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Assab, la profondità strategica del Corno d’Africa

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Assab, la profondità strategica del Corno d'Africa

Quando l’accesso al mare diventa una questione di potenza

Il Corno d’Africa è entrato in una fase nella quale la geografia non costituisce più soltanto il quadro entro cui si sviluppano le rivalità regionali, ma torna a essere una variabile operativa della strategia militare.
La crisi fra Etiopia ed Eritrea, riaccesasi lungo il fronte settentrionale etiope, non può essere interpretata come una semplice ripresa della storica contrapposizione fra due Stati confinanti.

Riguarda il rapporto fra profondità territoriale, accesso marittimo, sicurezza delle frontiere e capacità delle potenze regionali di condizionare gli spazi attraverso i quali transitano commercio, energia e proiezione militare.

Il punto di osservazione è Assab, porto eritreo affacciato sul Mar Rosso, a breve distanza dallo stretto di Bab el-Mandeb.

La sua importanza non deriva soltanto dalla posizione geografica, ma dalla relazione che stabilisce fra l’interno del continente africano e una delle principali direttrici della navigazione internazionale.

Per l’Etiopia, Paese con una popolazione superiore ai 120 milioni di abitanti e privo di uno sbocco sovrano sul mare dal 1993, l’accesso marittimo rappresenta un problema strutturale di natura economica, logistica e strategica.

La dipendenza dal sistema portuale di Gibuti espone Addis Abeba alla concentrazione dei propri flussi commerciali su un numero limitato di infrastrutture e su una direttrice terrestre che condiziona i costi e la continuità degli approvvigionamenti.

È tuttavia necessario distinguere la legittima esigenza di accesso commerciale al mare dalla pretesa di acquisire sovranità su un territorio appartenente a un altro Stato.

Il diritto internazionale riconosce agli Stati senza sbocco sul mare il principio dell’accesso al mare e dal mare, secondo le condizioni previste dagli accordi e dalle norme applicabili, ma non attribuisce loro un diritto automatico alla sovranità su porti stranieri.

La questione di Assab si colloca precisamente in questa linea di separazione fra una necessità geografica che può essere affrontata attraverso accordi di transito, concessioni, locazioni e cooperazione infrastrutturale e una rivendicazione che, se tradotta in pressione coercitiva, rischierebbe di trasformare una vulnerabilità logistica in un conflitto interstatale.

La crisi delle ultime settimane mostra quanto questa distinzione sia diventata decisiva. I combattimenti nel Tigray hanno riaperto una frattura che il cessate il fuoco del 2022 non era riuscito a risolvere in modo definitivo.

Il 13 ottobre le forze governative etiopi risultavano avanzate fino a Zalambessa, località prossima al confine eritreo, mentre permanevano accuse di incursioni e sostegno militare eritreo alle forze antigovernative.

Asmara ha negato di avere invaso il territorio etiope; Addis Abeba ha denunciato la presenza di reparti eritrei e ha richiamato il diritto all’autodifesa.

In assenza di una verifica indipendente completa delle singole operazioni, le dichiarazioni delle parti devono essere considerate per quello che sono: elementi di una crisi militare e diplomatica, non una ricostruzione definitiva di ogni movimento sul terreno.

Sul piano operativo, il territorio del Tigray costituisce una fascia di profondità e di accesso al confine eritreo. Il controllo delle principali direttrici stradali, delle città e dei nodi logistici condiziona la libertà di movimento delle forze, la capacità di rifornimento e la possibilità di mantenere posizioni difensive.

In questo contesto, la conquista o la perdita di una località non assume valore esclusivamente tattico: può modificare le condizioni nelle quali le parti valutano il rischio di un’ulteriore avanzata, il costo di una risposta militare e la vulnerabilità delle proprie retrovie.

La presenza di droni e di sistemi di sorveglianza aggiunge un ulteriore livello alla competizione, perché amplia le possibilità di osservazione e di ingaggio, ma non elimina i vincoli imposti dalla logistica, dalla conformazione del terreno e dalla necessità di sostenere nel tempo le operazioni.

È proprio la dimensione logistica a rendere Assab un nodo centrale della questione. Un porto non è soltanto un punto di attracco è un sistema composto da fondali, banchine, depositi, collegamenti terrestri, capacità di movimentazione e sicurezza delle linee di comunicazione.

Il suo valore militare potenziale dipende dalla possibilità di integrarlo in una rete di trasporto e rifornimento, mentre il suo valore economico dipende dalla continuità dei flussi e dalla stabilità delle condizioni politiche.

Per l’Etiopia, ottenere un accesso commerciale affidabile potrebbe ridurre una vulnerabilità strutturale; per l’Eritrea, concedere diritti d’uso su un porto strategico implica valutare non soltanto i benefici economici, ma anche le conseguenze sulla propria autonomia e sulla sicurezza nazionale.

È questa asimmetria di percezioni a rendere difficile una soluzione puramente tecnica.

