
dI Roberto Tieghi
In un articolo di James Hansen (apparso su Italia oggi del 21 gennaio 2023 ), si cita una ricerca apparsa su “Nature”, intitolata “Papers and patents are becoming less disruptive over time” (Studi e brevetti stanno diventando meno dirompenti nel tempo), secondo gli autori della quale (Michael Park e Russell Funk della Università del Minnesota ed Erin Leahey dell’Università dell’Arizona) sarebbe in corso uno spostamento radicale verso l’innovazione “incrementale” rispetto a quella di base, che invece si apre verso campi di conoscenza totalmente nuovi, e ciò sia nei “papers” scientifici che nella registrazione dei brevetti, in tutta una gamma di indicatori. In altri termini, come già notato da D. Capezzone su “La Verità” dell’8 gennaio scorso, per “disruptive” si intende qualcosa di sconvolgente, di rivoluzionario, di alternativo, capace di creare un “prima” e un “dopo”, di mutare il corso delle cose anziché limitarsi a farlo lentamente avanzare nella direzione già esistente. “Nature” non si limita ad enunciare la tesi, ma la sostanzia con un grafico e con un’analisi storica: negli ultimi decenni si è assistito da un lato ad un’incredibile moltiplicazione numerica delle pubblicazioni scientifiche, ma dall’altro ad un clamoroso crollo di quelle, appunto, “disruptive”, come invece accadeva negli anni quaranta e cinquanta del secolo ventesimo (si pensi alla doppia elica del Dna del 1953) ma anche alla prima parte del medesimo secolo (si pensi alla teoria della relatività ristretta – del 1905 – ed a quella della relatività generale del 1915), appunto si pensi ad Einstein, a Max Planck, ad Enrico Fermi, all’invenzione del laser (1960) ed al microchip (1959). “Nature” prudentemente dice che sono ancora un mistero le ragioni di tutto ciò, seppur il citato Capezzone introduca alcune ipotesi di spiegazione: forse è vero storicamente che, in ragione della mole delle spettacolari acquisizioni scientifiche del passato meno recente, non sia facile oggi effettuare scoperte altrettanto “forti”. Tuttavia, forse a questa linea di prudentissima evoluzione può aver contribuito anche un forte grado di conformismo, specie in ambito accademico. Se non può chiedersi ai giovani ricercatori di andare controcorrente, non è forse più facile muoversi su sentieri già tracciati e sicuri, tali da favorire la carriera universitaria di coloro che sostengano le tesi apparentemente o solo mediaticamente maggioritarie, come sarebbero ad esempio quelle in tema di “climate change” (cambiamento climatico), oppure in tema di efficacia di presunte terapie geniche atte a preservare da inconsistenti rischi di contagio? Sul piano della ricerca sono considerati affidabili solo gli scienziati graditi alle istituzioni, come ha dichiarato il virologo tedesco Christian Drosten al World Health Summit, forum internazionale per la salute, che si è da poco concluso a Berlino. Del pari, a parere di Martin Kulldorf – epidemiologo e biostatistico di fama mondiale, già professore all’università di Harvard, coautore insieme con Jay Bhattacharya di Stanford e Sunetra Gupta di Oxford della Great Barrington Declaration, documento che fin dal 2020, in tempi di Covid, espresse assoluta contrarietà a lockdown ed a restrizioni generalizzate – la pandemia è stata in buona sostanza una prova di regime (v.l’intervista rilasciata alla Verità del primo novembre scorso). Queste le sue testuali parole: “La fiducia nella scienza, nella sanità pubblica e nei medici è in forte declino. L’unico modo per recuperarla è permettere un dibattito libero. Sicuramente c’è stata molta autocensura: la maggior parte dei miei colleghi erano a favore di misure di protezione mirata e contro i lockdown ma non hanno parlato nel timore di perdere i finanziamenti per la ricerca o per paura di non fare carriera…”. A mio avviso, tornando al tema di fondo, la domanda che manca nell’articolo della (seppur ritenuta autorevole) rivista “Nature” è la seguente: non è che la spiegazione di tutto ciò sta nella progressiva perdita delle nostre libertà e, dunque, nel dogmatismo e totale conformismo delle opinioni e dei comportamenti che di fatto prevalgono? Non vi sono infatti più dubbi sulla progressiva azione dei governi occidentali che, pupazzi nelle mani delle occulte élites globaliste, riducono fortemente la libertà di chi non si allinea alle tesi dominanti, non solo attraverso pressioni sui “social media” per limitare la libertà di espressione e manipolare le notizie sui temi di attualità, eventi bellici compresi, ma anche a mezzo di un “complesso censorio-industriale” composto da enti, piattaforme “on-line”, realtà accademiche e organizzazioni non governative, che criminalizzano “tout court” le voci dissonanti, come del resto ammesso ufficialmente dai medesimi social media. Si pensi che anche l’Unione europea con la nuova legge sui servizi digitali (digital services act) effettua gravissime pressioni accusando le voci libere di aver disseminato contenuti illegali e fatto disinformazione, di avere introdotto contenuti “terroristici”, violenti e di incitamento all’odio, prevedendo una lotta senza quartiere alle cd. “fake news” (però con esclusione di quelle di provenienza ufficiale), a pena di sanzioni pecuniarie salatissime. E’ a causa di tutto questo che va totalmente apprezzato l’appello universale costituito dalla cd. “Westminster Declaration”. Come efficacemente scrive Martina Pastorelli su “La Verità” del 18 ottobre scorso, “nell’ora più grave per la libertà di espressione, minacciata come mai prima nella storia da un potere di dimensioni globali e dotato di una tecnologia che consente un controllo quasi totale sulle persone, in difesa di questo diritto umano fondamentale parte un appello universale …” costituito appunto dalla Westminster Declaration. Nato su iniziativa di un gruppo di lavoro internazionale riunitosi lo scorso giugno nel quartiere londinese di Westminster sotto la guida di Michael Shellenberger e Matt Taibbi, i giornalisti che meritoriamente, con i loro “twitter files”, hanno svelato la pressione esercitata dalle agenzie governative sui “social media” per limitare la libertà di espressione e manipolare le notizia sulle tematiche più importanti, l’appello annovera tra i firmatari personalità illustri del mondo della scienza, del giornalismo, dell’economia, dell’univerità e del cinema. Nel richiamarsi alla protezione che la Costituzione americana, fin dal primo emendamento, riconosce alla libertà di parola, di stampa e di coscienza ed a quella garantita dalla Dichiarazione universale dei diritti umani, che afferma il diritto di ogni individuo “alla libertà di opinione e di espressione, incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni ed idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere”, la Westminster Declaration rivolge un triplice appello “per il benessere e la prosperità dell’umanità”; ai governi ed alle organizzazioni internazionali affinché sostengano l’art. 19 della Dichiarazione universale dei diritti umani; alle piattaforme digitali affinché proteggano la piazza pubblica digitale e si astengano dalla censura politicamente motivata; ai cittadini affinché rifiutino il clima di intolleranza che incoraggia l’autocensura e si uniscano in questa lotta per la libertà. Come dice Gesù nel Vangelo (Giovanni 8,31): “se rimanete nella mia parola, siete davvero miei discepoli; conoscerete la verità e la verità vi farà liberi”.





