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Frontiere sanguinanti per la Terra Promessa

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Frontiere sanguinanti per la Terra Promessa

Obiettivo comune: liberare Gaza dai palestinesi

Mentre cresce l’esodo volontario da Israele – circa 268.000, soprattutto laureati e imprenditori dal 2023 – col recente voto politico gli ebrei israeliani hanno confermato nelle urne, democraticamente, il sostegno alle strategie in corso di esecuzione, da Gaza al Libano alla Cisgiordania.

Chiaramente ritengono che sia necessario liberare, in particolare, Gaza dai palestinesi, dato che, con quello che è successo, una soluzione di convivenza pacifica è impossibile, come pure eliminare Hamas, poiché la lotta armata è l’unica prospettiva per crescenti masse di disperati; il consenso per Hamas è, però, calato ci circa il 40% negli ultimi 3 anni.

Quella liberazione è ciò che vogliono sia Bibi che Eisenkot che Trump, col suo progetto di Grande Riviera.

Il tema del controllo del territorio e della gestione della popolazione palestinese è al centro del dibattito sociopolitico in Israele e rivela una situazione articolata con più opzioni sul tavolo.

1. Esodo di massa forzato – The Transfer

– In Cisgiordania: i sondaggi d’opinione, tra cui i dati del Jewish People Policy Institute e dell’Israel Democracy Institute, indicano che la proposta di espellere o “trasferire” i palestinesi al di fuori della Cisgiordania è sostenuta da una minoranza, circa il 20 – 22% degli ebrei israeliani, concentrata prevalentemente negli ambienti dell’estrema destra religiosa e nazionalista.

– Nella Striscia di Gaza: a seguito del conflitto, la questione del “trasferimento volontario” o dell’emigrazione assistita dei residenti di Gaza verso Paesi terzi ha registrato consensi più elevati rispetto al passato, specialmente all’indomani degli eventi del 7 ottobre.

Nel maggio – giugno 2025, uno studio accademico condotto dai ricercatori Tamir Sorek e Shay Hazkani, della Pennsylvania State University e pubblicato sul quotidiano israeliano Haaretz, ha rilevato che circa l’82% degli ebrei israeliani dichiarava di sostenere il “trasferimento” della popolazione di Gaza verso altri Paesi.

Tuttavia, anche in questo caso vi sono forti divisioni sull’applicabilità pratica, sulla fattibilità diplomatica e sulle implicazioni etiche. E, soprattutto, sul come farlo.

2. Le opzioni politiche sostenute dall’opinione pubblica

Nelle rilevazioni statistiche, l’opinione pubblica ebraica israeliana si divide, principalmente, su tre o quattro visioni di lungo termine per la Cisgiordania e Gaza:

– annessione, circa il 40%, ma senza concedere pieni diritti politici nazionali alla popolazione locale, cioè, ovviamente senza imbarcare due milioni di elettori arabi;

– mantenimento dello status quo di sicurezza, circa 30%: mantenimento del controllo di sicurezza militare israeliano sulle aree strategiche, lasciando la gestione civile delle città palestinesi all’amministrazione locale o all’Autorità Palestinese riformata;

– soluzione a due Stati/Disimpegno, circa 20 – 23%: riconoscimento o creazione di un’entità/Stato palestinese smilitarizzato a fianco di Israele. Quest’opzione ha registrato un forte calo di consensi dopo il 7 ottobre 2023.

Le prime due soluzioni non sono soluzioni, perché lasciano aperto il problema così come è oggi; e la terza soluzione, invero, non è fattibile, specialmente dopo quanto è successo.

In ogni caso, uno stato palestinese non sarebbe funzionante, essendo composto di rimasugli, tra loro non connessi, di Striscia, di Cisgiordania e di Gerusalemme, senza nemmeno autonomia idrica. Se indipendente e dotato di armamento, sarebbe una costante minaccia.

3 – Estinzione mediante degrado indotto

Quindi, il prossimo governo, che sarà, come tutti i governi israeliani, pragmatico, continuerà a lavorare per la liberazione dei territori in parola. Ma come?

Ovviamente, non mediante l’uccisione diretta. Finora, cu circa 2,3 milioni, sono stati uccisi solo circa 100.000 – ma gli altri hanno seguitato a riprodursi, colmando i vuoti.

