Quando la geopolitica incontra la coscienza civile
Che cosa stiamo cercando davvero di vincere?
È inevitabile porsi questa domanda davanti a una società che può proclamarsi vincitrice e, allo stesso tempo, perdere ciò che la rende una comunità: la fiducia, la sicurezza, la capacità di proteggere le persone.
È questa la contraddizione che attraversa la politica contemporanea, ci siamo abituati a misurare il successo attraverso il primato, il consenso, la conquista di una posizione; molto meno spesso ci chiediamo quale sia il prezzo pagato per ottenerlo.
Il punto non è rinunciare alla competizione, ma capire quando smette di essere uno strumento e diventa il fine.
In quel passaggio, la vittoria rischia di trasformarsi in un’impostura in un risultato visibile che nasconde una perdita più profonda.
Le tragedie ferroviarie avvenute in Spagna, ad Adamuz a gennaio e a Urda il 28 ottobre, hanno riportato al centro una domanda essenziale, quanto è solida l’infrastruttura che sostiene la vita quotidiana?
Le indagini sulle possibili irregolarità negli appalti e nell’impiego dei fondi per la manutenzione sono in corso, ma non dimostrano che la corruzione abbia causato gli incidenti.
Stabilire eventuali responsabilità spetta agli accertamenti giudiziari e tecnici, ma la chiusura totale dei treni tra Madrid e Barcellona fino a due anni per rifare i binari rendono inevitabile interrogarsi sulla qualità dei controlli, sulla trasparenza delle procedure e sulla responsabilità di chi amministra beni pubblici.
Il dato umano precede ogni interpretazione e quando un sistema fallisce, il costo non è astratto ha il volto di chi non torna a casa, di chi aspetta notizie, di chi deve continuare a vivere dopo una perdita.
È qui che la discussione sulla manutenzione, sugli appalti e sulla spesa pubblica smette di essere materia per addetti ai lavori o soltanto politica.
La qualità delle istituzioni si misura anche nella distanza o nella vicinanza tra una decisione amministrativa e la vita concreta delle persone.
La stessa frattura la ritrovo nella geopolitica che scrivo quotidianamente. Le notizie che arrivano vogliono sottolineare una continua rivalità tra Stati Uniti, Cina e altri Paesi, raccontando i fatti come una gara per il primato, per il controllo delle tecnologie, delle rotte, delle risorse, delle infrastrutture strategiche, ma, francamente, il potere non coincide soltanto con la capacità di prevalere sull’avversario, si misura nella capacità di mantenere sistemi affidabili, assicurare continuità, ridurre le vulnerabilità e rendere sostenibile la propria posizione nel tempo.
Per l’Europa, la questione non è scegliere una retorica della vittoria, ma costruire capacità reali, quali infrastrutture, filiere meno esposte, strumenti di difesa credibili, istituzioni capaci di decidere e rendere conto delle decisioni.
La sicurezza non si esaurisce nell’aumento della spesa né nella dichiarazione di una nuova autonomia. Richiede manutenzione, coordinamento, competenze e responsabilità, attività meno spettacolari della conquista, ma spesso più decisive.
La competizione strategica diventa fragile quando il risultato immediato viene separato dalle condizioni che lo rendono possibile. Certo, si può guadagnare una posizione e consumare, nello stesso tempo, la fiducia necessaria a conservarla.
Attenzione, sì può anche annunciare un successo e lasciare irrisolti i fattori che preparano la crisi successiva.
La domanda che mi pongo non è soltanto se e che cosa stiamo vincendo, ma che cosa stiamo cercando di vincere e che cosa siamo disposti a perdere per farlo.
Una vittoria politica che indebolisce le istituzioni, una vittoria economica ottenuta scaricando i costi sulla collettività, una vittoria strategica che moltiplica le vulnerabilità sono risultati che possono apparire solidi nel breve periodo, ma rivelarsi una sconfitta nel tempo.
