Poteva finire peggio
Nell’introduzione al volume di Vanna Vailati “1943-1944. La storia nascosta. Documenti inglesi segreti che non sono mai stati pubblicati” (Torino, G.C.C, 1986) Luigi Mondini ricorda il progetto “allucinante” approntato dal Foreing Office e dal War Office britannici per spartire l’Italia all’indomani della sconfitta.
Le Puglie e gran parte del sud, con Rodi e il Dodecanneso, sarebbero andate alla Grecia; il Triveneto e la Lombardia, sino a Milano, alla Jugoslavia; il Nord-Ovest e l’Elba alla Francia; Sicilia, Sardegna e Calabria agli inglesi. Gli Stati Uniti avrebbero occupato Roma, nominalmente affidata al papa.
L’Italia sarebbe stata divisa in zone di occupazione, come poi accadde alla Germania.
Il Trattato di pace imposto all’Italia a Parigi il 10 febbraio 1947 dai diciotto vincitori (USA, Cina, Francia, Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del nord, Unione sovietica, Austria, Belgio, Bielorussia, Brasile, Canada, Etiopia, Grecia, India, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Polonia, Cecoslovacchia, Repubblica federativa di Jugoslavia) si compone di 90 articoli e XXVII allegati. Comportò la perdita delle colonie, “ritocchi” del confine occidentale a vantaggio della Francia (Briga, Tenda, Moncenisio) e la brutale amputazione di quello orientale.
Durissime furono le clausole militari. Imposero la completa smilitarizzazione delle grandi isole e del territorio entro 20 chilometri dai confini, la drastica riduzione delle forze armate, un lungo elenco di “riparazioni”, rinunce e clausole economiche e “politiche”.
L’Italia doveva garantire ai suoi cittadini le libertà fondamentali, ivi incluse quelle di espressione, stampa, religione, opinione e associazione (tutte già contenute nella bozza di Costituzione approntata dalla Commissione dei 75), nonché impegnarsi a non perseguire quanti dal 10 giugno 1940 avessero simpatizzato o agito a favore delle Potenze Alleate ed Associate e a impedire la ricostituzione di “organizzazioni fasciste” e similari.
La “lezione di educazione civica” che i vincitori pretesero di impartire all’Italia suscitò l’indignazione di Benedetto Croce che il 24 luglio 1947 all’Assemblea Costituente respinse la pretesa delle “Nazioni Unite” di sentenziare un «giudizio morale e giuridico sull’Italia e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi o tornare a quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano coi vincitori gli altri popoli, anche quelli del continente nero». Croce deplorò «i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti».
Vedute le premesse, va constatato che, sebbene punitivo, il “diktat” riconobbe all’Italia la dignità di Stato, che non le derivava dalla sua forma (monarchia o repubblica) né dal governo in carica (democristiani, comunisti e socialisti dal 2 febbraio al 31 maggio 1947 )ma dalla storia e, per quanto possa parere paradossale, dalla decisione di Vittorio Emanuele III nel settembre 1943 di subire la “resa senza condizioni”, salvaguardando la continuità dello Stato.
La politica estera da sempre “fuori misura”
Il 10 febbraio 2027 ricorreranno 80 anni dal Trattato di pace. Largamente rimosso dalla memoria, anche perché in parte superato dall’ingresso dell’Italia nella Nato (1949), esso va ricordato perché ratificò la sua cancellazione da aspirante “grande potenza” e la retrocesse a provincia periferica dell’“impero” degli Stati Uniti d’America, mentre la Gran Bretagna era alle prese con la deflagrazione dei suoi domini coloniali e la Francia, malvolentieri ammessa tra i “Grandi” e gonfia di animosità contro l’Italia, faticava a riaversi dall’occupazione hitleriana e dal sanguinoso regolamento di conti tra Francia Libera e collaborazionisti.
Il Trattato fu per l’Italia il capolinea di un quarto di secolo di errori. Non possono certo essere ignorate le realizzazioni positive, talora anzi all’avanguardia, del lungo e molto segmentato governo Mussolini (1922 – 1943).
Nel suo corso esso registrò il cambio di 117 ministri, anche in posizioni di spicco (Esteri, Guerra, Economia Nazionale…) e di 164 sottosegretari (Presidenza del Consiglio, Esteri, Interno, Giustizia…).
Le “opere del regime” vanno valutate in una visione comparata con quanto negli stessi anni maturò negli altri Stati, sia a regime parlamentare sia di partito unico. Ogni governo cercò di ottenere il consenso delle “masse” uscite martoriate dalla Grande Guerra.
In politica estera Mussolini riprese il programma di espansione coloniale della Sinistra storica (che da Agostino Depretis a Francesco Crispi si era sostanziato nella conquista dell’Eritrea e della Somalia) e di Giovanni Giolitti (che nel 1911 decretò la sovranità italiana su Tripolitania e Cirenaica), ma lo esasperò.
