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Bandiere rosse, palestinesi e LGBT+: un suicidio politico annunciato

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Bandiere rosse, palestinesi e LGBT+

Da Popper e Mises, passando per le smentite di Swaab, fino ai giorni nostri: guida ragionata alle incoerenze di un pensiero incapace di fare i conti con la realtà fattuale

Premessa: questo articolo è molto diverso da quelli miei classici.

Generalmente adoro approfondire un argomento, portare delle prove a favore di una tesi o dell’altra, insomma io preferisco sempre un dialogo rispettoso dell’interlocutore, ponderato e comunque atto ad accrescere le conoscenze del lettore.

La cosa più bella delle conversazioni è proprio quella di arricchirsi a vicenda, non uno scontro dialettico per demolire un avversario, ma un dono reciproco di conoscenza che eleva tutti.

Questo articolo avrà un taglio molto diverso e comincio col chiedere scusa ai lettori che si sentiranno chiamati in causa, tuttavia bisogna ammettere che ciò che descrivo, per quanto non nasconda che abbia comunque generalizzato per comodità, è abbastanza visibile nelle manifestazioni, nelle conversazioni online e, peggio, anche in quello che dovrebbero essere il sano dibattito politico e le grandi sedi delle élite culturali e delle istituzioni più prestigiose.

A prescindere dalle mie simpatie, che in realtà sono abbastanza distanti anche dall’attuale governo, è indubbio che la sinistra sia diventata un tripudio di contraddizioni, con molte posizioni che superano, in modo preoccupante, la soglia di un franco delirio.

Ma, andiamo con ordine: fin dalla sua origine moderna, la “parte mancina” ha dimostrato forti criticità.

Io comprendo perfettamente le motivazioni che, soprattutto dopo la Rivoluzione industriale, portarono i lavoratori a unirsi contro un capitalismo rapace e disumano, ne condivido molte delle idee di base, poiché figlie di esigenze basilari, come, ad esempio, la sicurezza sul lavoro.

Non credo che nessuno abbia da dire qualcosa sul voler porre l’attenzione sul lavoratore, che deve essere sicuramente trattato in modo degno e umano, e non diventare uno schiavo da gettare via dopo averlo sfruttato fino all’osso, tuttavia dobbiamo anche ammettere che la base ideologica, ovvero quella su cui poi si fondò il comunismo, era completamente errata.

Essendo molte le pubblicazioni riguardo questo argomento, non approfondirò ulteriormente, ma per chi volesse erudirsi oltre posso consigliare, ad esempio, ‘La società aperta e i suoi nemici’ di Karl Popper, oppure ‘Il socialismo’ di Ludwig von Mises, che demoliscono, rispettivamente, la presunzione di scientificità dei lavori di Marx e quella economica.

Analizzando proprio Marx, troviamo il peccato originale di tutta l’ideologia successiva: pensare che la propria realtà, costruita magari a tavolino con dei ragionamenti più o meno validi, sia per forza equivalente a quella fattuale.

È ovvio che una posizione del genere, alla prova pratica, può fallire; purtroppo, fin troppo spesso, chi è di questo schieramento al posto di cambiare il proprio modo di essere, cerca di falsificare la percezione dell’ambiente esterno, adattandolo alle proprie esigenze di coerenza interna.

È dato reale, ad esempio, che tutti i Paesi dove è esistito il comunismo, senza alcuna eccezione, o sono poverissimi e dittatoriali o hanno cambiato sistema economico.

Non mi risulta che esista un solo Paese comunista o ex tale che non abbia avuto questo destino.

Pur con questa ovvietà, nell’immaginario di molti ecco che la Russia, Cuba o, comunque, qualunque altro posto “rosso”, diventa un paradiso perduto, prima infettato e poi corrotto fino alla caduta da un infido Occidente.

Tutti i rivoluzionari bolscevichi o simili diventano, nella propaganda, dei fini pensatori o eroici combattenti e, se si sono sporcati le mani. è solo per un bene superiore!

Quando poi tutto è assolutamente ingiustificabile, la colpa è sicuramente della propaganda capitalista o, più banalmente, “non è mai accaduto”.

Insomma, chi segue quest’ideologia ha profondissime convinzioni, che, però, sono false ed è refrattario a qualunque confutazione o dimostrazione razionale, accettando qualsiasi giustificazione, per quanto assurda e fantasiosa, pur di preservare il proprio costrutto mentale.

Tutto questo assomiglia esattamente a un delirio: attenzione, quindi, a seguire un tale percorso mentale, che, purtroppo, non è troppo diverso da quello di un qualunque “terrapiattista” completamente scollegato dalla realtà.

Fatto è che, col tempo, la lotta operaia, complice anche il miglioramento delle condizioni di lavoro, almeno in Occidente, ha lasciato il posto a quella per i diritti.

L’esponente di sinistra tipico è cambiato: da operaio metalmeccanico, diventa un borghese, spesso un professionista benestante, che chiuso nel suo salotti e con il Rolex al polso, pontifica su argomenti che magari non conosce nemmeno.

