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CGIL, sindacato malato che inneggia a terrorismo tra piazze e bandiere

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Samuele Lodi, segretario della FIOM - CGIL
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La non svista del sindacato che cancella Camusso dalla foto con Lula e Landini

Alla CGIL dev’essere scoppiata un’epidemia. Qualcosa che spegne il cervello e lascia accese le bandiere.

C’è chi si addobba con scritte inneggianti al terrorismo e chi emula Stalin. Non ci credete? Basta leggere. Loro, a quanto pare, non ci riescono.

Primo paziente: Samuele Lodi, eletto segretario generale della FIOM.

Alla proclamazione si è presentato con una kefiah al collo e una scritta in arabo, “Diluvio di Al-Aqsa”: il nome che Hamas ha dato al massacro del 7 ottobre.

Nel giorno più importante della sua carriera, davanti alle telecamere e ai fotografi. Il capo dei metalmeccanici aveva la firma di una strage sul petto.

Il quadro clinico è quello di chi si fa tatuare un ideogramma cinese convinto che significhi “forza”, mentre c’è scritto “zuppa di pollo”, o dello studentello delle medie che scrive slogan sul diario senza sapere cosa vogliano dire.

Lodi sorrideva dal palco con un ideogramma al collo. Solo che il suo non diceva zuppa di pollo. Diceva strage.

Poi è arrivato il bollettino medico della FIOM, peggiore della malattia: “Essendo la scritta in arabo nessuno poteva esserne consapevole”.

Nessuno. In un sindacato che da tre anni sfila per Gaza, che ha fermato l’Italia per la Flotilla, che non fa un corteo senza kefiah.

Un sindacato che deve agli iscritti stranieri la crescita delle tessere. Tra tutti quegli iscritti, nemmeno uno capace di leggere una riga d’arabo?

Eppure, da che mondo è mondo, l’ignoranza non è una scusante.

In ogni caso, su quella kefiah non c’erano solo parole: la scritta, rossa e grande, stava sopra la cupola d’oro di Gerusalemme.

Sull’altro lato c’era la sagoma della Palestina dal fiume al mare. Su quella mappa Israele, semplicemente, non esiste. Non serviva alcuna traduzione: bastava guardare.

Promettono “verifiche interne”, come se occorresse un’indagine di mesi al posto delle immediate dimissioni di Lodi. Mentre per tradurre quella scritta bastava il telefono che il neo segretario aveva in tasca.

Nell’attesa, hanno praticato l’unica terapia che conoscono: togliere le immagini dai social.

Fin qui l’addobbo. E Stalin? Eccolo, puntuale.

Pochi giorni prima, per festeggiare la rielezione di Lula in Brasile, la CGIL aveva pubblicato una foto di Landini che stringe la mano al presidente.

Uno scatto del 2020, ritoccato per far sparire Susanna Camusso.

Non una comparsa qualsiasi: la prima donna che abbia guidato la CGIL, quella che scelse Landini come successore.

Il sindacato che scrive “lavoratrici e lavoratori” in ogni comunicato, con il femminile davanti per galateo, ha preso la gomma e l’ha passata proprio su di lei.

Ma l’epidemia colpisce pure la logica.

Scoperti da Il Foglio, si sono difesi con una nota da manuale.

L’originale con la Camusso, spiegano, era già sul sito istituzionale: prova della loro buona fede.

Stalin, almeno, faceva sparire pure i negativi. Loro li espongono e li chiamano alibi. Perfino come emuli sono dilettanti.

Poi la perla: la cancellazione “non riguarda solo Susanna Camusso, ma anche un’altra persona”. Non ne hanno fatta sparire una, ne hanno fatte sparire due. E la presentano come un’attenuante.

La causa? Un “errore tecnico” per adattare l’immagine ai social, “sfuggito al controllo finale”. Peccato che la Camusso stesse in mezzo, tra Lula e Landini.

Per adattare una foto ai social la si taglia ai lati. Per togliere chi sta al centro serve la gomma. E una mano che la muova.