La faticosa e onerosa riconquista della Libia e la costosissima guerra per l’annessione dell’Etiopia (1935-1936) suscitarono entusiasmi all’interno ma ostilità all’estero, giacché scompaginavano la carta degli imperi coloniali.
L’unione della corona di Albania (1939) a quella del re d’Italia accentuò l’instabilità del sistema europeo squassato dall’aggressività della Germania nei confronti della Cecoslovacchia (uno Stato inventato dal congresso di pace di Parigi del 1919) e da tre anni di guerra civile in Spagna: prova generale del conflitto tra “Occidente” e URSS.
Le ambizioni espansionistiche mussoliniane, condivise o quanto meno non intralciate da Vittorio Emanuele III, furono sproporzionate rispetto alle risorse del Paese e si risolsero in costi senza adeguati ritorni e nell’indebolimento della forza militare, che aveva raggiunto livello ottimale quando il ministero della Guerra ebbe per sottosegretario e titolare il generale Pietro Gazzera (1928 – 1929 e 1929 – 1933), “uomo del Re”.
Per durare, il regime proseguì sul sentiero della bellicosità, che è altra cosa dalla potenza bellica, come invano osservarono e cercarono di far capire militari che avevano alle spalle non la retorica ma la cognizione della strategia.
Era il caso di Raffaele Cadorna, figlio di Luigi, Comandante Supremo durante la Grande Guerra, e padre del colonnello Carlo Cadorna, che ne ha scritto nei due volumi sul lungo regno di Vittorio Emanuele III (ed. BastogiLibri, 2020 – 2021).
Le tappe di quella corsa verso l’abisso sono note (il Patto di Acciaio con la Germania, la “non belligeranza” del 1939 a fronte del patto di non aggressione Hitler-Stalin, l’intervento in guerra il 10 giugno 1940 nell’illusione di un conflitto di brevissima durata e dalle perdite contenute, la “guerra parallela” e la dispersione delle armate su fronti sempre più remoti dai confini nazionali, inclusa l’Unione Sovietica…).
Il Re revocò Mussolini, stipulò la resa e dichiarò guerra alla Germania
Le premesse del Trattato di pace imposto all’Italia il 10 febbraio 1947 furono poste nel 1943. Per quanto superfluo, va ricordato che a mettere fine al regime mussoliniano non furono il voto del Gran Consiglio del Fascismo (25 luglio 1943: Dino Grandi, Luigi Federzoni, Giuseppe Bottai… sino a Galeazzo Ciano, genero del Duce), né i partiti antifascisti, appena albeggianti o pressoché inesistenti.
Fu Vittorio Emanuele III, che, di concerto con una ristretta rete di militari fedeli e capaci, il pomeriggio del 25 luglio 1943 revocò Mussolini e lo sostituì con Pietro Badoglio, mostrando l’inconsistenza della leggendaria “diarchia”.
La Corona era l’unico Potere in grado di conseguire quanto urgeva: ottenere la concessione della “resa senza condizioni”, riservata ai vinti: un passo amaro ma ineluttabile per ottenere il riconoscimento dell’Italia quale Stato unitario, dalla Sicilia al crinale alpino.
Mentre per conto del governo del Re sottoscriveva l'”armistizio” di Cassibile (3 settembre), il generale Giuseppe Castellano otteneva implicitamente che Vittorio Emanuele III fosse il garante della sua applicazione.
La ricerca del contatto con il comando anglo-americano del Mediterraneo fu lenta a ingarbugliata. Conseguitolo a fatica in Lisbona (19 agosto), il generale Castellano rientrò in Italia con lo strumento della resa, da sottoscrivere entro il 30 agosto.
Esso non contenne alcuna “apertura” verso il vinto, all’opposto di quanto prospettato dal “Memorandum” stilato il 18 agosto 1943 dal presidente degli USA, Franklin Delano Roosevelt, e dal premier britannico, Winston Churchill, nella lunga conferenza di Quebec, in Canada.
Il “Memorandum” contiene passaggi depistanti sui veri propositi dei vincitori.
Il punto 5 recita: «Le navi [italiane] nei porti del Nord dovranno, se possibile, recarsi nei porti a sud della linea Venezia-Livorno. In caso disperato dovrebbero essere affondate.»
Era lecito dedurne che gli anglo-americani sarebbero subito sbarcati sulla costa Toscana settentrionale a ovest e nei pressi di Rimini a est. Sin dal settembre 1943 gli alleati avrebbero dunque chiuso in una tenaglia le divisioni germaniche presenti in Italia, costringendole ad arrendersi o a ritirarsi precipitosamente verso il crinale alpino. Ma la guerra ebbe tutt’altro corso: disastroso.