Il problema, inoltre, non si esaurisce nel rapporto bilaterale. Il 4 ottobre Egitto, Eritrea, Somalia e Sudan si sono riuniti a El Alamein, riaffermando il principio della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati della regione e richiamando la sicurezza del Mar Rosso, del Golfo di Aden e di Bab el-Mandeb.

La dichiarazione congiunta non equivale, da sola, alla costituzione di un’alleanza militare diretta contro l’Etiopia.

Tuttavia, la convergenza diplomatica fra Paesi che condividono interessi marittimi e preoccupazioni regionali assume un significato particolare nel momento in cui Addis Abeba insiste sulla necessità di ottenere un accesso sovrano al mare e rimane aperta la disputa con l’Egitto sulla gestione delle acque del Nilo e sulla diga della Grande Rinascita Etiope.

La sovrapposizione delle questioni produce un sistema di interdipendenze nel quale una crisi locale può modificare il calcolo strategico di attori esterni. Il Nilo e il Mar Rosso appartengono a due geografie differenti, ma sono collegati dalle scelte politiche degli Stati che li circondano.

La sicurezza delle infrastrutture idriche, la disponibilità di porti, il controllo delle direttrici terrestri e la libertà di navigazione possono convergere nella definizione delle priorità nazionali.

Non è necessario ipotizzare un coordinamento militare già compiuto per riconoscere che questa convergenza aumenta il numero degli interessi coinvolti e rende più complessa la gestione diplomatica della crisi.

Il Corno d’Africa deve essere lettobnella sua relazione con il più ampio sistema del Mar Rosso. Bab el-Mandeb connette il Golfo di Aden con il Mar Rosso e, attraverso il Canale di Suez, con il Mediterraneo.

La regione costituisce, quindi, un passaggio fra Oceano Indiano, Europa e mercati asiatici.

La sicurezza della navigazione dipende non soltanto dalla capacità di proteggere le navi in transito, ma anche dalla stabilità dei territori costieri, dalla disponibilità delle infrastrutture portuali e dalle relazioni fra gli Stati rivieraschi.

Un deterioramento dei rapporti fra Etiopia ed Eritrea avrebbe conseguenze che non si limiterebbero necessariamente al confine terrestre: potrebbe influenzare le decisioni degli investitori, la percezione del rischio da parte degli operatori logistici e le valutazioni delle potenze che mantengono interessi militari e commerciali nell’area.

La dimensione militare della crisi non può dunque essere separata da quella diplomatica. Le lettere inviate dalle due parti al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite mostrano che la competizione si sta svolgendo anche sul terreno della legittimazione internazionale: ciascun governo cerca di definire l’altro come responsabile dell’escalation e di presentare le proprie iniziative come necessarie alla difesa della sovranità.

Questo passaggio è rilevante perché la percezione internazionale della responsabilità può condizionare il margine politico di manovra, la disponibilità di sostegno esterno e il costo diplomatico di un’eventuale ulteriore escalation.

Il richiamo all’autodifesa non costituisce, da solo, una prova della legittimità di qualsiasi operazione militare: la valutazione dipende dai fatti, dalle condizioni previste dalla Carta delle Nazioni Unite e dai principi di necessità e proporzionalità applicabili.
Per l’Etiopia, una soluzione sostenibile richiede un accesso marittimo stabile, economicamente praticabile e giuridicamente definito. Per l’Eritrea, la condizione essenziale è che qualsiasi accordo preservi la sovranità territoriale e non si trasformi in un precedente per ulteriori pressioni.
Per gli altri attori regionali, la priorità consiste nell’impedire che una controversia bilaterale si saldi con le rivalità sul Nilo, con le tensioni interne etiopi e con la competizione per il controllo degli spazi marittimi.
La geografia non determina automaticamente la guerra, ma può restringere il numero delle opzioni percepite come accettabili dai decisori politici. Quando l’accesso al mare viene definito una necessità esistenziale, quando un porto diventa contemporaneamente risorsa economica e possibile asset militare e quando le frontiere si trasformano in aree di contatto fra forze regolari e attori armati non statali, il rischio nasce dalla convergenza di vulnerabilità che, considerate singolarmente, potrebbero essere gestibili. È in questa convergenza che si misura la profondità della crisi del Corno d’Africa.

Assab è il punto in cui queste tensioni diventano leggibili, ma non è l’unico elemento della partita. La questione decisiva riguarda la costruzione di un equilibrio regionale nel quale l’accesso commerciale non venga confuso con la sovranità, la sicurezza non diventi il presupposto di rivendicazioni territoriali e la cooperazione infrastrutturale non venga subordinata alla preparazione del confronto militare.

Perché il controllo di un porto può modificare i rapporti di forza, ma la stabilità di una regione dipende dalla capacità di impedire che ogni vulnerabilità geografica venga interpretata come una ragione per ricorrere alla forza.

Autore

  • Elena Tempestini

    Elena TempestiniElena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.

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