giuristi. Una domanda da cittadini.
Se domani mattina qualcuno vi accusasse di un reato che non avete commesso – e può succedere a chiunque, in qualunque momento – preferite essere giudicati dalla Costituzione dei Padri fondatori, quella che vi considera innocenti fino a prova contraria?
O da quella che avete appena riscritto, dove chi vi accusa è già “vittima” e voi, per sottrazione, siete già colpevoli?
Hanno votato tutti a favore. Ma la risposta, quella vera, la conoscono anche loro.