Alla vigilia della pubblicazione della resa gli americani si spinsero a promettere un avio-lancio presso Roma per impegnarvi i tedeschi in una battaglia dall’esito imprevedibile e che nessuno voleva, a cominciare da Pio XII: una “proposta” accolta gelidamente da Badoglio, che di guerra si intendeva e non si lasciò incantare, ma predispose il trasferimento della famiglia reale in Puglia, zona libera da tedeschi e anglo-americani.
Per loro stessa definizione le condizioni armistiziali si risolsero in uno “sporco affare” ai danni dell’Italia, da inquadrare nell'”inganno reciproco” decenni addietro documentato da Elena Aga Rossi, cui ora si deve “Roma tradita”.
Tra le autorevoli e genuine “testimonianze” sul trauma dell’8 – 11 settembre 1943 spiccano le “Memorie di un ammiraglio ottuagenario” di Antonio Cocco, pubblicate col titolo “Per la Patria e per il Re” (ed. Bastogi, 2006).
Valoroso Presidente dell’Istituto nazionale per la Guardia d’Onore alle reali tombe del Pantheon, Cocco ricorda che alle 8 mattutine del 9 settembre gli allievi del Corso “Raffiche” dell’Accademia Navale di Livorno, temporaneamente ospitati all’“Excelsior” del Lido di Venezia, ebbero l’ordine da parte dell’Ammiraglio Guido Bacci di Capaci (tempestivamente informato di quanto stava avvenendo) di affardellare libri e maglie di lana nella coperta del letto e di farsi trovare entro mezz’ora all’uscita.
Furono tutti imbarcati e trasferiti a Brindisi, in coincidenza con l’arrivo del Re, del principe ereditario Umberto di Savoia, di Badoglio e di alcuni ministri.
La “Riscossa” (di cui scrisse Raffaele Cadorna) e l’Italia postbellica fecero tesoro anche di quei giovani che nel tempo concorsero alla transizione dalla sconfitta al “miracolo” della ricostruzione.
I due “armistizi” (3 e 29 settembre 1943)
Le condizioni di resa imposte dagli anglo-americani “nell’interesse delle Nazioni Unite” e accettate dal maresciallo Badoglio, capo del governo italiano, costituirono dunque un passo indietro rispetto ai buoni propositi del “Memorandum” di Quebec.
Il cosiddetto “armistizio breve” ordinò ruvidamente la consegna della flotta navale e aerea nelle località designate dal Comandante in Capo alleato (il generale Dwight Eisenhower), annunciò l’istituzione di un governo militare alleato ove necessario e l’imminente comunicazione di altre condizioni di carattere politico, economico e finanziario che l’Italia era tenuta tassativamente a eseguire.
Il processo verbale della “riunione” di Cassibile documenta che gli anglo-americani non escludevano che di lì a poco il re e Badoglio cadessero prigionieri dei tedeschi. Perciò proposero che il generale Vittorio Ambrosio, capo di stato maggior generale, registrasse la dichiarazione di resa e che copia della registrazione venisse fornita ai comandi alleati.
Alla domanda del generale Walter Smith sulla condotta che gli italiani avrebbero dovuto tenere nei confronti dei tedeschi che si fossero arresi, il generale Harold Alexander rispose: «non si deve rimandare nessuna opportunità di uccidere i tedeschi».
Mentre Castellano tentava di protrarre l’intervallo tra la firma della resa e la sua pubblicazione gli anglo-americani replicarono che non vi era più tempo per modificare i piani predisposti.
Il cosiddetto “armistizio lungo” sottoscritto da Badoglio il 29 settembre a Malta, in un quadro interno e internazionale profondamente mutato rispetto a quello del 3 precedente (il governo, la famiglia reale e i vertici militari si erano trasferiti a Brindisi, Mussolini aveva costituito lo Stato repubblicano d’Italia e i tedeschi opponevano tenace resistenza all’avanzata degli alleati) a sua volta impartì al governo drastici ordini di completa smobilitazione e di cessione immediata di aerodromi e porti e, lungi da accennare a collaborazione militare dell’Italia e/o attenuazione delle condizioni di resa, comunicò che «le Nazioni Unite eserciteranno tutti i diritti di una Potenza occupante […] mediante la pubblicazione di proclami, ordini e regolamenti».
L’articolo 29 dello strumento dettò: «Benito Mussolini, i suoi principali associati fascisti e tutte le persone sospette di avere commesso delitti di guerra o reati analoghi, i cui nomi si trovino negli elenchi che verranno comunicati dalle Nazioni Unite e che ora o in avvenire si trovino in territorio controllato dal Comando Militare alleato o dal Governo italiano, saranno immediatamente arrestati e consegnati alle forze delle Nazioni Unite.