Infine l’accusa: “costruire una notizia sul nulla”. Il nulla, in effetti, c’è. È quello che hanno messo al posto della Camusso.

Lei, del resto, alla svista non ha creduto. A quanto riporta Il Foglio, per la Camusso quella cancellazione è un programma politico.

Mettiamo l’addobbo e la gomma l’uno accanto all’altra.

In Corso d’Italia c’è chi sa cancellare una senatrice pixel per pixel, ma non c’è nessuno che sappia decifrare due parole d’arabo o si preoccupi di farlo.

Distratti quando c’è di mezzo Hamas, zelanti quando c’è da lucidare il capo.

Ed ecco il focolaio. Scartato l’errore tecnico, restano due ipotesi: o la richiesta è arrivata dall’alto, o qualcuno ha voluto compiacere Landini senza bisogno di ordini.

Viene da credere alla seconda, ma è la più grave. Vuol dire che intorno al capo c’è una corte che lavora per la persona e non per il sindacato. Il malato non è il grafico, è chi lo fa sentire in dovere di ritoccare.

Nell’inquadratura doveva restare solo lui, accanto all’ex metalmeccanico passato dal carcere alla presidenza. È la favola che Landini racconta a se stesso davanti allo specchio.

Nelle favole il predecessore è un intruso. Tanto più se è stato pure un rivale.

Il sindacato nasce per dire “noi”: da soli non si conta niente. Landini lo ha trasformato nel palcoscenico del suo “io”, dalla rivolta sociale annunciata nei comizi alle sentenze su tutto lo scibile, fino alla foto in cui accanto al presidente non resta nessun altro.

Così l’addobbo e la gomma rivelano la stessa malattia. Una corte non controlla, applaude.

La percentuale bulgara del 98,74% con cui la Fiom ha incoronato Lodi e la Camusso cancellata dalla foto di Landini sono le due facce del contagio: l’unanimità per chi sta dentro, la gomma per chi disturba.

In un ambiente così nessuno si azzarda a chiedere cosa ci sia scritto su una sciarpa, tantomeno da dove sia arrivata.

Il narcisismo in alto produce la superficialità in basso. Ed è qui che la storia smette di far ridere.

Se non leggono cosa si mettono al collo, leggono quello che firmano?

La risposta l’hanno già data. La FILCAMS firmò i contratti della vigilanza privata con paghe da 5 euro l’ora per i servizi fiduciari, i vigilanti non armati.

Poi Landini, spernacchiato via social mentre insisteva per un salario minimo di 9 euro l’ora, dovette ammettere che erano paghe da fame e minacciò di portarli in tribunale. Contro la firma del suo stesso sindacato.

Non sono incidenti, è una cronicità: l’approssimazione arrivata al potere.

Come ci si ammala così? Un sindacato che ha perso la fabbrica vive di piazze. Le piazze chiedono bandiere, non contratti.

Gaza, Maduro, perfino le borseggiatrici: ogni causa va bene, purché lontana dal cedolino paga.

Da anni un iscritto su due è pensionato. Lo stesso Lodi è in distacco sindacale dal 2004: la tuta, ai vertici, è un ricordo da album.

Eppure la Fiom un anticorpo lo aveva. Quarantasette anni fa si chiamava Guido Rossa: delegato all’Italsider di Genova, riconobbe un brigatista, lo denunciò e le Brigate Rosse lo uccisero.

Oggi il segretario della sua Fiom non riconosce la firma di una strage nemmeno quando ce l’ha al collo.

Un tempo la CGIL era il sindacato dei lavoratori. Oggi chissà. Chi rinnova la tessera dovrebbe chiedersi se a trattare il suo futuro ci sia un sindacalista o uno studentello con lo zaino pieno di slogan.

Perdonarli si può, non sanno quello che indossano. Affidare loro il proprio contratto è un’altra storia.

Contro questa epidemia un vaccino non c’è. Una cura sì: si chiama disdetta.

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