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Arabia Saudita, Houthi e dintorni

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Arabia Saudita, Houthi e dintorni

L’Iran come possibile mediatore del conflitto

È evidente la cecità di un conflitto che vede contrapporsi, a un aggressore che ha tutto da perdere, un aggredito che, al contrario, da perdere non ha proprio nulla, al di fuori delle sue catene.

Anche la non sostenibilità dell’operazione militare che ne deriva, visto che “Dawn of Yemen” sembra combattuta più sul territorio dell’aggressore che dell’aggredito, quantomeno per entità degli effetti riportati, e, ancor più loro tollerabilità.

E le ricadute a livello internazionale, dacché l’alea derivante dalle ostilità pesa incisivamente su mercati ed economie; tutto questo fa sì che, a un certo punto, l’idea di rilanciare la linea negoziale non appaia più tanto peregrina.

A dir la verità, peregrina non lo era parsa mai; ma è proprio adesso, con l’operazione “Dawn of Yemen” ancora nel vivo, per quanto in visibile affanno, che nuove condizioni per un suo rilancio sembrano riaprirsi.

Non si tratta di un fatto insolito: in fondo, quando una situazione di conflittualità può prolungarsi e radicalizzarsi eccessivamente, con ulteriori rischi per il futuro, c’è sempre qualche “terza parte” che può farsi avanti; e se, per giunta, questa ha pure profonde diramazioni che la collegano, per vie dirette e indirette, a entrambe le parti, tanto meglio.

Nel caso dell’Iran, poteva persino apparire scontato: da Teheran, dove già erano stati in altri momenti interpellati, sin qui hanno assistito alle dinamiche del conflitto, osservandone sviluppi non difficili, del resto, da prevedere.

Hanno aspettato che l’Arabia Saudita consumasse le carte teoricamente disponibili in alternativa a un’immediata politica negoziale, che, peraltro, a Riayd era gradita e caldeggiata sin dai primi giorni dell’attuale crisi con Ansar Allah, apertasi a luglio e scoppiata “irrimediabilmente” a settembre.

Se a Riyad l’idea di un negoziato con Ansar Allah piaceva, come peraltro era piaciuta anche nel 2022, il punto risiedeva nelle condizioni che si sarebbero potute strappare stavolta: poiché le operazioni contro Sana’a andavano male, per non dire malissimo, per giunta pure col tracollo del governo sud yemenita sino ad allora assistito a suon di capitali, difficilmente si sarebbe potuto sperare in un accordo dai termini migliori di quello del 2022, scioccamente ma, al contempo, pure inevitabilmente infranto.

Bisogna dire, a margine del tutto, che le “carte teoricamente disponibili in alternativa a un negoziato” in mano a Riyad, ovvero quelle dell’approccio militare a oltranza, in realtà, sono soprattutto carte americane, più che saudite.

Il conflitto a tutti i costi, e i sauditi ne sono da sempre stati consapevoli, non è nell’interesse del Paese, bensì di “altri”, a cominciare, soprattutto, da certi vicini mediorientali, che non parlano arabo e non apprezzano il Corano, ma hanno una profonda influenza sull’apparato militare, di intelligence e politico americano.

Ovviamente, non siamo ancora vicini al pieno esaurimento di tutte queste carte e nemmeno, pertanto, di un immediato riaprirsi delle vie negoziali; ma, intanto, se ne stanno schiudendo visibilmente le condizioni.

Lo provano, ad esempio, le dichiarazione rilasciate i giorni scorsi dal portavoce del Ministero degli Esteri iraniano, Ismail Baghaei, che ha parlato dell’Iran come “profondamente preoccupato per gli sviluppi nella Penisola Arabica” e garantito sulla sua disponibilità nel “facilitare il dialogo tra le parti” coinvolte nel conflitto.

Un’offerta che è stata prontamente raccolta, come visto con la successiva telefonata tra il Ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan, e il suo omologo iraniano, Abbas Araqchi, soprattutto sulla recente escalation nella regione e gli sforzi per affrontarla.

Il primo ha ribadito l’impegno del Regno a proseguire il suo ruolo regionale come fattore di stabilità e sicurezza, nell’interesse dei popoli locali; un elemento senz’altro importante, ma, probabilmente, mai davvero sviluppato o espresso appieno, come denotato proprio dai fatti odierni.

Il secondo, invece, ha messo in guardia contro la continua escalation militare, ricordando che “insistere sull’approccio militare e ignorare la soluzione politica non farà altro che complicare ulteriormente la situazione attuale”.

La conversazione si è chiusa con il rinnovo della disponibilità iraniana a mediare tra Arabia Saudita e Yemen per facilitare il dialogo e contribuire al raggiungimento di una soluzione politica, secondo il principio per cui le crisi regionali non possono e non devono risolversi con mezzi militari, ma con il ricorso a vie diplomatiche tese alla de-escalation.

Tempo al tempo, ci arriveremo.

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