Il Brasile e la Serbia offrono esempi diversi di questa contraddizione.
In Brasile, Lula ha ottenuto una nuova vittoria elettorale il 25 ottobre, superando Flávio Bolsonaro al ballottaggio. Il risultato gli consegna un nuovo mandato, ma non risolve automaticamente le difficoltà economiche e sociali del Paese.
La riforma fiscale, approvata nel 2023 e ora in fase di attuazione, pone questioni rilevanti per cittadini e imprese, quindi la vittoria elettorale non è ancora una vittoria economica, dovrà dimostrare di poter produrre crescita, stabilità e condizioni di vita migliori.
In Serbia, il movimento studentesco ha sconfitto Aleksandar Vučić dopo due anni di proteste contro la corruzione e per il rinnovamento delle istituzioni, quindi una vittoria politica significativa, ma che non coincide automaticamente con una svolta geopolitica.
La coalizione ha esplicitamente escluso l’intenzione di imporre sanzioni a Mosca o di aderire alla NATO confermando la tradizionale linea di neutralità militare del Paese. Il legame tra Belgrado e il Cremlino resta saldo per via di fattori strutturali difficili da scardinare nel breve periodo.
Tra questi spiccano quasi la totale dipendenza energetica dal gas russo è il fondamentale sostegno diplomatico che la Russia garantisce alla Serbia in sede ONU sulla questione mancato riconoscimento dell’indipendenza del Kosovo.
La Russia può perdere un interlocutore politico e conservare, nello stesso tempo, una parte rilevante della propria influenza strategica, il cambiamento al governo non comporta necessariamente un cambiamento degli equilibri internazionali.
La sconfitta, al contrario, non coincide sempre con una battuta d’arresto, può consistere anche nel riconoscere un limite, correggere una scelta, prevenire un danno prima che diventi irreparabile.
Questa non è una contrapposizione tra realismo e sentimento ma una questione di realismo più esigente, considerare le conseguenze, non soltanto gli obiettivi dichiarati.
La capacità di uno Stato si vede anche da come protegge chi non ha potere contrattuale, da come investe nella prevenzione e da quanto è disposto a verificare il proprio operato.
La vittoria e la sconfitta diventano impostori quando ci impediscono di vedere il risultato più importante, la qualità della vita che un sistema riesce a rendere possibile. Non basta prevalere bisogna fare in modo che, dopo la vittoria, resti qualcosa che valga la pena difendere.
Forse è questo il criterio da recuperare, nella politica come nella geopolitica, non vincere a ogni costo, ma impedire che il costo della vittoria ricada sempre sugli altri.
Le fragilità delle infrastrutture, la perdita di fiducia e la difficoltà di immaginare il futuro attraversano il tempo e chiamano in causa responsabilità, decisioni e omissioni di più stagioni politiche.
Sarebbe troppo semplice attribuire tutto a chi è al governo adesso; altrettanto sbagliato sarebbe usare il passato per sottrarsi al giudizio sul presente.
Esiste, tuttavia, un’altra forma di semplificazione, altrettanto insidiosa raccontare il passato come una stagione di prosperità e di sicurezza dalla quale saremmo precipitati soltanto in seguito a un cambiamento politico.
Come se i salari insufficienti, la precarietà, il costo degli affitti e le difficoltà delle giovani generazioni fossero comparsi improvvisamente negli ultimi anni.
Ma basta guardare indietro di cinque, sette, dieci anni – e non vado volontariamente ancora più indietro – per ritrovare le stesse questioni, le stesse difficoltà, le stesse domande rimaste senza risposta.
Erano presenti sotto governi di diverso orientamento politico, attraversavano maggioranze differenti e riguardavano generazioni che già allora faticavano a immaginare il proprio futuro.
Non esisteva un’Italia o un’Europa del sud nella quale tutti potessero permettersi una casa, vivere dignitosamente del proprio stipendio o guardare con fiducia al domani.