Tutti gli ordini impartiti dalle Nazioni Unite a questo riguardo verranno osservati.» Il governo doveva inoltre trasmettere al Comandante Supremo delle forze alleate «qualsiasi informazione che possa essere prescritta riguardo alle attività sia in territorio italiano sia fuori di esso appartenenti allo Stato italiano, alla Banca d’Italia, a qualsiasi istituto statale o parastatatale…».
Venne infine annunciata l’istituzione della Commissione Alleata di Controllo. Dal processo verbale emerge che Badoglio informò Eisenhower che “al rientro in Roma” il governo avrebbe dichiarato guerra alla Germania ma già lo era “de facto”.
Il Comandante ribatté che era necessaria la dichiarazione immediata di guerra ed era opportuna la nomina di ministri “politici” i cui nomi dovevano essere «sottoposti ufficiosamente “a priori”» al Comando alleato tramite il generale Noel Mason Mac Farlane, personalmente ostile a re e a Badoglio.
Malgrado i toni ruvidi delle clausole di resa, larga parte dell’incontro fu dedicata all’impiego di truppe italiane da ben equipaggiare e ben fornire, anche grazie alla «enorme quantità dell’equipaggiamento italiano ora nelle mani (degli alleati) come risultato delle campagne di Tunisia e di Sicilia».
Sulla fine dell’incontro Badoglio chiese di entrare in contatto col maresciallo Giovanni Messe, prigioniero di guerra in Inghilterra e già aiutante di campo del re, massone come Eisenhower e molti alti ufficiali britannici.
Tra gli aspetti rilevanti dei due incontri spicca l’assoluta indifferenza degli anglo-americani nei riguardi dei partiti politici (liberali, democratici del lavoro, partito d’azione, democristiani, socialisti e comunisti), i cui esponenti da metà agosto avevano iniziato a riunirsi a Roma nell’abitazione di Giuseppe Spataro e che dopo la resa si organizzarono in Comitato centrale di liberazione nazionale con la presidenza di Ivanoe Bonomi.
Dalle informazioni in loro possesso gli anglo-americani avevano motivo di ignorarli perché costituivano un intralcio. Su proposta del democristiano Alcide De Gasperi essi infatti deliberarono di non collaborare con il governo Badoglio e di rovesciare sulla monarchia il peso della sconfitta e della resa.
Come narrò Bonomi in “Diario di un anno”, al disconoscimento del governo, i “moderati” del CCLN aggiunsero la richiesta perentoria di immediata abdicazione di Vittorio Emanuele III, la rinuncia del principe di Piemonte alla successione e il passaggio della corona al nipote, Vittorio Emanuele, principe di Napoli, di sette anni, sotto tutela di un Reggente estraneo alla Casa, in violazione dello Statuto del regno: posizione condivisa da Benedetto Croce quando a fine gennaio 1944 partecipò al congresso dei CLN convocato a Bari.
Il Trattato di pace non concesse alcuno “sconto” all’Italia
Nel Trattato di Parigi del 10 febbraio 1947 non v’è alcuna “compensazione” dei sacrifici che l’Italia dovette affrontare nei due anni di partecipazione alla guerra delle “Nazioni Unite” contro la Germania e i suoi alleati.
La dichiarazione di guerra al Giappone da parte del governo Parri risultò ininfluente. A mitigare la durezza delle clausole non servirono neppure la campagna contro la monarchia e in specie contro le persone del re (fellone, fuggiasco, ecc.) e di suo figlio, né l’avvento della repubblica con il consenso del 42% del corpo elettorale (12.7000.000 voti su 28 milioni di elettori).
Il Trattato “saldò il conto” con il vinto. Nel giugno 1940 l’Italia aveva scommesso su una guerra breve. Entrata in un “gioco” al di sopra delle sue possibilità, continuò a sbagliare: la dichiarazione di guerra contro l’URSS e quella, ancora più dissennata, contro gli Stati Uniti d’America, senza avere mezzi per condurla. Andava esclusa dal novero di aspirante media potenza.
Nondimeno, grazie a Vittorio Emanuele III e ai suoi più fedeli interpreti, militari e diplomatici, la sua caduta avvenne sul fianco meno doloroso, a Occidente.
L’Oriente era e rimase buio per decenni, con striature rosso sangue. Lì i fautori della democrazia parlamentare che non erano stati assassinati dai nazisti furono suppliziati dai sovietici e dai regimi imposti da Stalin.
Il “Diktat” del 10 febbraio 1947 per l’Italia fu greve. Esso sollecita l'”esame di coscienza” eluso per 80 anni. Molti scommisero che per scrollarsi di dosso la cappa di vinto bastasse fare di Vittorio Emanuele III il capro espiatorio della guerra perduta ed eliminare la monarchia. La storia, però, ebbe altro corso.