Anche un’eliminazione mediante trattamenti sanitari tossici e/o sterilizzanti è impraticabile, anche perché sarebbe facilmente riconoscibile, e recenti fatti hanno sensibilizzato l’opinione pubblica a certe cose.

È allora fattibile, nel lungo periodo, spingere i gazawi all’estinzione, continuando a trattarli come da tempo si sta facendo?

Il tema dell’impatto sul lungo termine delle condizioni di vita a Gaza – e della possibilità che l’insieme delle restrizioni e delle operazioni porti al collasso demografico o sociale della popolazione – è oggetto di un intenso dibattito tra esperti di demografia, studiosi di diritto internazionale e organizzazioni umanitarie.

Dal punto di vista analitico, la risposta dipende dalla distinzione tra l’estinzione biologica/demografica vera e propria e l’estinzione funzionale/strutturale di una comunità sociopolitica.

Nel senso letterale di “estinzione della popolazione”, ossia l’annientamento demografico totale di circa 2,2 milioni di persone, la risposta degli esperti demografici è no, nel breve/medio periodo.

Gaza ha storicamente registrato un tasso di natalità tra i più alti del Medio Oriente e una popolazione estremamente giovane, oltre il 40% sotto i 15 anni.

Anche in presenza di un aumento drastico dei tassi di mortalità, dovuto a violenze dirette, malnutrizione o epidemie, e di una forte riduzione delle nascite temporanea, la struttura anagrafica di base rende l’estinzione biologica di un gruppo di oltre due milioni di persone un evento statisticamente improbabile sul breve termine senza un cataclisma totale di proporzioni storiche.

Per giunta, la pressione della comunità internazionale e l’afflusso, seppur spesso ritenuto insufficiente o discontinuo dalle agenzie ONU, di aiuti di sussistenza, acqua e presidi medici agiscono da freno rispetto a uno scenario di collasso biologico assoluto.

Alla prova dei fatti, nei circa 3 anni di “guerra” il saldo demografico negativo (morti + nati in meno) è 250.000 circa su 2.250.000 circa, cioè – 2,7% all’anno: ritmi troppo lenti per il fine dell’estinzione.

Diversa è la valutazione se per “estinzione” si intende il collasso permanente delle condizioni necessarie a sostenere la vita umana organizzata, la distruzione del tessuto sociale, economico e sanitario.

Su questo fronte, le analisi di diversi organismi internazionali, tra cui agenzie ONU come l’UNRWA, l’WHO e l’OCHA, indicano un rischio concreto.

Le dinamiche che minacciano la sostenibilità della vita quotidiana a Gaza includono quanto segue:

– la distruzione quasi totale delle infrastrutture civili – acquedotti, rete elettrica, sistema fognario, ospedali e scuole – rende la sopravvivenza dipendente in modo pressoché totale dall’assistenza esterna;

– l’accumulo di macerie, la presenza di inquinanti, l’assenza di gestione dei rifiuti e la contaminazione delle falde acquifere generano rischi sanitari a lungo termine: aumento di patologie croniche, mortalità infantile e riduzione dell’aspettativa di vita;

– senza un’economia produttiva, commercio o agricoltura, la popolazione è privata di qualsiasi mezzo autonomo di sussistenza.

I sostenitori delle tesi di rischio sistemico argomentano che il blocco prolungato, il degrado ambientale forzato e la distruzione sistematica degli elementi necessari alla vita – abitazioni, strutture sanitarie, terreni agricoli – possano condurre a una condizione teorizzata come “invivibilità permanente” o al danneggiamento irreversibile del gruppo.

La posizione di Israele e dei suoi sostenitori afferma, invece, che le misure militari e le restrizioni all’accesso di beni specifici sono motivate esclusivamente da esigenze di sicurezza

Insomma, se l’estinzione intesa come scomparsa fisica totale della popolazione è considerata improbabile dagli analisti demografici in ragione dell’ampiezza numerica e della struttura della popolazione, il proseguimento di condizioni di distruzione infrastrutturale e dipendenza totale dai soccorsi porta verso l’impossibilità di mantenere una società civile strutturata, trasformando il territorio in un’area a potenziale crisi umanitaria cronica e permanente.

Dal punto di vista della psicologia sociale, della psichiatria bellica e delle scienze politiche, la risposta sul piano teorico e clinico è che l’esposizione prolungata a traumi estremi, alla privazione materiale e alla distruzione delle strutture sociali produce effetti devastanti sulla salute mentale di una popolazione, ma non cancella la natura umana né riduce gli individui a “subumani”, pur abbrutendoli sempre più e decomponendo la loro capacità di reazione associata.