Non esisteva neppure un Paese nel quale le infrastrutture fossero tutte sicure, le istituzioni sempre efficienti e le disuguaglianze un problema risolto.
Questo non significa che il presente sia sottratto al giudizio, al contrario, il giudizio deve essere più rigoroso, capace di distinguere ciò che un governo eredita da ciò che decide, ciò che riesce a correggere da ciò che aggrava, ciò che promette da ciò che realizza.
La responsabilità politica non si misura soltanto nella capacità di attribuire agli altri le cause di una crisi, ma nella possibilità di dimostrare, attraverso le decisioni, di saperla affrontare.
E non può esistere una memoria selettiva che trasformi ogni difficoltà in una conseguenza del presente, dimenticando che quelle stesse difficoltà attraversavano già il passato.
In un mondo segnato dalla competizione tra potenze, abbiamo bisogno di una strategia che duri più di una legislatura, capace di proteggere le infrastrutture e le persone, di rendere più solide le istituzioni e di affrontare le dipendenze che limitano la sua autonomia.
Ma una strategia nazionale non si misura soltanto nei documenti o negli obiettivi dichiarati. Si misura anche in ciò che le persone avvertono nella propria vita: se possono fidarsi, se riescono a progettare, se sentono di avere un posto nel futuro.
È questo il punto in cui la geopolitica incontra la coscienza civile, la competizione globale è reale, ma non può diventare un alibi per ignorare le fragilità interne, né una gara politica in cui ogni parte proclama la propria vittoria e consegna agli altri la responsabilità della sconfitta.
La domanda decisiva resta un’altra: quale futuro stiamo costruendo, e per chi?
Una società non diventa più giusta soltanto cambiando governo, così come non diventa più sicura soltanto cambiando alleanze o aumentando la propria capacità di competere.
Diventa più forte quando è capace di riconoscere i problemi senza falsificare la propria storia, di giudicare il presente senza assolvere il passato e di costruire il futuro senza trasformare ogni difficoltà in uno strumento di propaganda.
Forse è proprio qui che dovremmo recuperare una parola oggi quasi dimenticata, resipiscenza e non sostituirla con resilienza, cioè con quella la capacità “tecnica” e non umana di resistere alle difficoltà e adattarsi alle avversità, ma tornare a scoprire quella capacità di tornare in sé, quella parola dal latino resipiscere, riconoscere un errore e ritrovare la lucidità necessaria per ammetterlo e correggerlo.
Non abbiamo bisogno di resistere a ogni costo, né di rimpiangere un passato che non può essere ripristinato. Abbiamo bisogno di comprendere ciò che non ha funzionato, riconoscere le responsabilità e cambiare ciò che deve essere cambiato.
È una distinzione fondamentale in una fase storica nella quale la competizione politica sembra spesso prevalere sulla capacità di affrontare i problemi reali.
La resipiscenza non è una resa, ma una forma di responsabilità, significa riconoscere che una vittoria può avere un costo, che una scelta può rivelarsi sbagliata e che perseverare per non smentirsi può trasformare un errore in una sconfitta più profonda.
È ciò che dovremmo chiedere alla politica, alle istituzioni e a chi esercita il potere non l’infallibilità, ma la capacità di correggersi.
Perché la vera maturità non consiste nel difendere una vittoria a ogni costo, ma nel saper distinguere ciò che merita di essere conservato da ciò che deve essere cambiato.
La resipiscenza è il momento in cui si torna a vedere ciò che l’orgoglio e la volontà di prevalere ci avevano impedito di riconoscere. Ed è, forse, da questa consapevolezza che può cominciare una vittoria più importante quella di una società capace di imparare dai propri errori e di costruire un futuro migliore.


Elena Tempestini, giornalista, storica, speaker radiofonica, comunicazione, capo redattore di Idee di Governo.