Lo ammetto, abbiamo anche avuto conquiste sociali non indifferenti, come lo stupro che diventa finalmente un reato contro la persona e non la morale, oppure la possibilità di divorziare o, ancora, quella di abortire.

Non sarò di certo io a oppormi a questi traguardi di civiltà, tuttavia, anche qui, nella questione dei diritti, si arriva a vette grottesche di franco delirio.

Prendiamo due argomenti caldi: disforia di genere e disabilità.

Nel primo caso, secondo i famosi “studi di genere”, non ne esisterebbero solo due, ma tutta una serie, uno spettro continuo e fluido di normalità.

Ho già scritto in un altro articolo la storia di John Money, che, pur di sostenere la teoria, sbagliata, che il genere sia solo un costrutto sociale e non genetico, falsificò gravemente e scientemente i dati del suo esperimento.

Qualunque persona sensata avrebbe dovuto, a questo punto, abbandonare la famosa “teoria gender”, invece, i sostenitori di questa, pur riconoscendo l’imbroglio Money, continuarono a diffonderla, questa volta basandosi su idee dogmatiche, una vera e propria ortodossia laica il cui unico scopo non è quella di sostenere la verità, ma preservare la propria esistenza, anche quando Dick Swaab, con i suoi esperimenti, dimostrò scientificamente il contrario.

Parlare di ciò con un attivista di questa ideologia può veramente portare ad assistere alla più classica “reazione di catastrofe”.

Parliamo adesso del termine “diversamente abile”.

L’argomento è delicato, lungi da me banalizzarlo, ed è etimologico che il disabile soffra della privazione di un’abilità.

Diversamente abile, al contrario, vuol dire che dovrebbe avere altre capacità rispetto a quelle possedute dalla media, un po’ come dire la massa tira calci a un pallone mentre un “diversamente abile” sa, per esempio, riconoscere della granodiorite.

È ovvio che, malauguratamente, non funziona assolutamente così, ed ecco servito il delirio del politicamente corretto, che ha semplicemente chiamato con un nome inadatto una categoria di persone, magari pensando di cancellare, così, la disabilità e favorire l’inclusione: è folle, stupido e, francamente, lo trovo anche molto irrispettoso.

Potrei parlare di molto altro.

Di come abbiano saccheggiato la parlata di “Cattivik” per sostenere la propria idea di lotta al patriarcato e inclusività, come se poi le persone sentendo “buongiorno a tutt*” potessero risolvere qualunque problema legato al lavoro o allo sviluppo.

Potrei soffermarmi sul “Green Deal”, sicuramente necessario ma, nella pratica, al momento, ha solo distrutto l’industria automotive.

Potrei analizzare partiti e politiche che hanno fatto fuggire l’imprenditoria, o che hanno caricato lo stato di spese insostenibili con iniziative concettualmente valide e condivisibili, ma che poi si sono sempre scontrate con i semplici paletti della pratica, risultando in fallimenti di cui paghiamo ancor oggi le conseguenze.

Potrei scrivere tantissimo e in maniera approfondita, ma quest’articolo si trasformerebbe in un poderoso tomo, quindi mi limito a indicare una contraddizione pericolosa, che è sotto gli occhi di tutti: l’ostentazione contemporanea, a molte manifestazioni, di bandiere palestinesi, islamiste, comuniste, con immagine del Che Guevara e di quelle LGTB.

In ordine sparso.

Il Che considerava gli omosessuali una depravazione borghese e gli stessi venivano mandati in quei campi di concentramento chiamati “Umap”.

Gli islamisti, e accade pure in Palestina, non hanno un buon rapporto con le comunità LGTBQ+, in molti Paesi per loro vi è la prigione, in altri direttamente la morte.

Sui rapporti tra Islam, magari Sciita, e comunismo, basti vedere come siano stati compatibili dopo la rivoluzione contro lo Scià di Persia.

Le manifestazioni pro LGTBQ+ sono proibite in molti Paesi comunisti o ex tali. Non parliamo, poi, nei Paesi islamici.

La retorica gender è assolutamente incompatibile con la bandiera rossa o quella verde, poiché figlia di quegli intellettuali borghesi che venivano indicati come nemici del popolo e di Dio.

Insomma, bandiere di altrettante comunità che, storicamente, si sono letteralmente perseguitate se non ammazzate tra loro senza problemi.

È ovvio che tutto ciò è folle e contraddittorio, eppure viene accarezzato, per motivi politici e di consenso, sempre da quei partiti di sinistra, tuttavia vorrei dare uno spunto di riflessione ai nostri cari “rossi”: sappiamo benissimo come è finita sia in Iran che in Russia.

Vi conviene?

A voi la scelta.

Autore

  • Ambrogio Di Renzo

    Ambrogio Di RenzoAmbrogio Di Renzo, Biologo per errore. Strassivendolo per necessità. Per diletto giocatore. Tutto curiosità.

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