4 – Il degrado antropologico: malattia, desocializzazione e decognizione

Analizzando gli effetti reali del degrado psicologico collettivo in contesti di guerra prolungata e d’assedio, la ricerca scientifica evidenzia le seguenti dinamiche:

a) fattore psicopatogeno: l’esposizione continuativa a bombardamenti, perdite familiari, sradicamento e scarsità di beni essenziali genera conseguenze profonde a livello di salute mentale pubblica;

b) la traumatizzazione cronica, col terrore di poter essere in ogni momento uccisi da un drone e l’orrore di vedere continuamente bambini uccisi senza apparente ragione, colpisce in modo pervasivo la popolazione, in particolare i bambini, sviluppando disturbi da stress post-traumatico, PTSD, ansia generalizzata e depressione profonda;

c) lo stato di ipervigilanza costante e la privazione prolungata di cibo, sonno e sicurezza alterano le funzioni esecutive dell’encefalo, riducendo la tolleranza al rischio e le capacità di pianificazione a lungo termine.

La lotta quotidiana per la sopravvivenza può logorare la coesione comunitaria, portando a fenomeni di scomposizione sociale, disperazione e apatia riflessa, la cosiddetta “impotenza appresa” o learned helplessness.

In senso opposto, abbiamo la chance di una risposta psicologica in termini di resilienza, adattamento e disumanizzazione

La ricerca sulle popolazioni soggette a traumi estremi – dalle guerre mondiali ai campi di prigionia, fino ai contesti d’assedio moderni – evidenzia due fenomeni apparentemente opposti: anziché la regressione allo stato “animale” o “subumano”, le popolazioni sviluppano spesso meccanismi di adattamento estremo (survival strategies), forme di solidarietà informale e una forte spinta alla preservazione della propria identità e memoria storica.

La dignità umana e l’autoconsapevolezza tendono a riemergere anche nelle condizioni più degradate. Se il calcolo era di annientarli psicologicamente facendoli vivere in una condizione sempre più afflittiva e deprivante, il calcolo va rivisto.

Vi è pure il rischio di disumanizzazione reciproca: ciò che la violenza sistematica altera non è la natura biologica delle vittime, ma la percezione reciproca tra i gruppi in conflitto.

La disumanizzazione è un processo che colpisce spesso la psicologia degli aggressori o degli osservatori, i quali – per ridurre la dissonanza cognitiva ed etica di fronte alla sofferenza altrui – tendono a categorizzare le vittime come “inferiori” o “non umane”, “subumane”.

In conclusione, le condizioni di stento e violenza cronica provocano un grave e documentato degrado della salute mentale e delle strutture sociali, ma la psicologia clinica e la storia dimostrano che tali processi soffocano il benessere, non l’umanità del soggetto.

La riduzione a “subumano” rimane una mistificazione propagandistica o una proiezione ideologica, non un esito scientifico della sofferenza psicologica.

Anche questa ipotetica soluzione, che di fatto è quella che si sta percorrendo, senza una fattiva opposizione internazionale, e con l’appoggio degli USA e di altri alleati, sembra dunque preclusa al governo israeliano in quanto soluzione, mentre paradossalmente rimane obbligata in quanto modo di tenere in vita il Paese – ovviamente col sostegno incrollabile di Washington.

Infatti, il rapporto con gli USA è garantito dal fatto che entrambi gli Stati hanno una fisiologia basata sulla guerra permanente: gli USA perché devono continuamente condurre guerre, direttamente o via proxy, in giro per il mondo, per mantenere al dollaro il ruolo di moneta obbligata degli scambi internazionali e perché le armi sono la loro principale prodizione; Israele perché sta in un contesto geopolitico in cui non può conseguire vittorie risolutive, ma solo continue vittorie tattiche, che sono il suo principale collante interno, assieme alle reazioni nazionalistiche ad ogni critica, sanzione e azione giudiziaria per crimini contro l’umanità che viene diretta contro i sui leader.

Se non saprà o non vorrà trovare una via di uscita nella collaborazione internazionale, lo Stato ebraico dovrà tenersi dentro il proprio territorio quelle perenni blutigen Grenzen (frontiere insanguinate) che ci ricordano i più tragici miti della Germania del XX Secolo.

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