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L’incarnazione ctonia

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L'incarnazione ctonia

Gesù il Nazareno e l’ultimo sequestro dell’olimpo burocratico

Se in un’altra occasione ho toccato la scomposizione del Mito, questa volta vado a toccare un argomento più attuale e comprende la Fede e la profondità spirituale delle persone, molte anche tra quelle che leggeranno, per cui è d’obbligo morale e rispettoso affrontare l’argomento di oggi nel pieno rispetto e della Sacralità che merita, anche se la lettura, per molti, potrà in qualche modo sembrare “eretica”.
Ricordo, per tranquillizzare, che eretico non significa dissacrante, ma solamente “non canonico”.

Come dicevamo nella parte riferita al mito, la faglia che oggi divide il pianeta non si esaurisce nelle cronache geopolitiche superficiali del 2026, ma affonda le sue radici in una guerra millenaria di schemi strutturali.

Da una parte l’astrazione aerea del Logos olimpico, il potere centralizzato, patriarcale, che si separa dalla materia per governare attraverso la finanza nominale, il controllo burocratico e la creazione della scarsità artificiale.

Dall’altra l’ordine Titanico e ctonio, la fisica dei territori, la concretezza delle risorse reali, la sussistenza e il principio generativo della Terra.

In questo scontro epocale, esiste un punto di convergenza straordinario in cui la fede più profonda e il realismo più radicale della materia si fondono in una sola lega: la figura storica e spirituale di Gesù il Nazareno.

Per cogliere la portata dirompente di questo passaggio, in punta di piedi ma con assoluta fermezza geometrica, dobbiamo spogliare il racconto dalle letture moralistiche per restituirgli, anche qui, la sua spaventosa natura materiale.

Tutta la parabola terrena di Cristo si configura come il tentativo più radicale e drammatico di far saltare l’Olimpo dall’interno, riportando l’essere umano all’archetipo dell’uomo primigenio, integrato con la Terra e libero dalla schiavitù della paura.

Gesù si muove in un mondo schiacciato da una duplice gabbia immateriale: l’Impero Romano, macchina geometrica di sottomissione militare e recinzione dello spazio, e l’élite sacerdotale del Tempio di Gerusalemme.

Quest’ultima aveva operato, se vogliamo seguire un parallelismo logico e storico, l’esatta astrazione che oggi vediamo applicata dai mercati finanziari globali o dalle tecnocrazie di Davos. Il sacro era stato burocratizzato, recintato da leggi asfittiche e ridotto a una pura transazione monetaria.

Il cambio forzato delle monete all’ingresso del Tempio e il monopolio dei sacrifici nominali erano l’equivalente arcaico delle speculazioni della LBMA di Londra o dei mercati di certificati artificiali della CO2.

Quando Gesù compie l’atto di rovesciare i tavoli dei cambiavalute e dei mercanti, non sta compiendo una pia scenata di intolleranza morale. È un atto di sabotaggio vero e proprio.

È la materia reale, i corpi degli oppressi, la sussistenza quotidiana del popolo, che si ribella contro la finanza teocratica che pretendeva di intermediare e monetizzare l’anima e il bisogno.

È il refuso assoluto del Logos che usa le scartoffie e il debito immateriale per sottomettere la vita biologica.

Questo rifiuto delle aule recintate del potere si manifesta in una scelta logistica che è, in realtà, una precisa variazione teologica: Gesù predica fuori dai templi. Sceglie i monti, le rive dei laghi, le piazze, i deserti.

Nel fare questo, il Nazareno si ricongiunge alle più arcaiche tradizioni spirituali europee, come i culti celtici e le religioni ctonie originarie, dove il concetto di Tempio coincideva geometricamente con la Terra stessa.

Il divino non abita la pietra squadrata della burocrazia statale; si manifesta nello spazio aperto della Natura e del ciclo biologico.
Tutta la Terra è un tempio, e chi la calpesta ne è il sacerdote.

Tutta la predicazione del Nazareno rifugge la legge aerea degli scribi per riagganciarsi alla fisica del territorio. Le sue parole parlano il codice grezzo della Terra: il seme che cade nel solco, la vite, il grano, la terra fertile.

E nei suoi gesti non c’è traccia del ricatto della scarsità indotta dai dominatori del tempo.

Quando compie la moltiplicazione dei pani e dei pesci o guarisce i corpi malati, Gesù agisce come un messaggero prometeico: prende la meraviglia della risorsa e la distribuisce direttamente nelle “grotte” del bisogno umano.

Quello non è solo un miracolo dello Spirito, è la dimostrazione fisica che se elimini la leva della fame e della scarsità artificiale, distruggi la catena del lavoro forzato su cui ogni impero fonda il proprio potere.

La stessa resurrezione di Lazzaro prima e di Sé Stesso poi, esprime la Volontà Cristica di eliminare ogni tipo di paura all’interno dello svolgimento della Vita, financo quella della morte,

Il fulcro di questa rivoluzione antropologica risiede nella definizione stessa che Gesù dà di sé. Egli si firma costantemente come «Il Figlio dell’Uomo», un’espressione aramaica che rimanda direttamente all’argilla, al fango primordiale, alla terra rossa.

