Il leader dell’opposizione israeliana Gadi Eisenkot ha aperto alla possibilità di formare un governo con chi accetta quattro principi
Il capo del partito Yashar!, arrivato secondo alle urne, ha dichiarato che qualsiasi deputato disposto ad accettare quattro principi fondamentali potrà essere considerato un potenziale alleato, lasciando così aperta la strada a un’intesa con le formazioni rappresentative dei palestinesi con cittadinanza israeliana.
“Le porte del governo che formeremo saranno aperte a qualsiasi rappresentante eletto che accetti questi principi e sia pronto ad assumersi la responsabilità che questo momento richiede”, ha affermato Eisenkot in un comunicato.
Le quattro condizioni poste da Eisenkot
Le quattro condizioni indicate dall’ex generale sono il riconoscimento di Israele come Stato ebraico, democratico, liberale ed egualitario; l’adesione ai valori della Dichiarazione d’indipendenza; l’obbligo per tutti i cittadini, compresi arabi e cristiani, di svolgere il servizio militare, nazionale o civile; e il riconoscimento di Hamas come organizzazione terroristica, le cui capacità militari e di governo nella Striscia di Gaza devono essere distrutte.
I risultati delle elezioni
L’apertura arriva dopo la pubblicazione dei risultati definitivi delle elezioni da parte della Commissione elettorale centrale. Il Likud del premier Benjamin Netanyahu si è confermato primo partito con 27 seggi, ma la sua coalizione si è fermata a 53, al di sotto dei 61 necessari per ottenere la maggioranza alla Knesset, il Parlamento israeliano composto da 120 deputati.
Yashar! di Eisenkot ha conquistato 21 seggi, mentre il blocco contrario a Netanyahu ne ha ottenuti complessivamente 48. Per raggiungere la maggioranza, l’opposizione avrebbe quindi bisogno del sostegno delle liste arabe, che hanno conquistato 19 seggi, il miglior risultato della loro storia.
Un’alleanza politicamente delicata
L’ipotesi di alleanza con gli arabi resta tuttavia politicamente delicata. Durante la campagna elettorale, gran parte dei partiti del fronte anti-Netanyahu, che comprende anche formazioni della destra sionista e figure di alto rango delle forze armate, aveva escluso accordi con le liste arabe.
Soltanto il partito dei Democratici, considerato di sinistra nel panorama israeliano, aveva finora manifestato disponibilità a un’intesa per impedire un nuovo mandato del premier uscente.
Le prime iniziative della nuova Knesset
Eisenkot ha inoltre annunciato l’intenzione di promuovere una serie di iniziative legislative all’insediamento della nuova Knesset, tra cui l’istituzione di una commissione statale d’inchiesta sugli attacchi di Hamas del 7 ottobre e l’introduzione del servizio obbligatorio per tutti i cittadini, con l’obiettivo di aumentare gli effettivi dell’esercito.
“Che nessuno vi inganni: nello Stato di Israele è la Knesset che concede la fiducia al governo, non il contrario”, ha sottolineato il leader dell’opposizione.
Un governo con gli arabi? Possibilità bassa
Analizzando gli scenari post-elettorali in Israele, la probabilità che Gadi Eisenkot formi un governo di coalizione formale includendo direttamente i partiti arabi all’interno dell’esecutivo è molto bassa.
Esiste una probabilità moderata che riesca a formare un governo di minoranza sostenuto dall’esterno con l’appoggio tattico o l’astensione dei partiti arabi (Ra’am e Joint List).
Eisenkot ha fissato paletti stringenti per qualsiasi potenziale partner di governo, richiedendo il riconoscimento esplicito di Israele come Stato ebraico e democratico e la qualifica di Hamas come organizzazione terroristica. Portare partiti arabi direttamente nella compagine di governo rischia di alienare le componenti della destra nazionalista o di centro all’interno della sua stessa coalizione (come i sostenitori di Avigdor Lieberman o Naftali Bennett).
La maggioranza dell’elettorato ebraico israeliano rimane storicamente diffidente verso coalizioni formali di governo con i partiti arabi.
La strada per una vera integrazione dei partiti arabi dentro il gabinetto Eisenkot resta impervia e politicamente costosa per la leadership di centro-destra.
L’opzione più realistica affinché Eisenkot diventi Primo Ministro resta un accordo tattico in cui i deputati arabi gli garantiscano la fiducia parlamentare dall’esterno, senza però assumere ruoli di governo.
Soluzione debole, soprattutto in rapporto agli impegni internazionali che si profilano all’orizzonte.
Lo scenario internazionale
Questo fattore riduce ulteriormente i margini di un’alleanza formale. La geopolitica mediorientale e la politica estera di Israele pesano direttamente sull’architettura di un eventuale esecutivo guidato da Gadi Eisenkot.
Per portare avanti eventuali ampliamenti degli accordi di normalizzazione nella regione o per interloquire con partner chiave come gli Stati Uniti e le monarchie del Golfo, un Primo Ministro israeliano cerca solitamente una compagina di governo solida sulle questioni di sicurezza.
I partiti della Lista Congiunta o altre forze arabe mantengono posizioni critiche o di ferma opposizione nei confronti dei trattati di sicurezza e della politica di difesa di Israele, rendendo un accordo di coalizione formale incompatibile con la gestione dell’agenda estera.
Da ex capo di Stato Maggiore delle IDF, la credibilità politica di Eisenkot poggia sulla fermezza in materia di sicurezza nazionale e contrasto ai gruppi armati regionali.
Includere nell’esecutivo partiti che rifiutano la linea militare di Israele o che pongono un veto sulle operazioni di sicurezza priverebbe il governo della coesione necessaria ad affrontare emergenze o crisi diplomatiche su scala globale.
Gli alleati internazionali cercano un interlocutore che garantisca stabilità strategica e decisionale nelle sedi internazionali. Un esecutivo vincolato da un patto di governo con forze di opposizione radicale alla linea di difesa rischierebbe di apparire instabile o paralizzato sui dossier di intelligence e difesa condivisa.
La necessità di mantenere una posizione netta sulle relazioni internazionali e sulla sicurezza fa sì che una partnership di governo con i partiti arabi sia vista come una vulnerabilità geopolitica.
Di conseguenza, l’opzione di un sostegno esterno puntuale o dell’astensione parlamentare (governo di minoranza) rimane l’unico canale praticabile qualora Eisenkot intenda evitare la paralisi politica senza compromettere la propria agenda strategica.