E quando si trova davanti a Ponzio Pilato, massima espressione del potere olimpico e geometrico di Roma, alla domanda se egli sia il Figlio di un Dio celeste, risponde con un disarmante e speculare: «Tu lo stai dicendo».

Gesù non rivendica un’astrazione aerea o un trono distante; afferma la sacralità intrinseca dell’uomo in quanto carne e presenza terrena.

Questa visione spezza la piramide gerarchica attraverso il concetto radicale di fratellanza con i suoi apostoli: non ci sono sudditi o intermediari, ognuno è paritariamente custode e portatore del divino sulla Terra.

Cristo invita l’umanità a non essere più schiava della compravendita del tempo per la pura sopravvivenza, ricordando che l’impronta genetica dell’uomo è l’armonia originaria con la Creazione.

Questa profonda custodia della realtà terrestre non si esprime attraverso la forza vettoriale e militare delle vecchie tribù guerriere delle steppe, ma si compie biologicamente attraverso una costellazione femminile straordinaria, custode del DNA mitocondriale della Terra.

Da un lato Maria, la Madre, che incarna il dogma più materiale di tutti: l’Incarnazione.

Il Divino, per farsi storia, non scende come un fulmine di Zeus dall’alto dei cieli astratti, ma ha bisogno della Materia.

Deve farsi biologia, nascendo nel ventre della terra, dentro una grotta rurale che è il simbolo primordiale del focolare e della sussistenza autonoma.

Dall’altro lato Maria Maddalena, l’apostola dei discepoli, figura che la censura burocratica e patriarcale dei secoli successivi ha tentato disperatamente di sminuire o infangare.

Lei rappresenta il ripristino dell’equilibrio orizzontale: la sapienza profonda e il principio ctonio che camminano in totale parità con il maschile cosciente, scardinando le gerarchie verticali del dominio.

La tragedia della storia successiva non risiede nella purezza di questo messaggio, ma nel gigantesco sequestro tecnologico e concettuale operato dall’apparato imperiale.

Con la svolta di Costantino e l’istituzionalizzazione del Cristianesimo di Stato, l’Impero ha catturato il fuoco eversivo delle origini e lo ha rinchiuso nuovamente nel Tartaro dei propri dogmi burocratici.

Hanno preso la figura del Nazareno e lo hanno rimesso su un trono celeste distaccato dal mondo, ricostruendo sopra la carne dei popoli una nuova religione olimpica, verticistica e centralizzata, utile a gestire il senso di colpa e a mantenere intatta la schiavitù del lavoro forzato.

Ma la verità profonda della Terra non si cancella con un decreto imperiale o con un foglio di calcolo.

Non si è cancellata nei millenni passati, protetta e custodita da quella controrivoluzione silenziosa del popolo che ha preso forma nel culto Mariano.

Lì, nella venerazione per Maria, risiede la vera affermazione della divinità del Figlio proprio attraverso l’affermazione della Madre: pur essendo stata bistrattata e subordinata dalle impalcature patriarcali, la figura materna ha preteso la sua rivincita strutturale, ponendosi nel cattolicesimo popolare come la prima intermediaria eletta tra la Terra che rappresenta e un Cielo che altrimenti rimarrebbe lontano e immateriale.

Gesù, quindi, può essere visto come la figura Sacra più recente e più significativa di quel Dio della Creazione che racchiude tutta la volontà di materializzarsi nella realtà della Natura e che vede il genere umano come la affermazione di sé stesso sul piano di questa struttura e anche nella Sua morte dona all’umanità il senso supremo della Vita.

Morendo, non temendo la morte ma addirittura consegnandosi ad essa pur di mantenere intonso l’esercizio Supremo della Verità che deve accompagnare l’esistenza umana, certifica che anche la morte può essere un passaggio necessario per rendere reale l’affermazione di una umanità che ha davvero il Dritto Divino di vivere questa vita sulla Terra, lottando sempre e a testa alta contro qualsiasi deviazione che costringa questa fetta di Paradiso in una trasformazione nell’inferno della sottomissione.

E allo stesso identico modo, oggi, nel 2026, la fisica delle risorse reali si sta riprendendo i suoi binari contro le finzioni virtuali del neofeudalesimo tecno-green, perché la vera fede custodita nella biologia dei popoli sa che l’Incarnazione è un patto indissolubile con la materia che struttura questa Vita sulla Terra.

Chi appartiene al popolo e ha la forza di fermarsi a comprendere, riconoscerà che il Fuoco Prometeico non è mai spento.

Cammina sulle gambe di chi rifiuta l’inganno della carta nominale per ritrovare l’armonia ctonia e il femminile sacro sui binari della realtà, il tutto confermato dalla Vita e dal Sacrificio del Cristo.

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